Il caldo si combatte con il caldo. In musica vale il principio che da sempre adottano i beduini, i quali se ne stanno in mezzo al deserto imbottiti dentro mantelli di lana. E dunque per questa estate scoppiata nella mente di tutti con decine di giorni di ritardo, a causa del covid, vi proponiamo una manciata di album che suonano hot, hot, fortissimamente hot.

Flevans

Flevans
Accumulate (Jalapeno)
Voto: 9

Che Nigel Evans – alias Flevans, Mooch, Aotoa – sia un genietto nel miscelare i suoni della tradizione black con le elettroniche più sofisticate e con l’appeal delle piste da discoteca raffinata e cool lo si sapeva fin dai quattro album pubblicati prima della lunga pausa che si è preso tra il 2009 e il 2016 per dedicarsi ai figli (e anche ai remunerativissimi spot pubblicitari di Nokia, ESPN, BSkyB e via dicendo). Ma già il suo rientro A Distant View e soprattutto il successivo Part-Time Millionaire ci hanno detto che il multistrumentista, deejay e produttore non ha perso nulla del suo tocco illuminante e anzi ha deciso di evolversi verso una produzione più attenta alle sonorità di riferimento, il funk, il soul, certa disco elegante, una house d’élite e alcune sfumature di ispirazione cinematografica.
Conferma puntuale di questa scelta è arrivata con il suo sesto lavoro, questo Accumulate, che è certo il suo capolavoro, dove i sample sono pressoché assenti e i brani portano tutti la sua firma. Tre gli strumentali, i più vicini alle sonorità dancefloor, sempre di spessore e dall’impatto mai banale. Tutti intriganti e riusciti gli altri otto brani, che vedono tre eccellenti vocalist offrire il proprio contributo. La gran parte sono appannaggio della brava Laura Vane, collaboratrice di lunga data del nostro, che si muove versatile tra la ballata Fireblanket e l’uptempo elettronico Realisation, passando dal gioiellino funky pop Mr Right.
Le voci maschili sono di Scooby Jones, inedito pseudonimo di un cantante solido e vibrante, che i discografici assicurano abbia collaborato con gente al top come Ed Sheeran, Craig David, i Black Eyed Peas, e a cui è affidato il primo singolo, l’electro-house Ambition Like Cream, e del formidabile John Turrell, che sfoggia la sua abilità nel soul (un tempo si sarebbe aggiunto “dagli occhi azzurri”) Silly Games.

Smoove & Turrell

Smoove & Turrell
Stratos Bleu (Jalapeno)
Voto: 8

Dopo l’autocelebrazione del decennale di attività con la compilation Solid Brass – Ten Years Of Northern Soul dello scorso anno, il sestetto guidato dal cantante John Turrell, cui sono appannaggio tutti i testi, spesso introspettivi, sempre intelligenti e acuti, e dal produttore patinato Jonathan Scott Watson (che tutti chiamano Smoove) pubblica il sesto album Stratos Bleu. Un lavoro che segna per certi versi una svolta sulla via del loro osannato “soul del nord” – sono di Gateshead, vicino a Newcastle – senza che le principali caratteristiche stilistiche ne vengano troppo trasformate: si tratta pur sempre di un cd che ha debuttato al primo posto della dance chart inglesi.
L’impressione è che si sia preso uno spazio ancora più importante il terzo membro fondatore, il tastierista Mike Porter, che entra spesso prepotentemente in scena con trovate sonore che richiamano il clubbing anni 90, con evocazioni quasi synth-pop, con divagazioni da risaputa Chicago house degli inizi. A questo va aggiunto il feeling più emozionale, che li porta a condire tutto il discorso con abbondanti riferimenti a soluzioni che potrebbero appartenere all’universo di Kruder & Dorfmeister oppure dei Soul II Soul.
Lo stesso Turrell dichiara che per lui si è trattato “di un ritorno ai giorni sereni e allegri della giovinezza, quando rubavo il dopobarba di papà e ascoltavo la house per la prima volta” e anche la coppia Smoove/Porter evidentemente ha puntato a fondere il tipico suono dancefloor della band con momenti legati alla dance d’antan.
Dal fulmicotonico inizio old style del singolo Do It alla It Ain’t Working, che narra dell’impatto della vita in tour sulla salute mentale con un andamento ondivago tra elettronica retrò e momenti di oscurità, dal downbeat sexy ed estivo di Never Wanted You More alle morbidezze dell’ottima Talk About Nothing, dall’implacabile ballabilità di Still Don’t Know (remake della loro You Don’t Know prestata agli olandesi Kraak & Smaak) alla conclusiva, groovy, spezzata, robotica Fade Away, che parla del vuoto che ti dà il dover essere sempre ammirato, tutto corre come un wakeboarder lanciato nelle più complesse e accattivanti figure, salti mortali e rotazioni.

