Trent’anni senza il nostro caro AMICO Ugo

0
Ugo Tognazzi

Pupi Avati rincorreva da diverso tempo Paolo Villaggio per convincerlo a fare il protagonista nel suo terzo film (i primi due furono un fiasco) La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone (1975). Sapeva di poterlo trovare a Torvajanica per i tornei sportivi che era solito organizzare Ugo Tognazzi nella sua famosa residenza che tutti chiamavano Villaggio Tognazzi. Quando Avati arrivò si trovò davanti ad alcuni dei più importati personaggi del mondo del cinema degli anni ‘70: Vittorio Gassman, Luciano Salce, Michele Placido, Giuliano Gemma e anche Paolo Villaggio, a cui lasciò la sceneggiatura. L’attore, evidentemente non interessato, la abbandonò su un tavolino. Quindici giorni dopo Pupi Avati ricevette una telefonata da Parigi e all’altro capo c’era Ugo Tognazzi che si proponeva come protagonista della sua “Mazurca…”. Aveva letto per puro caso la sceneggiatura trovata a casa sua e si era entusiasmato così tanto all’idea di fare quel ruolo che decise di prendere una percentuale sugli incassi e rinunciare al suo normale cachet da quasi duecento milioni a film.

Questo era Ugo Tognazzi. Amante del cinema, del teatro, degli amici, delle donne e della cucina. Un uomo appassionato della vita e dell’arte. In quasi quarant’anni di attività davanti alla macchina da presa si è guadagnato un posto d’onore tra i grandi rappresentanti del nostro cinema. Un mattatore al pari di Gassman, Sordi e Manfredi che ha alternato commedie e drammi, lavorando con alcuni dei più grandi registi del panorama italiano. Tratteggiatore perfetto di personaggi provinciali e viscerali, ha saputo dipingere con intelligenza e malinconia il lato grottesco della vita.

Tognazzi ha iniziato il suo percorso con il varietà, il primo spettacolo a quattro anni d’età, con la televisione e con ben 43 “comicarelli” girati tra il 1950 e il 1961, per arrivare al primo vero ruolo importante ne Il federale di Luciano Salce (1961). Volto perfetto per rappresentare l’uomo di mezza età con i suoi fallimenti e i suoi “pruriti” per le giovanissime come ne La voglia matta (1962) o La bambolona (1968), ma anche attore ideale, come Sordi e Gassman, per raccontare i cambiamenti degli anni sessanta con La vita agra (1962), I mostri (1963) e i tre capolavori di Marco Ferreri, L’ape regina (1963), La donna scimmia (1963) e Marcia nuziale (1965), dove sfodera una ombrosa ironia che ritroviamo in molti dei suoi ruoli.

Rispetto ai suoi colleghi Tognazzi non si trasformava in “macchietta”, ma usava una calibrata caratterizzazione fisica e accentuava spesso una sorta di “nordicità” che lo rendeva capace di costruire personaggi unici e ricchi di chiaroscuri. Era perfetto anche in parti più decise e forti come ne Il commissario Pepe (1969) o ne In nome del popolo italiano (1971) e in interpretazioni all’epoca “azzardate” come in Splendori e miserie di Madame Royale (1970) o Il vizietto (1978).

Per gli “addetti ai lavori” uno dei suoi ruoli più importanti fu in Padre di famiglia (1967) di Nanni Loy, che in realtà fu suo solo perché l’attore scelto, un certo Totò, morì pochi giorni prima dell’inizio delle riprese. Ma sono sicuramente gli anni ‘70 quelli della sua totale maturità e consacrazione con tante altre grandi storie come Venga a prendere il caffè da noi (1970), La grande abbuffata (1973), sempre dell’amico Marco Ferreri, Romanzo popolare (1974) e soprattutto Amici miei (1975), dove interpreta con garbata buffoneria il leggendario Conte Mascetti.

