Davide Shorty «L’arte è una forma di elevazione sociale»

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Lo ammetto: a me ascoltare i pezzi di Davide Shorty dà particolarmente piacere. Si sente che è un ragazzo che vive e pensa la musica molto intensamente, e questo dona ai suoi pezzi una forte identità.
Ci eravamo sentiti tempo fa per farci raccontare e capire meglio la nascita del suo disco Straniero e già allora avevo capito che avevo a che fare con una bella testa pensante. La conferma mi è arrivata con questa nuova chiacchierata, che inizialmente era nata con l’idea di parlare di musica ma mi ha fatto scoprire una persona maiuscola, i cui concetti trovano forma nell’espressione musicale. Alla fine quella che doveva essere una semplice chiacchierata sui progetti musicali si è trasformata in un confronto su tanti aspetti culturali e sociali.
Eccoci quindi alla scoperta dell’anima di Shorty.

Partiamo da un concetto importante: so che non ti piace essere accostato al termine Black Music, come mai?
Io prendo ispirazione dalla black culture, però non posso fare black music: essendo un artista bianco non mi permetterei mai di appropriarmi di qualcosa che non è mio, anche se ovviamente mi ispiro molto a generi musicali e stili di quella cultura e della cultura afroamericana. Molto spesso anche i neri stessi non vogliono generalizzare il termine black music, perché ogni genere ha un nome ed una cultura specifici. La black music in Italia la fa gente come James Senese, Victor Kwality o David Blank, dei veri artisti neri italiani, mentre a me personalmente non piace essere associato a questo genere perché non amo prendermi un merito che non ho.

Sei un artista eclettico e fondi tanti generi, quindi più che racchiuderti in una definizione forse sarebbe più corretto associarti ad una sorta di “movimento”…
Sì, è vero, in me ci sono molti generi: c’è l’hip hop, il jazz, il soul, il funk, ma anche il cantautorato italiano. Per questo dico che sicuramente vengo da una scena che è ispirata molto dalla black music, però trovo un po’ controverso usare quel termine essendo un artista bianco, quindi preferisco nominare i singoli generi proprio per un mio grande rispetto e perché non mi piace mettere l’accento sull’etnia. Sicuramente mi sento parte integrante della cultura hip hop su scala internazionale, nel senso che l’hip hop è qualcosa che è stato esportato dalla cultura afro americana su scala globale e in un modo o nell’altro ci avvaliamo di questa forma di espressione e di questa cultura per poter accrescere la nostra personalità ed il nostro spirito, perché l’hip hop come ogni forma d’arte credo sia un mezzo di elevazione spirituale.

In riferimento proprio al tuo rispetto per l’arte e a questa elevazione spirituale di cui parli, non pensi che ultimamente si stia un po’perdendo il senso del “messaggio” che questa musica vuole mandare?
Il fatto di fare una musica con scarsi contenuti non è una novità ma è qualcosa che c’è sempre stato, l’importante però è capire da dove si parte. Ci sono degli artisti che hanno l’esigenza di fare una musica che distragga da quelle che sono le problematiche socio-culturali del momento e quindi mirano ad un divertimento fine a se stesso, che è comunque parte del mondo e quindi non è criticabile. Quello che io critico è quando vengono glorificati tramite la musica dei valori estremamente negativi come ad esempio l’abuso di droga, il femminicidio o il sessismo stesso, utilizzando dei termini violenti. Questo mi ferisce, perché sapere che artisti che hanno una grossa risonanza utilizzano il proprio mezzo di comunicazione per glorificare qualcosa di estremamente negativo è veramente grave, portando troppe persone ad ispirarsi a determinati stilemi e a prendere loro come modelli, creando quindi un problema. Purtroppo negli States l’immagine dell’uomo afroamericano cattivo è diventata quasi un’icona di marketing e il trapper di turno che glorifica questo status non capisce che alimenta un’immagine che non rappresenta tutto il popolo afroamericano, al contrario, non fa altro che accentuare quegli stereotipi che negli anni hanno sminuito la sua cultura. Per cui se penso al trapper italiano che si cala in quei panni c’è il rischio che diventi quasi parodistico.

Però in qualche maniera un messaggio sbagliato nella musica c’è sempre stato. Forse il problema è il senso di emulazione.
Io non credo tanto nell’emulazione quanto nel fatto che l’ostentazione attrae, e quando nasci con poco maturi un certo bisogno di approvazione dal mondo. La nostra gioventù viene sminuita in continuazione dalla società, perché fa parte del nostro sistema. La stessa scuola non ti prepara a sviluppare una sensibilità emotiva, perché poi quando cresci e trovi un modo per avere successo facile ti ci butti a capofitto per appagare il tuo desiderio, ma non hai gli strumenti emotivi per capire che quella è una cosa che distrugge il tuo spirito.

