Dodi Battaglia: “Ho nostalgia dei Pooh. Chi non rispetta le norme anticontagio è uno sciagurato”

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Figlio di una famiglia di musicisti, a soli 5 anni Dodi Battaglia inizia a suonare la fisarmonica, per poi passare alla chitarra, e diventare nel giro di qualche anno uno dei chitarristi più apprezzati al mondo. Nel giugno del ’68, all’età di 17 anni, entra nei Pooh al posto di Mario Goretti, sostituendolo alla chitarra a partire da settembre. È così che inizia la Leggenda.

Il chitarrista storico dei Pooh, nel nuovo singolo, One Sky (uscito il 16 ottobre) “incrocia” la chitarra di un’altra leggenda, Al Di Meola, jazzista di fama mondiale, gettando le basi del suo nuovo album, in uscita il prossimo anno.

Come sono i primi riscontri di One Sky?
Mi stanno arrivando, e sei la prima a cui lo dico, ottimi segnali spotify sul brano, un’impennata spaventosa di ascolti. Mi diceva il mio discografico che questo brano in un solo giorno ha superato di dieci volte tutti gli scaricamenti dei miei precedenti dischi da solista (che sono già tre). Sono molto contento e orgoglioso, per me e per Al, anche perché la maggior parte degli ascolti arrivano dagli Stati Uniti, Inghilterra e Germania, quindi mi “assale”anche un po’d’orgoglio italico.

Vi aspettavate questo riscontro?
Quando fai le cose e le vivi profondamente, ci “credi”, ma le cose che piacciono a chi le fa non sempre piacciono al pubblico. Il riscontro con l’estero mi lusinga particolarmente: in Inghilterra è uscita anche una bellissima recensione sul progetto, la scorsa settimana. Consideriamo anche che Al non ha ancora condiviso l’operazione sui suoi social (che sono molto attivi), quindi siamo “pronti” a un riscontro anche maggiore di questo. Questo brano anticipa un nuovo disco, che uscirà all’inizio del prossimo anno. Un disco che non avrà lo stesso tipo di “imput” strumentale.

Come hai conosciuto Al Di Meola?
Anni fa con i miei amici e colleghi Pooh sono andato a un suo concerto. Alla fine del live lui scese dal palco e andò in giro per la sala, come uno spettatore qualsiasi. Io ero lì e abbiamo fatto due chiacchiere, molto referenziali. Poi durante un’altra serata, in occasione del compleanno di Zucchero, noi Sorapis, gruppo che posso definire goliardico (con Zucchero, Dodi, Vandelli, Umbi dei Nomadi, Fio Zanotti e Torpedine), ci eravamo ripromessi di suonare qualcosa. Prima di iniziare a suonare vidi Al Di Meola nella sala, e Zucchero lo coinvolse in un blues con noi (imita la voce di Zucchero nel chiamare Al). Questo è accaduto più di 20 anni fa.

L’operazione di oggi nasce invece dalla voglia di collaborazione che ha recepito il mio discografico, Marco Rossi (di Azzurra Music), che un giorno mi ha chiesto:“ti piacerebbe una collaborazione con Al Di Meola?”. Che è come dire a un amante del calcio: “vuoi fare 4 calci con Maradona?”. Ovviamente ho detto subito di sì. Poi ci siamo visti su Skype, io a Bologna, il mio discografico a Verona, lui nel New Jersey, e abbiamo parlato del brano, di cui avevo già dato le basi, con queste parole: “One sky, one world, one you”. Al è rimasto molto entusiasta del pezzo, che poi si è perfezionato con la sua maestria. Nel video che uscirà a breve ho visto proprio la sua partecipazione fisica al brano, cosa inusuale per musicisti come lui con indole più jazz che pop. Poi ogni volta che gli mando un messaggio mi riempie di “cuoricini” entusiasti: sono contento.

One Sky è un titolo che possiamo definire evocativo. Che rapporto hai con la fede?
Con la fede ho un rapporto quotidiano, perenne. La fede però bisogna coltivarla. Ora non voglio di certo fare il filosofo, perché faccio tutt’altra professione, ma ho un’età in cui posso dare almeno un parere. Con la fede ci “nasciamo”, abbiamo questa curiosità spinta dalla fede, dalla speranza che è in noi, ma bisogna anche coltivarla e “aiutarla”. Da bambini ce lo dicevano: “Aiutati che il ciel t’aiuta”.

È un concetto che possiamo ricondurre al periodo che stiamo vivendo…
Questo periodo ci sta coinvolgendo in maniera importante, con questo secondo ritorno dei contagi. È un periodo avvilente, soprattutto per noi artisti. Per noi che viviamo di aggregazione, toglierci questo da un momento all’altro è stato particolarmente brutto, da tutti i punti di vista.

Come allevi il periodo di stop?
Dal canto mio posso dire che non sono stato fermo neanche durante il lockdown. Sono usciti due singoli, Sincerity, con un incedere jazz, e Il nostro tempo, con Mario Biondi e altri artisti (come Curreri), i cui proventi sono andati a sostegno delle persone anziane durante la pandemia. In quel periodo ho anche cominciato a buttare giù i brani che andranno a comporre il nuovo album.

L’album esce solo a inizio 2021. Causa Covid?
No, perché sono ancora a metà dell’opera. Ci sono 5/6 brani, ma il tutto è ancora da perfezionare.

