Lilo racconta il suo esordio: «Non sono Spotify friendly. Provo ad essere me stessa»

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lilo diverso ep intervista
@Mattia Giordano

Diverso è il titolo dell’EP d’esordio di Lilo, Laura Pizzoli all’anagrafe. Questo progetto musicale è il risultato di anni di studi e gavetta, ma anche un punto di partenza per costruire una carriera artistica.

Consapevole di non produrre canzoni “Spotify friendly”, come Lilo stessa ha dichiarato, la giovane cantautrice punta a un pubblico della “sua età”, lontana quindi da brani adolescenziali.

“Credo che adesso tanta musica venga fatta per gli adolescenti e tutti si dimenticano di quest’età post adolescenziale dove mi trovo. Faccio fatica io stessa a trovare musica che parli a me e non alla Laura dei 14 anni. Vorrei trovare un pubblico che sia affine a quello che io penso, sento e soprattutto che rimanga con me”.

La nostra intervista a Lilo

Diverso è il titolo di questo EP. Cosa ti ha portato fino a questo progetto discografico?
Diverso è la somma di dieci anni di gavetta: sono laureata in musicologia, ho suonato tanto, ho avuto tanti progetti, tra cui uno con un duo semi acustico, ho vissuto in Francia dove suonavo.
Rientrata in Italia, ho deciso di provare a scrivere in italiano perché è la mia lingua, così ho pubblicato un po’ di singoli come indipendente, lo sono tuttora.
Diverso inizia a strutturarsi, c’è un ufficio stampa, un distributore, quindi rappresenta un punto di arrivo per tutta la gavetta che ho fatto e continuerò a fare.

Quali sono i punti forti di questo Ep sia a livello di scrittura  sia musicale? Che cosa potrebbe portare qualcuno ad ascoltarlo?
Non so identificare esattamente i punti che altri potrebbero definire forti. Per me è autentico, punto a produrre musica che mi interessi: se non fossi io ad aver composto questo EP, mi piacerebbe ascoltarlo?
Notturno 01 per me è la canzone più sperimentale, ho utilizzato dei suoni potenti, scritta in minore, un po’ oscura, l’armonia un po’ complicata, quindi la considero sui generis ed ero quasi tentata di non inserirla, invece, è stata recepita benissimo da persone insospettabili come i “non addetti ai lavori”.
Non so a chi potrebbe piacere questo EP e magari è diverso da quello che ci trovo io. Il mio presupposto deve essere autentico, non faccio canzoni Spotify friendly, non cerco un suono solo perché al momento sta viaggiando bene, cerco la qualità, la musica l’ho studiata, continuo a studiarla e non mi improvviso, non improvviso nella mia cameretta. Ci credo davvero nella qualità.

Laurea in lettere moderne e successivamente in musicologia, termi il tuo percorso accademico alla Sorbonne di Parigi con una tesi sperimentale sulla vocalità nella musica pop. Hai sottolineato che non fai canzoni “Spotify friendly”. A che tipo di pubblico speri di arrivare?
Sono esattamente in quell’età di mezzo per cui non ho vent’anni, non sono fresca di superiori e mi improvviso, però non ho neanche la maturità di un Brunori che arriva quarantenne ed è in testa a tutti! Ho studiato tanto, ma ancora non sono riuscita a dimostrare che questo studio dà dei frutti o comunque non sono ancora nella fase matura della produzione musicale, quindi è un’età un po’difficile, lo ammetto, ed è una cosa di cui parlo nei miei pezzi.
Credo che adesso tanta musica venga fatta per gli adolescenti e tutti si dimenticano di quest’età post adolescenziale dove mi trovo. Faccio fatica io stessa a trovare musica che parli a me e non alla Laura dei  14 anni, per cui vorrei trovare un pubblico che sia affine a quello che io penso, sento e soprattutto che rimanga con me.
Il non plus ultra sarebbe guadagnarmi lo stipendio facendo solo musica, avere un pubblico che venga ai concerti, che abbia voglia di scoprire nuova musica con me. Questo sarebbe il massimo per la carriera che sto cercando di mettere in piedi.

