La Paura compie 80 anni. Buon compleanno Dario Argento

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Dario Argento

I critici musicali puntualizzano spesso che David Bowie ha fatto i migliori album dai primi anni ‘70 ai primi anni ‘80, così come i critici cinematografici dicono sempre che il maestro Dario Argento ha avuto il massimo momento di creatività più o meno nello stesso periodo, da L’uccello dalle piume di cristallo (1970) a Tenebre (1982). Ma mentre Bowie ha in realtà realizzato grandi pezzi anche negli anni seguenti, per Argento, forse, non si può dire lo stesso. I fan duri e puri trovano in film come Phenomena (1985), Trauma (1993), Non ho sonno (2001) e nel suo episodio della serie di Master of Horror, Jenifer, (2007) qualcosa di assolutamente argentiano, ed in parte non gli si può dare torto, ma il suo taglio, innovativo, trascinante e psichedelico rimane indubbiamente quello dei sui primi 7 grandi thriller/horror.

Quella mancanza di appeal e probabilmente d’ispirazione si deve in gran parte alla perdita dell’appoggio fondamentale che il regista aveva dal produttore dei primi film, suo padre Salvatore Argento. Tra i due c’era un’alchimia magica che ha rinnovato dal punto di vista stilistico e narrativo il thriller mondiale e reso Dario Argento uno degli autori italiani più ammirati e idolatrati all’estero. La sua grande passione per il cinema, nata quando decise di diventare critico cinematografico, la sua tecnica innovativa, applicata con una cura maniacale dell’inquadratura e da un utilizzo minuzioso e sperimentale dei mezzi che gli consentono fisicamente di realizzare i film (macchine da presa, dolly, carrelli…), e la sua poetica del sangue e della violenza, dovuta al suo amore per l’arte pittorica, lo hanno reso uno dei registi fondamentali del cinema di genere.

Sicuramente la possibilità di lavorare con Sergio Leone, con cui ha scritto insieme a Bernardo Bertolucci il soggetto di C’era una volta il West, gli ha dato i primi spunti per una certa estetica dell’assassinio e la capacità di capire il forte impatto e la potenza di un primo piano o di un dettaglio che, applicati nel momento giusto, ipnotizzano lo spettatore e lo portano nel delirio malato delle sue storie.

Argento intuisce da Leone anche la potenza visiva ed emotiva che riesce a trasmettere una grande colonna sonora ed applicherà questa intuizione per creare un nuovo concetto di “paura”. Ricordiamo tutti le incredibili atmosfere musicale eseguite dai Goblin per Profondo rosso e Suspiria o i sospiri armonizzati di Ennio Morricone per i suoi primi film. Se a tutto questo aggiungiamo anche le sue architetture dei delitti, fatte di soggettive, mani guantate, sussurri, bambole, silenzi, colori e scenografie agghiaccianti, allora abbiamo il vero marchio di terrore firmato Dario Argento.

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L’altro grande punto di riferimento del regista è inevitabilmente il “gigante” Alfred Hitchcock, da cui prenderà spunto soprattutto per i suoi protagonisti, che raramente sono poliziotti o professionisti, ma persone comuni nel posto sbagliato al momento sbagliato e che, nella maggior parte dei casi, sono americani o inglesi in terra straniera (L’uccello dalle piume di cristallo, Profondo rosso, Suspiria, Tenebre).

Il nuovo thriller all’italiana inventato da Argento darà vita non solo a una serie di film “cloni”, soprattutto nostrani, negli anni 70/80, ma influenzerà anche grandi registi di fama mondiale: John Carpenter, per esempio, prenderà ispirazione dalle musiche di Profondo rosso per comporre la riuscitissima colonna sonora del suo Halloween – La notte delle streghe; Brian De Palma, invece, in Omicidio a luci rosse, metterà il suo protagonista dietro una vetrata che gli impedirà di salvare una donna ricalcando l’inizio de L’uccello dalle piume di cristallo. Molti altri come John Landis, Joe Dante, Quentin Tarantino e Saverio Costanzo omaggeranno con intere scene o piccoli dettagli il nostro Dario nazionale.