In mezzo a tutti questi film, Tognazzi ha avuto anche il tempo di dedicarsi a una complicata vita sentimentale, amata moltissimo dai giornali “rosa”. Dopo una relazione con la ballerina Pat O’Hara, da cui nasce il futuro regista e attore Ricky, ha una serie di avventure con donne rigorosamente straniere come la spagnola Eslava Nieves, le francesi Hélène Chanel e Caprice Chantal; poi, nel 1963, sposa la collega norvegese Margaretha Robsham, che gli dà il suo secondo figlio, Thomas. Sarà l’attrice italiana Franca Bettoja a condurlo di nuovo sull’altare nel 1972 e a farlo diventare nuovamente padre della regista Maria Sole e dell’attore Gianmarco.

Un altro elemento importante della sua vita è stata la passione per la cucina, che lo ha portato a scrivere libri di ricette come L’Abbuffone (1975) o Il Rigettario (1978) e a dare consigli culinari su diverse riviste femminili.  Tifoso del Milan, calciatore dilettante e a detta di molti amici pessimo tennista, è stato per anni l’organizzatore di un famoso torneo di tennis a cui partecipavano i più grandi nomi dello spettacolo, non solo italiano, che si contendevano Lo Scolapasta D’Oro, un ironico riferimento alla ben più nota “insalatiera” della celeberrima Coppa Davis.

Pensando oggi alla sua gioia per la vita e alla sua impressionante filmografia, si fa davvero fatica ad omaggiarlo come si deve, ma per celebrarlo in questi trent’anni dalla sua scomparsa potete intanto cominciare guardare o riguardare questi fondamentali cinque bellissimi film. Due di questi li potete vedere anche su Cine 34, che oggi dedica la programmazione dell’intera giornata proprio a Ugo Tognazzi.

La grande abbuffata (1973)

Ugo Tognazzi

Ugo Tognazzi già dal primo film, L’ape regina (1963), diventa l’alter-ego del regista Marco Ferreri, un po’ come fu tra Marcello Mastroianni e Federico Fellini. Il volto dell’attore rispecchia perfettamente la linea comunicativa del suo regista in quasi tutti i film girati insieme, ma il loro connubio giunge all’apice proprio con la loro sesta e penultima collaborazione, La grande abbuffata.
Ferreri convince Tognazzi a girare il film semplicemente dicendogli che la trama era una storia dove si mangiava, si cagava, si scopava e si moriva. Millantò di aver già convinto gli altri tre attori: Marcello Mastroianni, Philippe Noiret e Michel Piccoli, ma in realtà a ognuno di loro aveva detto la stessa cosa. Quasi inconsapevolmente gli interpreti e il regista si ritrovano immersi in un’avventura cinematografica quasi totalmente priva di una vera sceneggiatura, con scene improvvisate, recitate a getto continuo e dove si ci ingozzava sul serio.
Un film dove la finzione artistica è quasi insistente, in cui i quattro attori hanno trovato una sintonia perfetta grazie anche al fatto che i personaggi si chiamassero con i loro stessi nomi di battesimo. Un caso unico nel panorama cinematografico mondiale. Ferreri riesce a fabbricare una storia liberatoria appoggiandosi molto alla vera psicologia degli attori e li lascia esprimere secondo il loro personale stato d’animo.
La trama di quattro grandi amici che decidono di autodistruggersi in un’orgia di cibo e di sesso non piace al pubblico del Festival di Cannes, dove era in concorso, e viene fischiato pesantemente già a metà proiezione. Il clamore e lo scandalo trasformano ironicamente questa ferocissima critica al consumismo e al mondo borghese in un enorme successo al botteghino e Marco Ferreri diventa uno dei registi più importanti del cinema internazionale. Neanche a dirlo, quasi tutti piatti presenti nel film sono cucinati dallo stesso Tognazzi.