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Non ti senti fuori luogo, proprio rispetto alle ultime produzioni musicali (trap, musica adolescenziale)?
Sentirsi fuori luogo è una questione sempre un po’ strana perché dipende dal contesto in cui ti trovi: in alcuni mi sento così, mentre in altri mi sento abbastanza tranquilla.
Quello su cui non mi sento fuori luogo è la musica che faccio, ascolto la trap e credo che abbia assolutamente dei lati positivi e funziona benissimo su un certo tipo di pubblico,  ma non mi ci ritrovo perché ho un altro tipo di sensibilità.
Mi sento molto a mio agio con la musica che faccio ed è il mio imperativo: scrivi una cosa che ti piaccia perché altrimenti quando vai sul palco e devi cantare qualcosa che non sei tu, non funziona tanto. È scendere a patti con sé stessi.

L’Ep è stato anticipato da due singoli, Ti sento comunque e I davanzali di questa città: perché proprio loro?
Ti sento comunque l’ho scelta perché era una bella anticipazione: aveva al suo interno tutte quelle caratteristiche che io vorrei far sentire a chi mi ascolta, il bit è particolare, non è esattamente dritto come ritmica, il cantato è spinto, e anche il modo di scrivere il testo poteva dare un’idea giusta di quello che io voglio dire, di come voglio dirlo. Sono poco descrittiva nei testi (il mondo indie mi è un po’ estraneo su questo aspetto).
Invece, I davanzali di questa città è la canzone più “ballabile”: ha la cassa dritta, cassa in quattro, e può parlare a più persone possibili perché racconta di un noi, non racconto di me, che siamo tutti assieme, mi piaceva far vedere agli altri questa coralità della canzone. Parla di una generazione, non di me, tendo ad essere poco autoreferenziale perché dopo un po’ mi annoio e mi piaceva l’idea di andare più sul noi.

Il video di I davanzali di questa città è stato girato a Milano: esiste un posto, a cui sei particolarmente affezionata? Come hai trovato Milano dopo il tuo ritorno da Parigi? Che differenze hai riscontrato tra le due città?
Sono città diametralmente opposte a livello artistico perché a Parigi c’è un brulicare di eventi che è pazzesco. Ho suonato in una manifestazione piccolissima a Parigi e il giorno dopo in quello stesso locale ci suonava James Payne, c’è musica dappertutto e viene vissuta come un lavoro, è veramente bello suonare lì.
In Italia purtroppo non ci sono tanti finanziamenti verso la musica, per cui i locali fanno fatica, quindi tendono a prediligere progetti sicuri che riempiranno il locale, anche se non è detto che sia così perché non sai se un artista realmente ti richiama quel pubblico.
A Milano ho sempre fatto un po’ più di fatica a suonare perché tutto è gestito dalle booking, ma il paradosso è che non puoi averla se non suoni, però non puoi suonare se non ce l’hai. È un bel casino!
Tornando al video, è stato girato a Milano, una città che ho vissuto negli anni dell’università e il mio posto del cuore è la Festa del Perdono. Il regista è Filippo Castellano, con il quale ho anche collaborato per altri due video, Luce e Ovunque in questa stanza, mi trovo molto bene con lui, abbiamo una visione simile delle cose.
Volevamo mettere in scena la frenesia di Milano da una parte e dall’altra la mia estrema solitudine in questa città: anche se sei in mezzo a tanta gente, sei da solo, sempre.
Nel video ballo, mi muovo, quindi non è una solitudine triste, però sono nella città ed è un modo per buttare via quest’idea della metropoli in cui si è in tantissimi, ma comunque si vive più da soli. Questo potrebbe essere un bene, potrebbe essere un male, e volevamo un po’ metterlo in scena.

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Irma Ciccarelli
Classe 93, anno in cui David Bowie pubblica Black Tie White Nois. Campana di nascita, adottata dalla toscana Cortona (sì, la stessa di Jovanotti), da qualche anno vivo a Milano, di cui mi sono innamorata il 29 giugno del 2013. Perché ricordo la data? Perché a San Siro c’erano i Bon Jovi a infiammare il palco, ed io ero lì a sognare di intervistare la band. Ed eccomi qui: giornalista e studente di musicologia, il mio mantra è Long Live Rock, ma guai a chi disprezza i cantautori….e Beethoven (non il cane).

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