Deliziate la vostra voglia di emozioni rispolverando i primi 7 grandi lavori di Dario Argento per i suoi 80 anni, evitando però accuratamente quella strana incursione nel cinema non di genere fatta dal nostro maestro con Le cinque giornate (1973), realizzato poco prima del grande successo che lo ha reso immortale, Profondo rosso.

La trilogia degli animali (1970/1971)

In questi 2 anni le sale cinematografiche vedono il debutto del thriller all’italiana con i primi tre film del talentoso e giovanissimo Dario Argento.

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L’uccello dalle piume di cristallo, anche se per alcuni tratti è molto vicino ad alcuni lavori di Mario Bava, è un’opera talmente originale che trova immediatamente una distribuzione anche oltreoceano, spiazzando i produttori che non erano assolutamente convinti del suo approccio al film durante le riprese e che volevano sostituirlo con il veterano Terence Young. Fortunatamente, grazie a un contratto di ferro, Argento rimase sul set e la storia ha fatto il resto. Il cosiddetto cinema “giallo” era fino a quel momento basato quasi sempre sulle strutture classiche di Agatha Christie, ma Argento cambia i giochi già dai primi minuti del film quando il protagonista (Tony Musante), imprigionato casualmente dentro un’enorme porta a vetro di una galleria d’arte, è testimone di un’aggressione. Dal suo punto di vista osserva qualcosa che non riesce a focalizzare per tutta la storia e che, che dopo una serie di aggressioni e falsi indizi, riuscirà finalmente a visualizzare nella sua mente portando allo scoperto l’assassino. Rispetto ai classici “gialli”, definizione che esiste solo in Italia in riferimento ai romanzi della collana Gialla Mondadori, qui Argento non usa spiegazioni verbali, interrogatori e indizi sparsi per scoprire il colpevole, ma usa l’immagine e “il visivo” per arrivare alla soluzione finale, creando un solo unico grande indizio che addirittura vediamo già dai primi fotogrammi. Lo stesso stratagemma viene usato anche in Profondo rosso, con il famoso riflesso nello specchio, e in Suspiria.

Gli eccezionali movimenti di camera, le soggettive dal punto di vista del killer, i silenzi che esplodono in urla e le ambientazioni moderne e limpide rendono l’orrore palpabile e realistico.

Argento prova a costruire qualcosa del genere nel successivo Il gatto a nove code, ma alcune imposizioni dei produttori americani fanno in parte ripudiare al regista questa sua seconda prova. Il film però diventa un enorme successo al botteghino, grazie anche alla presenza di due star come James Franciscus e Karl Malden, e viene trasformato più in una classica detective story piuttosto che in un thriller. Sono molte comunque le scene efficaci che portano in alto l’asticella dell’ansia, come quella al cimitero, o il finale con la lunga caduta dell’assassino nella tromba dell’ascensore.

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Thriller, elementi soprannaturali e memorabili fantasie scientifiche sono le basi di 4 mosche di velluto grigio. Argento qui costruisce un film sicuramente superiore al precedente, con diversi momenti onirici e spiazzanti come il sogno ricorrente del protagonista (Michael Brandon), inizialmente vittima di un ricatto e poi irrimediabilmente coinvolto in una lunga catena di omicidi. Gli elementi di suspense sono comunque classicamente argentiani, con telefonate misteriose, messaggi minacciosi, scene di morte elaborate e personaggi di contorno dalle sfumature comiche, in questo caso rappresentate dai due ruoli interpretati da Oreste Lionello e Bud Spencer. Memorabili sono la scena finale dell’incidente mortale, realizzata con un ralenti esasperato grazie a una speciale macchina da presa (la Pentazet) in grado di catturare fino a 30.000 fotogrammi al secondo, e l’indimenticabile commento musicale di Ennio Morricone.

