Maldestro: «L’artista? Per la gente è quello che non fa un cazzo»

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Foto Riccardo Piccirillo

Egosistema è il titolo del nuovo album di Maldestro. In occasione dell’uscita di questo nuovo progetto discografico, che arriva dopo due anni da I muri di Berlino, abbiamo intervistato il cantautore che ci ha raccontato come è nato Egosistema.

“Ho iniziato a scrivere queste canzoni nel dicembre 2019, lo scopo era quello di raccontarmi senza veli, far uscire la parte muta di me, calare la maschera. Per questo motivo ho scelto un sound più asciutto, così da porre attenzione e peso alle parole, ma senza quell’aria da cantautore impegnato. Non rinnego il lavoro precedente, ma si cambia.”

Un cambiamento che ascolteremo nelle 11 tracce di cui è composto l’album, tra cui Ma chi me lo fa fare, pubblicato il 4 settembre, e Il panico dell’ansia, focus track del disco.

“Ho un rapporto d’amore con l’arte, è la prima delle tre cose che mi fanno stare bene. Va sempre alimentata e mi incazzo profondamente quando viene vista come qualcosa di mistico.”

Non solo musica, infatti Maldestro ha dichiarato di essere a lavoro al suo primo romanzo.

“Sto terminando il mio primo romanzo e ho quasi finito la trilogia di racconti, ma è ancora tutto in divenire.”

La nostra intervista con Maldestro

Egosistema è il titolo del tuo nuovo album. C’è stata un’esperienza determinante che ti ha spinto a metterti di nuovo al lavoro dopo due anni dall’ultimo progetto discografico? Hai affermato che non rinneghi nulla di quello che hai fatto precedentemente, quindi, quali sono gli aspetti del passato e quali invece nuovi che ritroviamo in Egosistema?
In Egosistema troviamo due anni di esperienze e di incontri che mi hanno portato a scrivere queste canzoni alla fine 2019. È stato il frutto di una grande esperienza che mi ha permesso di avere più consapevolezza di ciò che stavo facendo e di presentare questo disco in modo molto naturale.
Del passato non rinnego niente, assolutamente, perché mi ha portato a quello che sono oggi e conservo sempre la capacità e la voglia di giocare, la voglia di curiosare e di poter cambiare continuamente, magari l’anno prossimo farò un disco dove suonerò solo le nacchere (ride).

Cosa è cambiato nel tuo processo creativo?
Nei lavori precedenti, il modo di comporre era molto acustico: prendevo in mano una chitarra, mi sedevo al pianoforte e componevo, suonando e canticchiando.
Invece, questa volta ho lavorato col computer, con la tastiera: prima ho creato delle basi, dei bit e, quando avevo la sensazione che più o meno potessero piacere, scrivevo il testo. È stato molto divertente.

Egosistema può considerarsi un concept album? Se fosse così, qual è il filo conduttore che unisce i brani? Ha caratterizzato e influenzato la disposizione della tracklist?
Sì, può considerarsi un concept: il nesso che collega tutta la narrazione del disco è quello dell’immobilità, del raccontarsi per quello che si è non per quello che si finge di essere o che si vuole mostrare nascondendo gli aspetti più intimi.
In questo disco ho voluto proprio mettere a nudo la persona, raccontandomi senza troppi fronzoli. La track list è stata poi curata con un filo logico non solo testuale, ma anche di suono, anche quello è stato un lavoro molto divertente.

Hai dichiarato che ti fa arrabbiare quando l’arte viene considerata come qualcosa di mistico. Volevo chiederti di approfondire questa tua affermazione. Inoltre, in un’ottica tra sacro e profano, come è vista oggi la musica e da che parte stai?
Confermo quello che ho detto! Viene visto tutto come divertimento, come se l’artista non facesse un cazzo! Fondamentalmente, è questo quello che pensa la maggior parte. Invece, io credo che esistano lavori visibili e lavori invisibili, manuali e fatti di testa: nessuno è migliore dell’altro, sono solo due modi di lavorare diversi.
Il nostro, un po’ per colpa nostra, viene più bistrattato, fatto a pezzi proprio perché la cultura dice che se tu lavori devi sudare, spaccarti la schiena e andare sotto la miniera, ma in realtà non è così. Per fortuna le cose sono un po’ cambiate: oggi, con i nuovi sistemi tecnologici stanno cominciando a considerare lavori anche quelli che prima erano considerati semplice svago.
Forse è meglio che l’arte stia fuori da certi schemi proprio perché deve essere arte, quindi, mettergli sopra una struttura la va a sminuire.
Inoltre, la situazione è esattamente come ieri, l’abbiamo vista col lockdown e nei decreti l’artista è stato pensato per ultimo: specialmente i giovani che prima della pandemia andavano a suonare per farsi vedere nei locali e nelle birrerie per 50 euro, per portarsi la pagnotta a casa.
Il mio pensiero va a loro, sperando che su certe cose si faccia luce e vengano un po’ più considerate.

Parlando di censura, quali sono i muri che devono essere ancora abbattuti nel mondo della musica?
Ci sono miliardi e miliardi di cose che dovrebbero essere abbattute e se non iniziamo prima da quelle, la musica sarà sempre vittima di censura. È un problema dell’essere umano, bisogna abbattere i muri.
Siamo nel 2020 e vediamo ancora persone che si scandalizzano se due uomini o donne si danno un bacio, mentre se qualcuno parla di schiaffi e violenza la cosa passa un po’ più in sordina “è un po’ violento, nulla di che!”.
Non sono uno che ha la verità o la soluzione in tasca, anzi, sono invischiato involontariamente in questa roba, però credo molto nei giovani, nella nuova generazione, credo nel loro modo di approcciarsi insieme: lo noto molto dai social, per esempio, c’è più integrazione.

Egosistema-Ecosistema. Chi è Maldestro in contatto con gli altri?
A volte sono turbato e tormentato, altre in pace con gli altri. Sono un essere umano pieno di contraddizione, come un po’ tutti. In questo periodo, in questo momento di tranquillità sono in pace con me stesso e con gli altri, è così che funziona: quando sei in pace con te stesso ti ritrovi a far la pace con l’altro.

Questo anche a livello musicale? Quindi la tua musica in rapporto con gli altri generi.
Ci sono dei ragazzi talentuosissimi che invidio molto, fanno delle cose che io non sono capace di fare, anzi a volte li disturbo per capire il loro linguaggio! È fondamentale, è importante, altrimenti resteremmo arenati a Dante.
È importante che il passato non sia perso di vista, ma non deve essere assolutizzato, ma cercare insieme al presente di costruire qualcos’altro. Solo così si può andare avanti e fare dei passi in avanti.

Progetti futuri: hai accennato alla stesura del primo romanzo. Puoi accennare qualcosa?
Sì, sto terminando il mio primo romanzo e ho quasi finito la trilogia di racconti, ma è ancora tutto in divenire.

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Irma Ciccarelli
Classe 93, anno in cui David Bowie pubblica Black Tie White Nois. Campana di nascita, adottata dalla toscana Cortona (sì, la stessa di Jovanotti), da qualche anno vivo a Milano, di cui mi sono innamorata il 29 giugno del 2013. Perché ricordo la data? Perché a San Siro c’erano i Bon Jovi a infiammare il palco, ed io ero lì a sognare di intervistare la band. Ed eccomi qui: giornalista e studente di musicologia, il mio mantra è Long Live Rock, ma guai a chi disprezza i cantautori….e Beethoven (non il cane).

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