Divorzio all’italiana, un film di Pietro Germi su Raiplay

Una satira sull’onore e sul gallismo italiani

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Divorzio all’italiana

Una delle migliori commedia di costume del nostro cinema

https://www.raiplay.it/video/2016/07/Divorzio-allitaliana-8a90fc47-6dca-4c1f-9cf1-f0c684bb745e.html

Il barone Fefè Cefalù (Marcello Mastroianni) vive in un vecchio palazzo di famiglia in un paese siciliano di circa ventimila abitanti ed è sposato con Rosalia (Daniela Rocca), una donna noiosa e possessiva. Scopre di amare la cugina sedicenne Angela (Stefania Sandrelli) che ricambia il suo affetto.  Per poter coronare il suo sogno d’amore Fefè mette a punto una strategia per potersi liberare della consorte. L’unica strada percorribile è quella del delitto d’onore previsto dall’arcaico articolo 587 del codice penale voluto dal ministro guardasigilli fascista Rocco (“chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni”). Fefè individua nell’artista squattrinato Carmelo Patané (Leopoldo Trieste), ex spasimante di Rosalia, il candidato ideale per portare a termine il suo piano. I due presto diventano amanti e decidono di fuggire dalle rispettive case per nascondersi lontano dal paese. Il grande scandalo che ne consegue permette così al tradito di sparare alla consorte, mentre Patané è ucciso dalla moglie legittima. Dopo tre anni di prigione Fefè viene accolto alla stazione da amici e parenti come un eroe, pronto così a sposare la bella cugina. Non può immaginare però che la fedeltà della sua sposina sarà presto messa in discussione… Pietro Germi, con la sceneggiatura scritta da lui stesso, da Ennio De Concini e da Alfredo Giannetti, firma nel 1961 questo film, probabilmente il migliore della sua carriera, fotografando impietosamente l’arretratezza culturale del meridione italiano e la faticosa mutazione antropologica del nostro Paese alla fine degli anni Cinquanta provocata dal boom economico. Il regista, cinico come sempre, ci racconta questa società arcaica ferma nel tempo, con i notabili nel loro circolo esclusivo a spettegolare su tutti, con le donne nascoste dietro le persiane di casa a guardare quel piccolo mondo e con il parroco sul pulpito della chiesa durante la messa della domenica impegnato nell’incitare i fedeli a votare nella massima libertà, ma per “un partito che sia democratico e cristiano!”. Straordinaria è la sequenza del comizio del partito comunista locale alla presenza dei militanti, tutti uomini con i baffi e la coppola, presieduto da un dirigente venuto dal nord, che vorrebbe affrontare il tema scottante dell’emancipazione femminile nella società così come è stato risolto ad esempio dai confratelli cinesi. “Pertanto, io vi invito ad esprimere quale vostro giudizio sereno e obiettivo merita la signora Cefalù?”, chiede il funzionario comunista. Risposta unanime dei presenti: “Puttana!!”. Grandissima l’interpretazione di Mastroianni (si guadagna la prima delle tre candidature all’Oscar), baffetti curati, capelli neri impomatati, sigaretta con bocchino e un tic facciale che incarna l’umorismo nero del regista. «Chi è cornuto una volta per sua volontà — scrive con ironia il critico Ugo Casiraghi — lo sarà infallibilmente la seconda, a sua insaputa». Fefè viene dunque ripagato della stessa moneta dalla giovanissima sposa in due pezzi che, mentre a bordo dello yacht si lascia abbracciare dal marito, contemporaneamente fa ‘piedino’ col robusto timoniere.  Altrettanto divertente è la scena della proiezione nel cinema- teatro cittadino dello scandaloso La dolce vita con la sensuale Anita Exberg il cui fascino sul grande schermo intontisce i maschi isolani. Un omaggio di Germi al collega Federico Fellini e una citazione autoironica di Mastroianni, come noto protagonista anche del capolavoro  del regista riminese.

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Pierfranco Bianchetti
Pierfranco Bianchetti , giornalista pubblicista e socio del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani è laureato in Sociologia a Trento. Ex funzionario comunale, responsabile dell’Ufficio Cinema del Comune di Milano, ha diretto n l’attività del Cinema De Amicis fino alla chiusura nel 2001. Ha collaborato a Panoramica – I Film di Venezia a Milano, Locarno a Milano, Il Festival del Cinema Africano; Sguardi altrove; ha scritto sulle pagine lombarde de l’Unità e de Il Giorno, Spettacoli a Milano, Artecultura, Top Video; Film Tv; Diario e diversi altri periodici. Attualmente scrive per Cinecritica, collabora a Riquadro.com e cura il sito lombardo del SNCCI. Ha realizzato rassegne e cicli sul tema “Cinema e Storia” presso il “Civico Museo di Storia Contemporanea” di Milano e la Biblioteca Civica di Via Oglio.

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