Profondo Rosso (1975)

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Il film della sua consacrazione. Qui Argento mescola la parapsicologia all’ingrediente del “giallo” e inserisce nuovi elementi come la telepatia. Aumenta il tasso di violenza e i dettagli raccapriccianti, ma dà a tutti i personaggi una caratterizzazione più incisiva. Il protagonista, interpretato da un eccezionale David Hemmings, che ha sostituito all’ultimo l’attore Lino Capolicchio, è di nuovo uno straniero intellettuale che assiste casualmente a un efferato omicidio. Una scena meravigliosa che richiama i primi piani alla Sergio Leone e si impreziosisce con l’aggiunta di un montaggio incalzante e un perfetto ritmo musicale. Un momento che prosegue con l’incredibile idea di mostrare immediatamente il volto dell’assassino tra le figure di un quadro e di mimetizzarlo agli occhi dello spettatore e a quelli del protagonista. Da questo inizio si susseguono poi una serie di omicidi in cui le vittime sono sottoposte a un vero e proprio calvario prima di morire con l’utilizzo di varianti come l’acqua bollente o bambolotti robotizzati. Le musiche dei Goblin e del jazzista Giorgio Gaslini aggiungono un pathos mai percepito nei precedenti lavori e vengono inserite magistralmente dal regista come istanza narrante al completamento delle immagini. Fondamentali sono anche i richiami pittorici che il regista inserisce in molti momenti del film. Il più eclatante è la rivisitazione del famoso dipinto I Nottambuli di Edward Hopper, raffigurante un tipico bar americano che Argento fa ricostruire in Piazza C.L.N. a Torino, dove avviene proprio la sequenza del primo assassinio.

Dario Argento

Sul set Argento incontra Daria Nicolodi, a cui regala il ruolo più “leggero”, che diventerà la sua compagna nella vita e co-autrice del successivo film.

Suspiria (1977)

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Nuovo percorso del regista romano all’interno del vero horror e libero dai vincoli del raziocinio necessario per le trame “gialle”. Scritto con Daria Nicolodi, Suspiria è un film in cui il male, impersonificato in questo caso dalle streghe, ha il potere di distruggere e governare ogni cosa, ma che trova un ostacolo inaspettato con l’arrivo di un personaggio “puro” e all’apparenza ingenuo. Argento e Nicolodi si ispirano, tra le altre cose, alla figura di una moderna Biancaneve interpretata dal volto più perfetto che il regista abbia mai trovato nella sua carriera, Jessica Harper. Scoperta vedendo il film del suo amico Brian De Palma, Il fantasma del palcoscenico, Argento porta lo sguardo ingenuo della Harper tra i colori psichedelici che caratterizzano ogni sequenza del film e nei lunghi e labirintici corridoi di una scuola di danza che ha orrendi segreti da nascondere. Una lunghissima sequenza iniziale di quasi venti minuti ci trascina verso un crescendo di suspence che si conclude con il delitto più crudele della sua filmografia, enfatizzato dai silenzi e dalla musica roboante realizzata magistralmente dai Goblin. Impressionante è anche il grande lavoro sui colori realizzati da Argento e dal direttore della fotografia Luciano Tovoli che, utilizzando vecchi procedimenti del technicolor e recuperando vecchie pellicole Kodak degli anni cinquanta, hanno portato le immagini del film a un risultato visivo mai visto prima. Altre bizzarrie tecniche e trucchi accurati hanno fatto di Suspiria il suo film più amato all’estero e in particolare in Giappone, dove fu proiettato addirittura in uno stadio, per un pubblico di circa 30.000 persone, e dove venne fatto distribuire il precedente Profondo rosso con il titolo di Suspiria 2.

Suspiria è il capolavoro di Dario Argento.

