La lunga agonia del mondo dello spettacolo

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Spettacolo

Ci voleva una pandemia per incrementare i problemi dello spettacolo e la musica dal vivo. Il settore era da tempo in forte crisi nonostante l’aumento del pubblico. Complice l’aumento dei prezzi dei biglietti, la speculazione del secondary ticketing messa in atto dalle maggiori agenzie di management e booking, la mancanza di una politica culturale di questo e dei governi precedenti, e non da ultimo un inevitabile declassamento dell’interesse degli italiani verso la cultura. 

Non starò qui a citare la televisione ma è indubbio che se gli italiani passano il tempo a vedere risse in tv e desolanti show serali di gossip anziché leggere libri e andare a teatro e al cinema, non ci si può aspettare di meglio. 

Dunque crisi industriale e culturale che da mesi è esplosa in conseguenza del lockdown e del coronavirus. Attualmente risultano disoccupati oltre 400mila lavoratori dello spettacolo, non solo artisti e attori, parlo di musicisti, tecnici, attrezzisti, scenografici, addetti di palco, direttori della fotografia, coreografi, elettricisti, fonici, runner, costumisti, operatori di ripresa, autori, registi, addetti alla produzione, addetti alla security, uffici stampa, produttori. E potrei continuare all’infinito. Un mese di blocco nel comparto musica, teatri, cinema equivale a una perdita di 8 miliardi di euro. I dati ufficiale del 2019, in epoca pre-covid indicano che In termini economici il settore dello Spettacolo ha inciso per il 6,8% sulle attività economiche del Paese, per un totale di 96 miliardi di euro nel solo anno 2019. Non sono noccioline ma se c’è qualcuno che ha ricordato la grave crisi del settore è stato il Papa. 

Questo settore non fa solo “divertire” come incautamente ha detto il presidente Conte, fa ruotare anche l’indotto nel turismo, trasporti e commercio decuplicando il valore economico reale. Il lockdown ha causato da una parte “un silenzio assordante”, dall’altro la solita arte italiana del tenersi i soldi in tasca in attesa di una fantomatica ripresa. Zero investimenti, zero fondi. Stato praticamente assente, agenzie di booking che hanno incassato soldi delle prevendite di concerti mai realizzati. Gli artisti? A parte qualche malumore espresso sulle loro pagine social, l’unico che ha messo in campo una proposta seria è stato Fedez, anche se nella logica dell’assistenza diretta. “Creiamo un fondo di sostegno economico ai lavoratori dello Spettacolo mettendo sul piatto i soldi dei minimi garantiti dei nostri contatti. Io ci metto il 100% e contemporaneamente lo facciano le agenzie di booking che hanno incassato le prevendite, perché dalla politica non mi aspetto nulla”.

Apriti cielo. Finimondo? Inizia una partecipazione di solidarietà tra tutti gli artisti? Parte l’effetto Domino? Macché. Silenzio. Chi fa da sé fa per tre. 

Qui non si è ancora capito o si fa finta di non credere che è in gioco l’intera cultura di un Paese. Quando un Governo decide che in un qualsiasi teatro di una qualsiasi capienza, debbano entrare solo 200 spettatori e all’aperto in un qualsiasi luogo, che sia un parco o uno stadio solo 1000 spettatori, sancisce la morte della musica, del cinema e del Teatro. Perché le stesse norme non vengono applicate ai Supermarket? Centi commerciali e megastore? Per quale ragione scientifica o commerciale una felpa e un caricabatteria devono contare più di una sinfonia di Beethoven, di un film dei fratelli Cohen o di uno spettacolo teatrale o di una mostra di Bansky? È evidente che lo spettacolo e la cultura nel suo complesso sta all’ultimo posto nell’agenda di Governo. Bene, allora mettiamola così. Tra due anni ci saranno le elezioni, con vaccino o senza andremo a votare. I numeri e i voti sono le cose che più interessano ai politici. Dunque credo sia arrivata finalmente l’occasione storica per creare una grande mobilitazione e un movimento serio, programmatico e organizzato sull’intero territorio nazionale. Meno Flash mob e più proposte sostenibili e rivendicazioni dirette. Un programma suddiviso in due parti, una diretta all’immediato con le giuste rivendicazioni e diritti dei lavoratori dello spettacolo con una loro quota già stabilita a cominciare dal recovery fund, la seconda in un’ottica a medio termine che trasformi e semplifichi norme, leggi e concessioni di spazi adeguati allo spettacolo sul modello adottato da altre nazioni europee: vedi Francia, Germania, Regno Unito e Spagna. Meno burocrazia e più concessioni trasparenti ad associazioni culturali, operatori e comitati di quartiere sia per l’usufrutto di spazi urbani dei Comuni (al 50 % inutilizzati nelle grande aree metropolitane) sia per i vari bandi, film commission, etc di iniziative culturali da destinare non ai soliti privilegiati ma anche a piccole e medie realtà produttive. Non si tratta di fare una rivoluzione politica o ideologica, di occupare piazze tra flash mob e slogan di pura protesta, ma di salvare il lavoro e la crescita economica e culturale di un Paese e non è poco. 

Un’occasione come questa non capiterà più. Se non saremo capaci di salvare lo spettacolo saremo condannati a una vita sterile, robotica e senza emozioni.

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Roberto Manfredi
Ha iniziato a lavorare nella discografia nel 1975, collaborando tra gli altri con Fabrizio De Andrè, Paolo Conte, Roberto Benigni, Skiantos e Roberto Vecchioni. Per la TV, è stato capoprogetto e autore di innumerevoli programmi musicali e produttore esecutivo di molti format. Ha scritto per Antonio Ricci, Piero Chiambretti, Gene Gnocchi, Serena Dandini, Simona Ventura, Mara Maionchi e tanti altri. Inoltre ha pubblicato sei libri, tra i quali Skanzonata (Skira editore), Talent shop – dai talent scout a Talent show (Arcana), Cesate Monti, l’immagine della musica (Crac Edizioni) e Artisti in galera (Skira). È anche regista di video clip, film e documentari biografici. Ha vinto un Premio internazionale con il film Il sogno di Yar Messi Kirkuk . Attualmente è regista del tour teatrale Love & Peace di Shapiro-Vandelli. Scrivere è la sua passione.

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