Ema
di Pablo Larraín
con Mariana Di Girolamo, Gael García Bernal, Santiago Cabrera, Paola Giannini
Al festival di Venezia lo scorso anno non mi era piaciuto. L’ho rivisto, lo trovo compiaciuto. Ema vive a Valpairaiso con un coreografo, fa gruppo con un branco di danzatrici arrabbiate, forse post qualcosa, ogni tanto brucia auto e semafori col lanciafiamme, sappiamo per frammenti che aveva adottato un bambino complicato che le ha ustionato la sorella, e l’ha rimandato indietro: è stato dato a un’altra famiglia e lei lo rimpiange. La vita di Ema è una serie di amori e disamori, tra cui un pompiere e un’avvocata che stanno in coppia (metafora del detto si nasce incendiari e si finisce pompieri ?). Ema danza e le coreografie punteggiano il film (a volte viene il sospetto che all’origine ci fosse un documentario sulla danza poi trasformato in melò), a volte fa sesso con le ragazze del branco che vivono in provocazione continua, spesso irride il povero amante/non amante Bernal. La rivelazione finale sta tra lo scandalo da rotocalco e uno strano studio sulla famiglia aperta. Forse è un problema del recensore, ma faccio fatica a ritrovare il Pablo Larrain di Tony Manero, Post Mortem, No, Il club, Neruda e Jackie in questa mistura di danza e rabbia.






































