Agli esordi Google ha applicato una selezione del personale ferocemente elitaria: era più facile essere accettati ad Harvard (la più prestigiosa università del mondo ammette mediamente sette canditati su cento) che essere assunti dal gruppo di Mountain View, che ne prendeva uno ogni cento. Aggiungiamo, come precisazione fuori tema ma indicativa dell’ambiente di lavoro, che il cuoco della mensa di Google era quello che in precedenza seguiva i Grateful Dead durante le loro tournée, uno chef che in Europa sarebbe di certo “stellato”.

Cosa c’entra questa notizia con i dischi jazz che stiamo per presentare? A parte la curiosità riguardante il pard di Jerry Garcia & soci, è un’introduzione che vuole richiamare la differenza tra chi vaglia i lavoratori, i possibili dipendenti, gli aspiranti – le persone insomma – secondo criteri di discriminazione all’origine, di valutazione dogmatica, di scelta esclusivamente utilitaristica e chi è aperto a prospettive di crescita del singolo non solo dell’azienda che vuole utilizzarne il talento.

Per fortuna, specie in ambito jazzistico, dove lo sviluppo delle proposte individuali o di gruppo non è mai lineare e preventivabile a priori, in Italia le possibilità di esprimersi, di far conoscere le proprie idee e tendenze, di debuttare ed evolvere artisticamente, insomma di fare album (e conseguentemente concerti) ci sono. E ci sono grazie ad alcune realtà discografiche dalle orecchie aperte e la disponibilità a rischiare almeno un po’ sul futuro dei giovani musicisti. Vi proponiamo qui un poker di jazzisti debuttanti, che dimostrano come questa disponibilità sia assai spesso ben riposta.

Francesco Polito

Francesco Polito
Trip (Alfa Music/Egea)
Voto: 7/8

La musica è di casa per i Polito di Sala Consilina, il paese più importante del Vallo di Diano, la conca tra Campania e Basilicata, abitata fin dai tempi dell’eta del Ferro. Il tastierista e fisarmonicista, nonché arrangiatore, Enzo è un’istituzione per il territorio, dove propone show musicali ad ampio raggio stilistico da molti anni, e ha spesso superato i confini provinciali con collaborazioni e proposte anche importanti. Suo fratello Roberto è un batterista di vaglia nazionale, turnista per big come Morandi, Cocciante, Mannoia e altri, compresi alcuni ensemble jazz, mentre i due figli Beppe, anche lui batterista, e soprattutto Francesco sono gli artefici della “svolta” smooth jazz che la Polito family mette in campo in questo album di debutto del talentuoso sassofonista (predilige il tenore, ma suona anche alto e soprano per completare la “sezione” grazie alle sovraincisioni.

Lo smooth, amatissimo negli States ma molto sottostimato dalla critica italiana, è una branca della fusion, variopinto esito della semplificazione delle invenzioni jazz-rock, sbocciate in primis dalla tromba del divino Miles Davis nel magnifico Bitches Brew. Ed è nato nei tardi anni 80 con il nome di happy jazz – “spero che la mia musica possa portare un po’ di felicità, soprattutto in questo periodo di pandemia”, dice Polito – esplorando il versante pop e soft del sound dei vari Tom Scott, Dave Sanborn, Grover Washington Jr., non a caso tutti sassofonisti. Il musicista 41enne si mette in vetrina con un sound inappuntabile e luccicante, che risente positivamente dei diversi Trip percorsi in giro per il mondo (anche nelle formazioni presenti sulle navi da crociera) e delle loro “illuminazioni”.

Un sound senza sbandamenti, preciso, lirico, a volte un po’ prevedibile, sempre fin troppo tirato a lucido, da cui di tanto in tanto ci sarebbe piaciuto ascoltare anche la voglia di rischiare e il desiderio di volare oltre, come un po’ succede nella conclusiva cover di Pino Daniele A testa in giù.

Les Contes d’Alfonsina (foto Ilenia Tesoro)

Les Contes D’Alfonsina
Chapitre I (Dodicilune/IRD)
Voto: 8/9

L’attacco è subito formidabile. Indifférence è un esercizio complesso sulle linee di Django Reinhardt e del suo swing walzer (con il testo del cantante aquitano André Minvielle). Un’atout di quelle che è impossibile superare, preludio a una partita vinta grazie alla forza delle carte – leggi qualità tecnico-artistiche dei musicisti – e all’ingegno con cui si sviluppa la loro distribuzione. Il quartetto italo-francese debutta con un album che si scava da subito un posto di rilievo negli ascolti della pattuglia di aficionado del gypsy jazz non solo di casa nostra, vista l’abituale pedissequità omologata degli album di questo genere proposti in Europa. E lo fa con personalità sicura e con tagli interpretativi che fanno assumere anche a brani noti sfaccettature inedite e nuovi, gustosi sapori.
Parliamo ad esempio di La Bicyclette del repertorio di Yves Montand oppure di Zarafah del sassofonista Joshua Redman (con testo autobiografico in francese della cantante Sofia Romano, che vanta premi per le sue poesie in ambito strettamente letterario): il primo è un continuo frangersi e miscelarsi di linee propositive, su un tappeto vocale evocativo; l’altro, che chiude il cd, fonde alla grande il jazz contemporaneo, citazioni “rumene” da Bela Bartók e il feeling del bolero.

