MustRow: con questo singolo e un nuovo album tolgo tutte le maschere

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MustRow è lo pseudonimo di Fabio Garzia, cantautore classe 1982. Appassionato di musica sin da quando era ragazzino, grazie anche a un papà musicista, inizia sin dalla giovanissima età a suonare la chitarra e a collezionare quelle strumentazioni che gli faranno costruire nella sua stanza un vero e proprio home studio.

Suona, registra, accumula, sovrappone. Nel corso della sua carriera lavora con Elisa, Noemi, Carl Brave, Marracash, Dj Shablo, Wrongonyou e Rikomi fino a scrivere e autoprodurre il suo primo album da solista: Sugar Baby. In questo disco canta in inglese rifacendosi ai grandi classici oltreoceano degli anni 70 e risente le influenze del blues roots e del rock.

Nel 2019, la svolta: esce MALE(DIRE), il suo primo brano in italiano a cui seguirà nel 2020 Oggi sto bene. Da qualche settimana è invece online su tutte le piattaforme digitali Non è musica, il suo terzo singolo in italiano che anticipa l’album di inediti che uscirà entro la fine di quest’anno.

Prima di iniziare questa carriera da solista hai avuto molte collaborazioni, anche importanti, con diversi artisti. Quando hai capito che avevi bisogno di costruire un tuo percorso?

In realtà io sono sempre stato uno che faceva musica propria, ma a un certo punto ho proprio sentito il bisogno di metterci la faccia. Suonare con gli altri è bellissimo, ma quando diventa più un compito che una realizzazione artistica è un po’ più difficile. Continuo ancora a lavorare con Noemi e con altri artisti che, come lei, apprezzo molto e ascolto. Ma quando ci sei tu sul palco e fai la tua musica, canti le tue canzoni è tutta un’altra.

Un altro cambiamento importante riguarda la lingua. Il tuo primo lavoro da solista è scritto e cantato in inglese, ora hai scelto l’Italiano. Come mai questa svolta?

È un cambiamento importante, si. Il motivo è semplice: il primo album era incentrato sul voler suonare e creare della musica che mischiasse folk, blues e rock, gli stili di quei gruppi che seguo e apprezzo di più oltreoceano. Era una sorta di tributo ai generi musicali e agli artisti che ascolto. Con questo nuovo lavoro il mio obiettivo invece è incentrato sulla sperimentazione. Ho provato a creare un genere diverso, ad attingere all’alternative rock, alla musica elettronica e al blues ma cantando in italiano, che è quasi una sfida. Per alcuni potrebbe sembrare forzato, ma io penso si possa fare e voglio dimostrarlo con questo album, perché il rock è sempre stato apprezzato da tutti e così deve essere. Ho cercato di trovare una chiave di comunicazione più intellegibile anche per coloro che si interessano ai testi e alla parte introspettiva della musica. Anche gli argomenti di cui tratto nelle canzoni di questo album sono molto personali e volevo fossero compresi a fondo, un altro dei motivi per cui ho scelto di cantarle in italiano.

E com’è stato cambiare?

È stata una transizione abbastanza lunga, lo ammetto, perché in parte è stato come mettermi a nudo. Io ho sempre cantato in inglese ma a un pubblico di italiani e magari in tanti si focalizzavano sul ritmo delle mie canzoni senza dare molto peso a ciò che dicevo, o forse senza nemmeno capirlo. Cantare in italiano invece vuol dire consentire a tutti quelli che ti ascoltano di sapere perfettamente cosa dici. Ho capito che da quel momento in poi, chiunque mi avesse ascoltato avrebbe saputo davvero quello che pensavo e cantavo. E mi ci è voluto più di un anno per decidere definitivamente di farlo senza vergognarmi.

Ti piace di più cantare in italiano quindi?

La cosa strana è che adesso si, lo preferisco. Ho trovato una mia chiave timbrica e di lettura dei testi che mi permette di esprimermi molto meglio. Mi sento più libero.

Come hai detto tu stesso, hai uno stile particolare che ti caratterizza e fai convivere un sound rock tipicamente americano con il cantautorato italiano. Ma, di fatto, come sei materialmente riuscito a mescolare questi due elementi?

