Il ritorno World-Prog dei Notturno Concertante

Ritornano dopo otto anni i Notturno Concertante con un album registrato utilizzando un combo di musicisti aperto a contaminazioni e influenze d'ogni genere. Una bella sorpresa.

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Notturno Concertante

Sono passati ben otto anni dall’ultimo lavoro dei Notturno Concertante, band prog italiana di carriera trentennale composta da Lucio Lazzaruolo (chitarra e tastiere) e Raffaele Villanova (chitarra) e dedita, ai tempi, a un progressive rock molto personalizzato e decisamente singolare. In questi otto anni, non che i due baldi se ne siano stati con le mani in mano, per carità; per via del loro spirito eclettico, hanno fatto in modo di passare dalle colonne sonore in studio a spettacoli e progetti vari dal vivo con nomi come Giorgio Diritti, Ray Wilson, Giovanna Iorio, Lina Sastri, Pamela Villoresi, Daniela Poggi e Barbara Alberti, insomma: tante belle esperienze che li hanno arricchiti. Tant’è vero che in questo lavoro, si, d’accordo: c’è il prog ma c’è anche parecchio altro.

L’album è completamente strumentale; è interessante, variegato e ci si mischiano e confondono rock (prog e non), jazz, elettronica, orchestrazioni da soundtrack e financo world music. Il duo è in realtà un combo aperto a più musicisti e ciascun musicista ci mette del suo nella tessitura dei singoli brani. Dalle violiniste Nadia Khomutova e Molly Joyce alla violoncellista Kathlyn Raltz, dal nuovo, notevole batterista Francesco Margherita al suo predecessore Simone Pizza, dai bassisti Luciano Aliperta e Giuseppe D’Alessio al gruppo vocale Gesualdo Consort, dal suonatore di bouzouki Francesco Brusco al clarinettista giapponese Rappa Shokai all’ennesima violinista Jessica Meyer, tutti danno il loro prezioso contributo a questa simpaticissima e ben calibrata bolgia sonora. Dall’apertura affidata alla title-track dall’incedere epico fino alla conclusiva, orientaleggiante e jazzata “Evidence of Invisible”, l’album scorre più che gradevolmente e, in alcuni casi (almeno: nel mio) riesce anche a stupire. Sfaccettato e vario senza essere snob, divertente, pieno di soluzioni sonore e atmosfere molto interessanti e, assolutamente: non è un album da tenere in sottofondo mentre si fa dell’altro, in quanto propone musica evocativa e molto particolare.  Nel senso che, se chiudi gli occhi e ti lasci andare seriamente, puoi viaggiare senza muoverti di un millimetro e in certi pezzi anche sorprenderti ad ancheggiare stile bajadera. La qual cosa, di questi tempi, non è male davvero.

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