Lo abbiamo atteso giorno e notte, lo abbiamo immaginato, intuito, sognato. E oggi, alla fine, è arrivato: Letter To You, il nuovo disco di Bruce Springsteen gira finalmente sui nostri piatti, in loop senza soluzione di continuità. Dodici brani, dodici perle nella notte di un anno orribile che non vuole finire. Springsteen – a 71 anni – è ancora in grado di farci piangere, di farci sognare, di farci ballare e cantare come se avessimo 20 anni e tutta la vita davanti. Springsteen a 71 anni dimostra agli scettici e ai presunti artisti delle ultime generazioni la differenza che intercorre tra anima e immagine, tra essenza e apparenza, tra sostanza e forma, tra cuore e calcolo. Springsteen nel corso degli anni ci ha stupito tante volte ma con Letter to You ci coglie di sorpresa. Sì perché l’album è al tempo stesso un salto nel passato e uno sguardo verso il futuro. E’ la sublimazione della E Street Band, che per Bruce non significa soltanto rock’n’roll e compagni di viaggio, ma anche amicizia, affetto, stima, amore. Tra le dodici canzoni – tutte suonate e registrate in presa diretta agli Stone Hills Studios in New Jersey – ce ne sono tre che risalgono agli Anni Settanta e che in qualche modo non hanno trovato posto nei dischi pubblicati all’epoca. Sono “Janey Need A Shooter”, “Song to Orphans” e “If I Was The Priest”. Tre brani che hanno impresso a fuoco il sound della E Street Band, tre pezzi che ci fanno respirare l’aria di un’epoca e di un mondo che non esistono più. Tre brani che oggi suonano in tutta la loro potenza come se fossero stati composti adesso. Canzoni che avrebbero fatto la fortuna di qualsiasi disco, ma sappiamo che Bruce escluse da Darkness On The Edge Of Town, perfino una canzone come “Because The Night”, regalandola a Patti Smith e facendo la sua fortuna mondiale. Ma anche i pezzi nuovi – quelli che Springsteen ha composto negli ultimi mesi, e quelli che teneva nel cassetto, hanno uno stile inconfondibile: molto suonati, molto sax, molte chitarre, la batteria potente di Max Weinberg, piano e organo a suggellare il tutto.
L’album si apre con una ballata, “One Minute You’re Here”, sussurrata più che cantata, che ti stende fin dal primo ascolto. Segna il ritorno a casa dell’antieroe Springsteeniano e ti racconta la malinconia della solitudine e quella che ti arriva quando capisci di essere diverso da come ti aspettavi. Il disco si chiude con “I’ll See You In My Dreams”, un pezzo altrettanto malinconico che parla di chi non è più tra noi fisicamente, ma rimane comunque accanto a noi: “Ti rivedrò in sogno”, canta Bruce ed è un atto di fede al quale nessuno di noi vuole sottrarsi. In mezzo, c’è tutto il resto della vita: la gioia, la paura, la tristezza, gli echi Dylaniani, l’amicizia, la fede, l’amicizia, l’amore, ovvero tutte cose che ti salvano la vita. Nel bene e nel male. E poi c’è la voce di Bruce: matura e a tratti più ruvida, ma sempre potente, penetrante, confortante. Bruce Springsteen è perfettamente consapevole del tempo che passa, non lo nega e non lo nasconde, anzi lo racconta, come se in questo modo potesse esorcizzarlo. In “Last Standing Man” canta:
“Le notti al Columbus e al Ballo dei Pompieri, Il venerdi sera alla sala del sindacato, i club delle giacche di pelle nera lungo la Route 9, Tu conti i nomi di quelli che mancano e conti il tempo.
La pietra dell’eternità mi ha sollevato in qualche modo, in alcuni luoghi mi ha portato in alto, in maniera forte e potente, altre volte mi ha portato dritto in fondo al cuore della folla. Sono l’ultimo uomo rimasto adesso…”
Ecco, Springsteen si immagina come uno di quei marinai che nei secoli passati si faceva tatuare sulla schiena la rock of ages, ovvero una pietra a forma di croce su cui si avvinghiava una donna. Un simbolo cristiano che significa fortuna e salvezza, ma soprattutto una fede incrollabile. La leggenda vuole, infatti, che in caso di cattura da parte dei nemici, l’uomo che portava sulla schiena il tatuaggio della croce dell’eternità avrebbe sopportato meglio la sofferenza delle frustate.
Bruce Springsteen è realmente l’ultimo uomo che resiste, quello che non si piega né si rassegna. E lo dimostra con questo disco, bellissimo, potente, malinconico, intenso e poetico. Mi chiedo – alle 2.18 di questo 23 ottobre 2020, come sarebbe stato sentirlo dal vivo questo disco, come sarebbe stato con il sax di Clarence (senza voler togliere nulla a Jake), come saremmo stati noi, lì sotto al palco a cantare con lui. Fuck Covid! Anche noi continuiamo a resistere, a schiena dritta, per rivedere Bruce sul palco nel più grande rito laico catartico e rigenerante: un suo concerto.








































Un album fin commovente per la sua bellezza.
Ha la capacità di essere vintage e fresco allo stesso tempo.
Parla apertamente di morte eppure è così vivo e forte.
Chapeau, Bruce.