Forse però il problema è anche l’amplificatore che i social hanno fornito a questo genere di messaggi. Prima c’era la consapevolezza di capire il messaggio sbagliato che, per citarne uno, poteva arrivare dal Gangsta Rap.
Si aveva la capacità di capire che quella è una realtà che non ci apparteneva. Se vai nelle borgate spesso sei costretto ad andare oltre la legge, ma bisogna capire e avere un processo di elevazione sociale. Cosa che ha fatto Rancore, che dalla borgata di cui raccontava si è elevato ed ha saputo mandare messaggi importanti che andavano contro ciò che quella realtà magari ti può spingere a fare, ha sempre reso l’idea di dove è cresciuto e questo fa apprezzare ancora di più il lavoro di crescita sociale che ha fatto. Secondo me è fondamentale essere specchio della realtà che ci circonda e di quelle che sono le nostre radici, è una forma di integrità fondamentale, altrimenti si rischia di essere solo un cantastorie che deve specificare di non essere il personaggio delle proprie narrazioni.

Personalmente amo vedere il talento espresso, per cui mi piace anche vedere qualcosa dei talent in tv. Senza voler fare complimenti scontati sono grato ad X Factor perché mi ha fatto conoscere un artista come te. Già dalle prime esibizioni si è capito subito davanti a che tipo di artista mi trovavo, però la sensazione che ho percepito è come se tu fossi prigioniero di un talent che tende a non valorizzare una chiara identità musicale.
Effettivamente io da X Factor sono uscito con una grande depressione, però non si presuppone che un talent come quello debba fare il lavoro di creare l’identità musicale. Raramente da quel programma sono uscite persone con un’identità artistica ben formata: Francesca Michelin, ad esempio, aveva un identità molto spiccata e forse proprio per questo è l’artista più longeva venuta fuori dal talent. Credo che poi ognuno possa decidere al meglio come gestire il proprio talento, io ho deciso di essere produttore di me stesso. La musica è una grande forma di democrazia, dove se qualcosa non ti piace sei libero di non ascoltarla, ma la tendenza comune è che tutti debbano per forza giudicare il tuo lavoro e questo purtroppo fa parte del gioco.

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Dopo X Factor però hai tirato fuori Straniero, che è un album molto suonato e con una grande identità musicale. Ora invece il nuovo singolo Canti Ancora?! è un pezzo molto hip hop, nell’accezione più pura del termine, che apprezzo particolarmente anche perché ad oggi molta trap sta un po’ sminuendo questo genere.
Canti ancora?! è assolutamente un pezzo hip hop, però devo dire che anche la trap come sonorità è assolutamente hip hop, quindi non si tratta tanto di suono quanto di modo di utilizzare il mezzo del rap, che è un genere che si è sempre evoluto ed ha avuto diverse sfaccettature nei tempi. Però più che tornare alle origini devo dire che semplicemente tendo ad ispirarmi a quello che più mi piace senza tener conto delle tendenze.

Però la tua rappata su Canti ancora?! è molto “old school”.
Sicuramente l’esordio di Canti ancora?! è senza dubbio “old school”, però poi diciamo che nel corso della canzone viro su una metrica terzinata che magari può essere un po’ più trap e tecnicamente moderno. C’è un bel mix e molto del mio gusto.

E’un identità musicale che apparterrà anche al tuo prossimo disco?
Forse sì, nel senso che il mio prossimo disco sarà molto cantautoriale, credo da un certo punto di vista che sia l’evoluzione di Straniero, e il team con cui lo sto realizzando è praticamente lo stesso. Avrà qualche influenza, magari delle batterie trap comunque accompagnate dalla chitarra jazz, ma diciamo che per quel che riguarda il suono del disco mi lascio molto guidare dall’istinto e fortunatamente di solito riesce sempre ad avere un’identità ed un’omogeneità musicale. Spero che, come nel caso di Straniero, si senta che c’è un filo conduttore sonoro. Sicuramente sarà un album che parlerà molto d’amore.

Concludiamo parlando dei live. Sei pronto a riportare la tua musica in giro?
Spero di portare il più possibile la mia musica in giro, vorrei godermi un po’ della seconda parte di tour che non ci siamo goduti con i Funk Shui Project. Credo che sia il momento di spingere ancora di più perché durante il lockdown ho scritto tantissimo, ne sentivo il bisogno. Sento che la mia self confidence dal punto di vista sociale è sicuramente diminuita, visto che sono stato molto isolato, quindi non vedo l’ora di riabituarmi al palco. Per me è importante riacquisire questa confidenza, io di solito soffro un po’ il problema dell’imparare i testi a memoria perché sono dislessico ed iperattivo, ed essendo un rapper è un bel delirio, ma ho una grandissima carica e voglia di ricominciare.

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Cristiano
Tutti mi chiamano Pillu da pochi giorni dopo la mia nascita, a Roma nel 1980. Musicalmente nasco e cresco nella Black dove mi sono cimentato e mi cimento sia come rapper che come DJ. La musica è una costante nella mia vita e nella mia mente, che fa voli pindarici. Ogni situazione che vivo ha un motivo di sottofondo. Amo ogni genere musicale purchè mi trasmetta qualcosa, che sia Giovanni Allevi o Skrillex, perchè il suono deve colpirmi l'anima ed accompagnarmi nella pellicola che scorre nella mia testa.

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