L’altra caratteristica vincente di questo Chapter I è l’equilibrio raro che il chitarrista Marco Papadia, il clarinettista Hugo Proy e il violinista Frédéric Gairard – tutti e tre vantano studi al conservatorio, una buona esperienza internazionale e riconoscimenti di pregio – riescono a creare con la voce dai timbri variabili e le tinte umbratili di Romano, grazie anche a un’attenzione non superficiale alla lezione degli chansonnier francesi. Lo si ascolta in particolare in La via, dove l’inseguimento tra il cantato in dialetto e gli strumenti in progressivo aumento di interventi assume un andamento vibrante, ricco di invenzioni e di tensione, e in Le Géant, firmato Papadia/Romano, tutto giocato tra nostalgia e sorriso.

Flavio Spampinato

Flavio Spampinato
Nascente (Alfa Projects/Egea)
Voto: 8

I passaggi iniziali tra l’introduzione La Preghiera della Somiglianza e Canoa Canoa di Milton Nascimento, così come quello tra Preghiera Libera e Danza Marina, sono abbastanza stridenti. Come la scrittura con il gesso nuovo su una lavagna di ardesia, troppo distante il feeling quasi introverso e recitativo delle prime e quello brasileiro emotivo e insieme vivace delle seconde, pur rese in forma ombratile. Poi felice la scelta della triste e soffusa Choro Pro Zè di Guinga a fare da cerniera con il resto del lavoro, che si muove tutto in un ambito sommesso e giocato sulle sfumature, dove i controluce hanno più valore delle dichiarazioni a scena aperta, dove ogni dettaglio sembra messo lì proprio perché non può che stare lì.

Standard come Agua e Vinho di Egberto Gismonti (quasi completata dalla breve chiusa Ponte Sommerso) oppure Cais ancora di Nascimento, con la loro connotazione precisa ed emozionale, si inseriscono perfettamente – lette secondo una formulazione in levare e con scarne note dilatate – nel discorso che punta all’intensità e al peso specifico di ogni singolo momento. Il debuttante romano – ma da anni residente in Belgio – che è stato allievo prediletto di Maria Pia de Vito (l’ha voluto nel suo ensemble vocale Burnogualà) dice: “Mi piace pensare Nascente come uno spazio celeste in cui confluiscono i diversi percorsi della nostra vita. Quel posto nella mente dove possiamo vagare pacificamente e ritrovarci autentici, qualunque cosa accada al di fuori di essa: è un rifugio vivo, un miraggio per i viaggiatori più coraggiosi. Il suono che avevo in mente era occasionalmente mistico, onirico, percussivo, orientato alla musica da camera e contemporaneo allo stesso tempo.”

Un’ambizione che si ritrova soprattutto nelle composizioni originali, che hanno sapori di spezie mediterranee e di sogni aperti, che spesso incrociano territori dalle tensioni sotterranee, che raccolgono memorie soul così come profumi francesi. E la scelta di un trio drumless come accompagnamento e propulsione (cui si somma da par suo l’ottimo sassofonista argentino “de Roma” Javier Girotto in un paio di brani) offre le giuste coordinate cameristiche alla riuscita del progetto.

Giuseppe Campisi

Giuseppe Campisi Sextet
A Traveler Point of View (Alfa Projects/Egea)
Voto: 8/9

Piace fin dalla presentazione questo debutto del contrabbassista siciliano. “Per me realizzare un disco è come scattare una foto”, scrive sulle note. “Non c’è necessità di cercare una perfezione irreale: la cosa più importante è catturare e preservare la profondità di un momento, raccontando una storia.” Di fatto è sempre così, ma affermarlo immediatamente, specie sulla copertina di un album travagliato, uscito con un discreto ritardo per vari motivi, è come gettare il cuore oltre l’ostacolo, come tuffarsi con una benda sugli occhi, perché, si sa, ci sono fotografi e fotografi, narratori e narratori.
E questo “punto di vista di un viaggiatore” piace subito. Campisi, reduce da un master al Berklee di Boston, si è formato al conservatorio di Amsterdam – proprio in uno dei quattro studi dell’ateneo e con partner incontrati lì ha registrato il cd -, per poi trasferirsi a Barcellona. È quindi il prototipo del musicista viaggiatore, capace di coniugare le matrici statunitensi più ortodosse con le linee europee più fantasiose ed espressive. Lo fa giocando con le possibili combinazioni timbriche ed emotive che gli permettono i cinque giovani quanto pregevoli musicisti che lo accompagnano: il portoghese José Soares al sax alto, lo spagnolo Lucas Martínez Membrilla al tenore, leader nel buon cd Lights and Shadows, il danese Teis Semey, che vanta due album a suo nome, alla chitarra e il sudcoreano Youngwoo Lee al pianoforte (estrapolati dal supergruppo del batterista Guy Salamon), oltre a Lluís Naval Mengíbar alla batteria, suo partner abituale anche in altri progetti musicali, nonché tramite del suo trasferimento in terra catalana.
I nove brani si integrano e si combinano tra loro in uno sviluppo talmente omogeneo e lineare da dare l’impressione di una suite non dichiarata, considerati anche i brevi passaggi di raccordo. La composizione equilibratissima calibra con il bilancino del farmacista gli interventi dei vari interpreti, che fanno del sestetto un organismo mutaforma e variabile. Sempre con l’attenzione precisa a fare della narrazione il proprio stimolo principale, pescando spunti e idee dal jazz hard bop, dall’elettricità fusion, dai collettivi free, dai profumi mediterranei e dalle interiorità di scuola ECM.

Da aggiungere che di Campisi è uscito da poco anche l’ottimo EP Live at Zo Centro Culture Contemporanee, registrato nel locale di Catania in quartetto con Naval, il sassofonista Santi de la Rubia e il chitarrista Paolo Sorge.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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