Inferno (1980)

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Inferno è il discendente diretto di Suspiria, che vede rappresentare il male dalle altre due streghe solo semplicemente nominate nel film precedente. Quattordici settimane di riprese, di cui due a New York, per proseguire il tema del fantastico e dell’horror con un’incursione nel mondo della dottrina alchemica. È meno riuscito del suo gemello, per ciò che concerne la logica e la struttura della trama, ma è comunque altamente affascinante sotto l’aspetto onirico e simbolico. Il personaggio che deve affrontare le streghe è questa volta un uomo (Leigh McCloskey) a cui scompare misteriosamente la sorella e che si ritrova ad affrontare il male tramite una serie di indizi legati alla magia e all’occulto. L’utilizzo di colori esasperati lo legano anche visivamente al film precedente, così come le violentissime morti dei vari personaggi tra vetri rotti, tende svolazzanti, topi e fuoco. L’unica variante che Argento ci regala è quella della colonna sonora, realizzata da un grande virtuoso come Keith Emerson con motivi più classici, rispetto alle sonorità rock dei Goblin, ma comunque d’effetto. Tenebroso e potente il pezzo decisamente “prog” Mater Tenebrarum, con cori in latino e la voce solista di Linda Lee. Anche se non accreditata gran parte della sceneggiatura di Inferno è stata scritta sempre da Daria Nicolodi, interprete nel film, e inevitabilmente dallo stesso Argento. Assolutamente folle, senza senso e comunque di grande effetto la scena dell’uccisione, con mannaia, dell’antiquario interpretato da Sacha Pitoëff, omaggiata in un famoso episodio a fumetti di Dylan Dog.

Tenebre (1982)

Dario Argento

Argento torna alla realtà metropolitana e costruisce un thriller stracolmo di colpi di rasoio e di accetta che non risultano mai ripetitivi grazie a una trama piena di colpi di scena e di suspense. Oggi il pubblico è abituato un po’ a tutto ma all’epoca si rimaneva davvero a bocca aperta quando, negli ultimi minuti del film, si scopre con enorme sorpresa il volto dell’insospettabile assassino. Di nuovo un artista americano è il protagonista degli eventi. Uno scrittore (Anthony Franciosa) il cui romanzo, Tenebre, è la causa scatenante degli omicidi, si ritrova in una Roma fredda e morbosa ad affrontare, suo malgrado, una lunghissima serie di delitti dall’impianto feticista. Come in Profondo rosso, anche qui si ritrovano false piste, flashback deliranti, primissimi piani in ”macro” sugli oggetti e un doppio finale. A dispetto del titolo la storia si svolge in un mondo in cui il bianco è sovrano, la luce è sempre abbagliante e le architetture sono asettiche, davvero distante dalle scenografie barocche dei film precedenti. Non manca in Argento la voglia di sperimentare nuove tecniche per giocare con i “mezzi” che il cinema gli mette a disposizione. Se per Suspiria è stata costruita appositamente una cinepresa legata a un cavo metallico che attraversa un’intera piazza, per la elaborata scena della morte di Flavio Bucci, in Tenebre, viene invece realizzato uno straordinario piano sequenza usando una particolare gru, denominata Louma, che va a esplorare la facciata, gli ambienti interni e il tetto dell’abitazione di due conviventi che vengono poi massacrate in modo spettacolare dall’assassino.

A dir la verità in alcuni punti la sceneggiatura, scritta da Argento, è un po’ zoppicante, ma la regia salva magnificamente ogni mancanza e anche gli attori reggono bene ogni momento di tensione. Oltre a Anthony Franciosa c’è una bravissima Daria Nicolodi e un buon Giuliano Gemma, anche se un po’ tanto “cowboy”, nel ruolo dell’ispettore. A loro spetta la riuscita del sorprendente finale. Geniale l’utilizzo del famoso transgender Eva Robbins, all’epoca protagonista delle cronache mondane, che incarna perfettamente la metafora del “doppio”. Tenebre è sicuramente uno dei migliori film di Dario Argento.

Consiglio finale

Se amate Argento o se siete semplicemente curiosi non potete perdervi la mostra dedicata al suo cinema al Museo Nazionale del Cinema di Torino. Dario Argento – The Exhibition avrà inizio, all’interno della bellissima Mole Antonelliana, a febbraio 2021.

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