Gianluca De Rubertis. Riflessioni sul crescere e sul vivere quotidiano

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Gianluca De Rubertis

Nuovo album per Gianluca De Rubertis, in pista nel mondo della musica dal 2001, da quando forma il gruppo Studiodavoli. A quasi vent’anni da allora, e dopo altre esperienze discografiche, prima come Il Genio e poi da solista, l’artista leccese pubblica «La violenza della luce» per la multinazionale Sony. Un album che conquista dalla prima canzone «Voi mica io», un’invettiva che pare rivolta agli altri (Voi che vivete nel dissapore/Mentre mangiate prodotti bio…Voi che mio figlio è sempre il più bello/Sette miliardi di bella gente/Voi che non fate mai come gli altri/Però seguite la corrente) e che poi invece si ritorce contro. 

È un album che denota un cambio di passo. De Rubertis si rivela capace di riflessioni sul senso della vita utilizzando la leggerezza del pop. La sua voce da basso profondo assegna originalità allo scorrimento melodico della canzone. C’è mestiere, ma soprattutto c’è ispirazione e creatività nel suo modo di proporre canzoni. Stavolta le ha registrate prevalentemente nello studio milanese di Lele Battista con agli strumenti Carmelo Gitto e Andrea Rizzo (batteria), Matilde Davoli (chitarre e producer), Jessica Testa e Francesco Del Prete (violino), Barbara Cavaleri (cori), Leziero Rescigno (batteria e producer) infine lo stesso De Rubertis alla voce, sintetizzatori, basso e chitarre. 

Stai presentando questo album in varie parti d’Italia. Come riesce un musicista a programmare date con le restrizioni per il Covid che ogni giorno cambiano?
Siamo in una situazione che non è facile da sopportare. Seguo le regole, ma la categoria degli artisti sta rischiando molto. Con queste restrizioni stiamo andando verso la distruzione della libertà individuale. No, io non ho chiesto il reddito di cittadinanza. Non sopporto l’idea di ricevere soldi senza lavorare, voglio poter esercitare la mia professione. Ancor prima che uscisse il disco abbiamo fatto una serata per tirarci su il morale all’Apollo Club di Milano, insieme al batterista dei Bluvertigo, a Roberto Dellera e altri.

Con queste restrizioni vengono a mancare anche le manifestazioni, per esempio ti hanno mai invitato al Club Tenco? Le manifestazioni dal vivo sono in sofferenza, ma con questo nuovo album conto di partecipare a qualche passaggio televisivo. Già il tg3 mi ha dedicato un ampio servizio e a Sky mi hanno fatto una bella intervista. Per quanto riguarda il Tenco ho partecipato a una loro manifestazione a Cantù, mentre a Sanremo non sono mai andato, ma conto prossimamente di esserci. A questo punto per l’anno prossimo. 

Quando l’album era ormai finito è arrivata una canzone che è diventata il primo singolo. Una canzone solare, ispirata dal mare, che ha preso il nome di «Pantelleria», come è scaturita?
Pantelleria è un brano che mi è giunto in vesti misteriche, ad un risveglio d’una notte a Milo, in Sicilia, a due passi dalla casa di Franco Battiato. Non saprei riferire il come e il perché questa canzone sia affiorata quasi spontaneamente, quello che so è che per me è uno scrigno di superbe sensazioni provate anni fa tra i venti e i marosi di questa meravigliosa isola italiana.  

Il secondo singolo che esce in concomitanza con l’album si intitola «Solo una bocca», fatto per piacere al primo ascolto.
Si, l’ho scritto in una delle notti sofferenti e strane, ricordo che era notte fonda ed ero appena tornato da una serata fuori. Mi è arrivata subito la musica poi mi sono addormentato, ma dopo poche ore, ormai all’alba mi sono risvegliato perché sentivo che dovevo finire la canzone. Nel giro di un’ora ho completato tutto, testo e musica. Per me le cose più riuscite non arrivano mai dopo giorni di lavoro, infatti credo di possedere un approccio più poetico che narrativo.

L’album invece si apre con «Voi mica io», brano sferzante, una specie di «Avvelenata» di gucciniana memoria. Molto ben riuscito, per certi versi viene in mente anche De André. D’accordo?
Quel brano è nato da un post che feci su Facebook e che suonava come un’invettiva, poi da quel post mi è scattata l’idea di continuare con un elenco di cose da associare al voi mica io. Quando mi sono messo a scriverla era un periodo di mia turbolenza interna e di crescita. Alla fine ho capito che nello stesso tempo diventava un’invettiva contro me stesso.

A seguire arrivano «Versateci del vino» e «Che ci facciamo noi», che sembrano canzoni collegate, alla maniera concept?
Infatti nel comunicato stampa ho detto che non si tratta di un concept album, ma di un concept senza concetto. C’è molta empatia nella scrittura di queste canzoni. Pensavo al mondo intero e mi veniva da piangere per l’umanità, soffrivo per coloro che hanno ogni giorni problemi da risolvere. Sono brani che nascono dalla consapevolezza di una crescita, dove comincio a vedere la miseria nel divertimento. Il fatto di cantare «santa voglia di ballare» sembra come un inno alla gioia e invece nasconde una critica a questo modo di fare. Oggi poi con le regole del distanziamento si chiede ai giovani di rinunciare a tutta la carica vitale che hanno. Quindi «santa voglia di ballare», ma nelle strofe affiora anche quella tristezza profonda, di essere consapevoli del fatto che il vino è un rimedio a questa tristezza infinita che ti può cogliere. Sapere che siamo poi soli, che ci manca qualcosa, sapere che la gente desidera sempre quello che non ha e così la rende infelice.

Nel finale una canzone ancora molto orecchiabile, ma nello stesso tempo molto riflessiva. Ci si interroga sul significato della vita?
Senza volerlo quell’idea di concept persiste nell’album. Qui ho ripreso una canzone che ho ascoltato da Padre Bruno Faciotti quando ero ancora un bambino. Andavo più facilmente a trovarlo quando capitavo a Roma, poi si è trasferito dalle parti di Bitonto, ma in ogni caso quando ci siamo rivisti abbiamo dato corso alla sistemazione del brano che trovo giusto per la chiusura dell’album. 

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Giordano Casiraghi
Nato in Lombardia, prime collaborazioni con Radio Montevecchia e Re Nudo. Negli anni 70 organizza rassegne musicali al Teatrino Villa Reale di Monza. È produttore discografico degli album di Bambi Fossati e Garybaldi e della collana di musica strumentale Desert Rain. Collabora per un decennio coi mensili Alta Fedeltà e Tutto Musica. Partecipa al Dizionario Pop Rock Zanichelli edizioni 2013-2014-2015. È autore dei libri Anni 70 Generazione Rock (Editori Riuniti, 2005 - Arcana, 2018) e Che musica a Milano (Zona editore, 2014).

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