Un libro su uno scrittore decisamente rock and roll: William S.Burroghs

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Cosa c’entra l’evanescente e altero viaggiatore cosmico conosciuto con il nome di William S.Burroghs con il rock and roll?

Tutto.

Tutto e niente.

La coraggiosa Jimenez Edizioni pubblica questo bel libro scritto da Casey Rae che è direttore delle licenze musicali di Sirius XM e critico di lunga data.

Il libro è oggettivamente molto ben scritto e documentato, ottimamente tradotto e scorrevole e incentrato sulla ricerca delle connessioni tra il mondo del rock più legato alle correnti culturali e Old Bull Lee, come è stato chiamato Burroghs dall’amico Jack Kerouac nel romanzo capolavoro “On The Road”.

Così Jack Kerouac parla dell’amico William Borroughs, nel suo capolavoro “On the road”: ci vorrebbe una notte intera per raccontare di Old Bull Lee; per adesso diciamo solo che faceva l’insegnante, e a buon diritto, si può dire, perché passava tutto il tempo a imparare; e le cose che imparava erano quelle che considerava e chiamava “i fatti della vita”; le imparava non solo per necessità, ma per scelta. Aveva trascinato quel suo corpo lungo e sottile in giro per tutti gli Stati Uniti, e in gran parte dell’Europa e del Nordafrica, ai suoi tempi, solo per vedere cosa succedeva; negli anni Trenta aveva sposato una contessa russa in esilio solo per strapparla ai nazisti. […] Faceva tutte queste cose solo per sperimentarle. Ora si dedicava allo studio della tossicodipendenza.

[…] Passava lunghe ore coi libri di Shakespeare in grembo; il “Bardo Immortale”, lo chiamava. A New Orleans aveva cominciato a passare lunghe ore in compagnia dei codici Maya, e anche quando parlava con gli amici teneva il libro aperto in grembo. Una volta avevo detto: “Cosa ci succederà quando moriremo?”, e lui aveva risposto: “Quando si muore si muore, ecco tutto”. […] Bull aveva un debole sentimentale per l’America dei vecchi tempi, specialmente degli anni Dieci, quando […] il Paese era selvaggio, rissoso e libero, libertà di ogni genere in abbondanza per tutti. La cosa che odiava di più era la burocrazia di Washington; subito dopo venivano i progressisti; poi i poliziotti. Passava il tempo a parlare e a insegnare agli altri. Jane sedeva ai suoi piedi; io anche; e anche Dean (Neal Cassady, ndr); e in passato anche Carlo Marx (Allen Ginsberg, ndr). Avevamo tutti imparato da lui.

Definire quello che è la figura di Burroghs è davvero difficile, di sicuro non ti aspetti che abbia ascoltato il rock and roll.

Infatti questo fatto viene debitamente e giustamente sottolineato.

Nessuno come Burroghs è pero’ stato più influente sulla produzione musicale dei più intriganti e interessanti musicisti rock.

La bella copertina ci mostra David Bowie e Burroghs insieme, sicuramente il cut-up burroghsiano ha influenzato il Duca Bianco, cosa ampiamente ricordata e riconosciuta da Bowie stesso.

i primi a usare la tecnica del cut-up sono i poeti simbolisti francesi Rimbaud, Mallarmè e Baudelaire, la tecnica venne usata anche da John Lennon e Bob Dylan, per ampliare la possibilità espressiva direttamente rapportata alla tradizione di Lewis Carrol e T.S.Eliot.

William Burroghs, scrittore vicino alla Beat Generation da al cut up il significato di una tecnica di montaggio e ne implementa l’uso  facendo diretto riferimento all’artista Brion Gysin, dal quale prende le parole su una pagina come fossero segni di un dipinto, ritagliati da giornali e riviste e riarrangiati come frammenti.

David Bowie nel 2008 spiega così l’uso della tecnica:

“ scrivi un paragrafo o due descrivendo soggetti differenti, crei così una sorta di lista degli ingredienti poi tagli delle parti di discorso  formate da quattro o cinque parole  le mescoli e le rimetti in connessione.

Bowie nell’intervista descrive questo metodo come “a Western Tarot”, ovvero come se avessimo in mano delle carte con un potere spirituale, tipico dei tarocchi del selvaggio West, caratterizzati da una valenza mistica e meditativa, proprio come le carte ideate da Tina Festa che, alla fine del percorso di apprendimento di Primo Livello, regalano sorprendenti meraviglie che ci emozionano nel profondo.

David Bowie usava quindi il cut-up per scrivere i testi delle sue canzoni e si rende conto con il passar del tempo, che più il suo stile musicale subiva trasformazioni, più tendeva ad usare questa tecnica così feconda. Si serviva addirittura di un programma informatico ideato per lui da un suo amico con lo scopo di “mangiare parole” e restituirle indietro con un ordine diverso, dando origine a significati diversi. Faceva esperimenti anche con articoli di giornale, testi delle sue poesie e con le pagine di libri di autori diversi. Immagazzinava tutte queste parole nel suo PC, come fosse un magazzino, un contenitore di informazioni, poi schiacciava un tasto e “randomizzava” il tutto. Durante questo processo di “randomizzazione”, il Duca Bianco si rese conto che l’accoppiamento di 3 o 4 idee dissociate tra loro, creava relazioni scomode, problematiche e che proprio questi strani abbinamenti, davano vita a nuove, stupefacenti idee. Ora sappiamo finalmente il perché le canzoni di David Bowie si distinguono dalle altre. I suoi testi ripropongono parole identiche, con significati totalmente diversi, a volte incomprensibili.

Mistero, ecco cosa traspare in modo prepotente dalla figura e dal mondo burroghsiano, il mistero di una intelligenza superiore, controcorrente, rivoluzionaria ma decisamente old America.

L’approccio è quasi veterotestamentario, pieno di rimandi a un sentire che è fuori dal tempo e tutto viene descritto in modo estremamente pertinente in questo bellissimo libro.

Gli incontri con le personalità più importanti della musica rock, la vita tormentata e le scelte iconoclastiche ante litteram.

Alla fine, quello che più traspare è l’assenza di una figura simile attualmente, capace di rapportarsi da simile a simile in un mondo che cade in delirio davanti a chiunque.

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