Ho invertito il mio modo di scrivere, sono andato al contrario: per questo disco, invece di partire dalla musica come ho sempre fatto, ho iniziato dai testi. Mi sembrava forzato scrivere la musica e poi costruirci sopra un testo italiano ad hoc. Allora sono partito dalle parole, libere. Avevo delle cose da dire che riguardano concetti personali, le mie paure, ma anche riflessioni rispetto a quello che sta accadendo nel nostro Paese da qualche anno a questa parte o riguardo alla comunicazione globale e al modo che hanno le persone di interpretare le informazioni. Ho cominciato a raccontarmi da solo delle storie su me stesso e su quello che mi accadeva intorno e solo dopo ho iniziato a pensare a cosa metterci sopra musicalmente parlando.

Hai definitivamente scoperto un nuovo modo di scrivere?

Assolutamente si. Adesso infatti continuo così: ogni volta che scrivo un brano parto dal testo ed è come se questa cosa mi desse più libertà anche nella parte musicale. Spesso quando si scrive la musica capita di rifarsi al alcuni cliché, invece se parto dalle parole faccio davvero tutto a modo mio. Devo dire che è stato anche molto più facile, perché seguendo una melodia della voce che io stesso avevo creato, è stato semplice inserirci questo mio sound elettronico, rock e internazionale. Non semplicissimo, certo, ma è stato un esperimento che ha funzionato e mi ha fatto trovare la chiave per sperimentare molto di più.

Nel tuo ultimo singolo Non è musica, definisci non-musica tutto ciò che non va, che non è in armonia con noi stessi. È la musica il senso del tuo equilibrio?

Io penso che la musica sia un linguaggio che ognuno di noi utilizza in qualche maniera. Quando un artista compone da una parte di se e quando qualcuno ascolta un brano ascolta una parte di se. La musica  deve essere uno specchio dell’anima, di ciò che siamo, proviamo e sentiamo. L’ho tradotta in questo pezzo come un concetto universale: non solo come musica che comprende note, testi e ritmo. Non intesa come tutti la conosciamo, ma percepita come una sensazione, un modo di pensare. Se facciamo qualcosa che non ci rappresenta quella è una cosa stonata, “suona” male e la gente di fronte a noi lo vede. Se assumiamo un comportamento che non è il nostro, chi ci conosce lo identifica subito e lo sente come “storto”, sbagliato. Non musicale. Tutto ciò che è in qualche modo “storto”, quindi, non è musica.

Com’è nata questa canzone?

È stata la prima che ho scritto del nuovo album, l’unica in cui ero partito dalla musica. Poi improvvisamente ho cambiato registro: ho iniziato a lavorare sul testo, l’ho finito e solo dopo mi sono dedicato a completare la parte musicale. Volevo scrivere un brano che avesse dentro del blues ma anche un sound più attuale che si rifà all’alternative rock nuovo e si basa molto sull’elettronica. Un mix che crea un tessuto, secondo me, molto affascinante in questa chiave rock moderna. È nato proprio perché sentivo dentro di me che per raggiungere i miei obiettivi musicali, stavo utilizzando una specie di maschera. Mi comportavo come non avrei fatto normalmente pur di far parte di una cerchia ristretta di persone: quelle che hanno visibilità musicale nell’underground e non solo. È stata quasi una confessione la mia, una catarsi per smettere e decidere di essere me stesso, senza filtri. Evitando di sorridere a chi non mi sorride realmente.

Puoi darci qualche anticipazione sul nuovo album?

Sarà un album molto vario musicalmente, non c’è una vera  e propria connotazione rock. Si passa dalle ballad, ai pezzi energici, a brani più rock fino a pezzi di cantautorato. Tutto vestito dal mio sound principale: questo connubio tra elettronica e rock moderno. E tutto cantato in italiano perché, come ho già detto, volevo essere comunicativamente chiaro al 100%. Sarà un album di dieci brani incentrato sui pensieri che stanno nel cervello di uno come me (ride -ndr) ma in cui penso si possano riconoscere tante persone.  Non posso dire granchè sull’uscita e sul titolo, posso solo dire che sarà un titolo un po’ particolare che può anche far sorridere per come suona.

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