Lexsoul Dancemachine

Lexsoul Dancemachine
Lexplosion II (Funk Embassy)
Voto: 8

È solo un’illusione. Non siamo più, e da diversi anni, nella situazione in cui i Paesi dell’est Europa erano arretrati, all’inseguimento, perennemente in ritardo rispetto all’allure e alle idee, alla ricchezza e alla cultura di quelli occidentali. Insomma sono i finiti i tempi della cortina di ferro e di molte delle sue conseguenze. E anche se certi prodotti provenienti da quelle terre hanno un sapore retrò e “antico” spesso lo sono per scelta e per la precisa idea di seguire un certo gusto che si è consolidato nel tempo. Così succede che quando musicalmente qualche artista – magari un gruppo estone giunto al terzo album, dopo Dreus Lex Machina del 2015 e Sunny Holiday In Lexico del 2017 – propone un sound che suona inesorabilmente datato, tutto condotto guardando nello specchietto retrovisore, non significa che, ad esempio, a Tallinn il mondo si sia fermato ancora una volta. Anzi.
Significa che il cantante Robert Linna e i suoi (Caspar Solo alla batteria, Joonas Mattias Sarapuu alle tastiere, Kristen e Jürgen Kûtner alla chitarra, Martin Laksberg al basso) hanno deciso di rileggere il funk, il soul e la disco secondo la loro ottica. Un’ottica che cerca il dettaglio originale a scapito del climax – che è quello consolidato e accettato – e che preferisce agire per sottrazione piuttosto che per accumulo di elementi, ovvero per quella scelta decadente che aveva portato alla crisi espressiva dei generi di cui sopra. Il funk è basico ma distribuisce appieno la sua forza intrinseca, come dimostra Sex, il brano più “fiammeggiante” dell’album, ma anche Entertainment, quello più a maglie larghe, sa essere coinvolgente e vivo.
Allo stesso modo brillano di luce “nera” l’iniziale Basics, con il supporto del percussionista brasiliano Luiz Black, dalle angolature quasi disco, oppure Money, decisamente errebì con la chitarra puntuta di Cory Wong dei Vulfpeck, conterraneo di Prince, oppure ancora l’ottima uptempo Nu Reality con il violinista locale Liis Lutsoja che si sbizzarrisce in un assolo eccitante. Insomma ecco una band che va annoverata tra i big europei del genere e che amplia l’offerta apprezzabilissima di una terra che già ci ha proposto, più meno negli stessi ambiti, i talenti di Rita Ray e della Lutz Krajenski Big Band.

Bahama Soul Club

Bahama Soul Club
Bohemia After Dawn (Buyù)
Voto: 8/9

Chissà a quale Bohemia fa riferimento il titolo del quinto album (se si escludono quelli di remix) targato Bahama Soul Club? Forse alla Repubblica Ceca, dove la vita prima e subito after dawn stava, nel periodo pre-covid, diventando sempre più frenetica e propositiva. Forse a qualche angolo delle Baleari, patria dello stile relaxing e propulsivo del progetto nu jazz e oltre del tedesco Oliver Belz. Oppure, e più probabilmente, a una spiaggia isolata – non di quelle famose, Praia do Amado o Praia do Vau per esempio – dell’Algarve, la regione più a sud del Portogallo, dove tre anni fa si è trasferito il deus ex machina di BSC.
Certo è che questo cd, illuminato dalla luce a cavallo dell’alba, suona come la perfetta colonna sonora per un’estate dimezzata, triturata, sminuzzata, parcellizzata dal virus pandemico e insieme ricostruita, innovata, ammodernata, inattesa per volontà della gente. Del resto Belz si autodefinisce uno schnipselarbeiter, un artista che lavora riassemblando e revisionando frammenti, campioni: “cerco le due battute di un assolo di sassofono che abbiano davvero qualcosa di magico, le sposto un po’ ritmicamente e le metto in un nuovo contesto”, dice.
Ne nasce un album che ha una scioltezza quasi funambolica, una non chalance da relax senza se e senza ma, un intreccio robusto come una trama di macramè. Canzoni attuali e vibranti immerse nel bagno aureo dei contributi d’antan, a cominciare da quello dell’immensa Billie Holiday, nell’hit del 2019 Ain’t Nobody’s Business, in realtà un blues anni 20 di cui Lady Day, questo il soprannome della più grande vocalist jazz di sempre, riscrisse il testo nel 1956. E continuare con altri due storici giganti: la cantante gospel Sister Wynona Carr in Tears Run Down e il bluesman John Lee Hooker (della cui Never Roam No More, proposta come singolo da BSC due anni fa, è offerto anche il remix firmato da Smoove). Intrigante la presenza della cantautrice cubana Arema Arega, presente in due brani, il già noto Mango, proposto anche in chiave bossa nel remix dei tedeschi Club Des Belugas, e nella suadente, notturna Alma Sola. Ottima Josephine Nightingale, appena reduce dal debutto su cd con il riuscito My Father’s Jungle, sia in Mercy Me che nel conclusivo omaggio al compianto musicista portoghese Vitor Hugo Castelejo con la fisarmonica di Rui Correia. Taly Minkov-Louzeiro, che canta in Troubles All Be Gone, il tastierista André Neundorf (“il mio co-pilota”, lo chiama Belz), il chitarrista Claus Hartisch, il bassista Holger Stonjek sono gli altri principali contributor di questo album, in cui jazz, bossa, latin, swing e lounge si fondono senza soluzione di continuità, come tessere di un puzzle dai colori morbidi e cangianti.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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