Prima di Al di Meola hai collaborato con Tommy Emmanuel. Manca il terzo nome per una tripletta.
(Risata divertita) Sarebbe un sogno fantastico il nome che ho in mente. Devo dire che tra le tante gratificazioni che ho avuto dalla vita c’è stata quella che mi ha regalato la Fender, la più grande produttrice di chitarre del mondo, che ha realizzato a mio nome un modello, una Stratocaster, una signature su mie specifiche, andata anche bene in commercio. La Fender ha scelto i rappresentanti di 5 Nazioni, e tra i vari nomi di prestigio c’è anche un “certo” Eric Clapton. Lui aveva un concerto in Italia nei mesi scorsi. E io avevo il biglietto, perché volevo esserci. Il concerto poi è stato rimandato al prossimo anno, ma io sarò sempre presente, con il mio “bigliettino”. In quell’occasione, a Bologna, se mi dessero l’opportunità di portare i saluti della mia città, farei quella tripletta “da sogno”, una tripletta con cui non farei semplicemente gol, ma vincerei proprio il campionato!

Sei apprezzato non solo in Italia. Riconoscimento che viene da una lunga gavetta.
Le cose non vengono mai da sole, non è sufficiente avere un’indole musicale. Ho iniziato a suonare a 5 anni, suonavo la fisarmonica. A 14 anni ho cambiato strumento, e lì è nata una passione travolgente con la chitarra. Quando ho iniziato con i Pooh, che avevano appena inciso Piccola Katy, non mi era richiesto nulla se non suonare bene il brano, una cosa alla fine anche “elementare”. Io allora ho cercato di dare la mia impronta allo strumento, non fermandomi alle cose semplici, ma cercando un modo di suonare lo strumento, provando a sviluppare una mia maniera su uno strumento di impronta internazionale, con un approccio mediterraneo, meno tecnico e più cantato. Quindi ho davvero studiato tanto per raggiungere quella tecnica.

Con i Pooh hai attraverso indenne diverse generazioni. Che rapporto hai coi fan?
Con i fan ogni giorno è stato ed è un idillio. Per quanto mi riguarda è una cosa fantastica. Una delle grandi motivazioni del successo dei Pooh, oltre allo studio e il talento, è stato proprio il nostro pubblico. Perché se non avessimo avuto un pubblico così attento e benevolo nei nostri confronti non saremmo durati 50 anni. Per cui il pubblico è stato uno dei motivi più importanti della nostra carriera, e spesso nei nostri brani c’erano storie che il nostro pubblico ci veniva a raccontare. Alla fine dei concerti eravamo soliti stringere qualche mano, scambiare qualche chiacchiera con qualche fan, che poi son diventati conoscenti e poi amici. Credo che i Pooh siano diventati così popolari perché parlavano un linguaggio che la gente capiva, perché erano storie che loro vivevano.

Con i Pooh c’è stata una separazione “consensuale”. Vi sentite ancora, come nei “migliori matrimoni”, anche dopo il divorzio?
(Risata divertita). Ci sentiamo ancora sì, e “senza avvocati”.  Ci sono “dalla nostra” 50 anni di collaborazione, amicizia, solidarietà, e cose fantastiche vissute insieme. Le cose, belle e brutte, ti legano a dei luoghi, a delle persone. È inevitabile che si faccia quotidianamente i conti con il nostro passato. Non nego che mi ritrovo a sognare di essere in viaggio, o sul palco, con i miei amici. Ognuno di noi ha progetti da portare avanti, ma nel mio subconscio sogno di vivere ancora le cose con loro.

Hai collaborato anche con Vasco Rossi.
Vasco credo sia uno dei più grandi personaggi e artisti che abbiamo. Nel corso della mia carriera ho fatto collaborazioni disparate, a iniziare dalla più grande di tutti, Mia Martini.
Ogni volte dalle collaborazioni ne uscivo rafforzato, con più esperienze, con più vitalità, imparando dagli altri. Vasco mi è stato proposto da un mio carissimo amico, che ora purtroppo non c’è più, Guido Elmi, che ha collaborato con lui una vita.
Diventando il suo produttore mi ha chiesto di incidere le chitarre per Una canzone per te. Poi ho inciso anche Va bene, va bene, e Toffee.

All’inizio della carriera hai aperto il concerto di un “certo” Jimi Hendrix.
Sì, però lui era Hendrix e io un ragazzino di periferia (aveva 17 anni). Lì non era bravura, ma solo incoscienza. La mia.

Chiudiamo con un occhio di riguardo per la nuova preoccupante risalita dei contagi.
L’unica cosa che possiamo fare, alla luce di ciò che accade, è metterci bene in testa che dobbiamo continuare a fare sacrifici se non vogliamo fare del male a noi stessi e ai nostri figli. Dobbiamo usare tutti i dispositivi anticontagio ed evitare stupide aggregazioni e manifestazioni, come se non fosse niente.
Sono morte delle persone, e tante oggi non lavorano. Quelli dello spettacolo sono fermi addirittura quasi da un anno. Quindi se qualcuno di noi vede che c’è chi non rispetta queste norme, è autorizzato a “dargli una cappocciata”, perché si tratta solo di sciagurati.

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