Amici miei (1975)

Ugo Tognazzi

Il primo film della trilogia di Amici miei viene inizialmente girato da Pietro Germi, autore anche del soggetto, che si ritrova costretto ad abbandonare il set a causa del sopraggiungere di una gravissima malattia. Viene sostituito da Mario Monicelli, che decise di trasferire la storia da Bologna a Firenze. Quello che successe dopo è storia del cinema. Tognazzi qui interpreta il Conte Raffaello Mascetti, il ruolo iconico più importante della sua carriera. Un totale burlone, fedifrago, imbroglione ed eterno bambino il cui unico scopo nella vita è il divertimento a scapito del mondo intero, che “prende per il culo” perfetti estranei e affetti personali senza distinzione alcuna.
Re incontrastato della “supercazzola” e delle “zingarate” compiute con altri compagni di viaggio e complici interpretati da grandi attori, ma non famosi quanto lui in quel periodo, del cinema europeo: Gastone Moschin, Philippe Noiret, Adolfo Celi e Duilio Del Prete, che nei due seguiti verrà sostituito da Renzo Montagnani. Cinque inseparabili amici che per combattere la tristezza e la malinconia tipica dei cinquantenni si rifugiano in una serie di avventure goliardiche e scherzi geniali dettati da una eterna immaturità.
Nonostante la caratterizzazione dei personaggi, Amici miei rimane comunque un inno alla vita, un film cult che a sua volta è pieno di momenti cult come quello in cui i cinque protagonisti prendono a schiaffi i viaggiatori in partenza dalla stazione di Santa Maria Novella. Una ripresa che ha visto Tognazzi e Co. colpire sul serio le malcapitate comparse, su indicazioni dello stesso Monicelli, per rendere la scena più realistica. Neanche a dirlo, non tutti la presero benissimo.
Come le classiche commedie all’italiana anche Amici miei ha una comicità spesso cinica e insolente, ma è nel finale che si caratterizza con una “crudeltà” beffarda che lo rende unico nel panorama cinematografico di quel periodo e che non si riesce a replicare nella stessa maniera nei due film successivi. Tognazzi qui è superlativo, Gastone Moschin lo segue a ruota.

Il vizietto (1978)

Ugo Tognazzi

Uno degli attori italiani più pagati degli anni ’70 accantona momentaneamente i panni del “tombeur de femmes” e si trasforma, cosa non nuova per lui, per entrare in un mondo di paillettes e lustrini, piume e gonnelle, parrucche e rossetti. Un mondo rosa e luminoso pieno di vita e libertà, condito di tappezzerie sgargianti, cuscini a cuore, statue di uomini nudi e servizi da tavola raffiguranti orge e peni. Insomma il mondo del Vizietto.
Tratto dalla pièce teatrale La Cage aux folles del 1973, il film diventa, nella stagione 1978/79, uno dei più grandi successi in Europa e negli Stati Uniti, grazie alla felice intuizione del regista, Édouard Molinaro, di recuperare uno dei due interpreti originali visti sul palcoscenico, un gigantesco Michel Serrault, e di “aggraziare” un macho come Tognazzi per interpretare il ruolo forse più difficile del film.
L’attempato Renato, ex eterosessuale e padre, è infatti combattuto quando vede il suo amatissimo compagno Alben, in arte Zaza Napolì, indossare nei momenti meno opportuni lustrini e parrucche che dovrebbe utilizzare solo durante gli spettacoli nel loro locale notturno, il Cage Aux Folles. Questa lotta all’interno di Renato si materializza ancora di più quando si trova costretto a organizzare una cena a casa sua per conoscere i genitori della fidanzata del figlio: una coppia di bigotti in cui il marito è un politico in cerca di consensi. Sarà un ingestibile e “delirante” catastrofe, con una serie di trovate esilaranti e dai tempi perfetti, grazie anche l’incredibile personaggio del cameriere Jacob, interpretato dall’attore e ballerino statunitense Benny Luke.
Il vizietto è ancora oggi un film travolgente e sorprendente che ha avuto tre meritatissime e inaspettate nomination agli Oscar, tra cui miglior regia, e un riuscito remake americano, diretto da Mike Nichols, che ha tra gli interpreti un insolitamente “moderato” Robin Williams nei panni che furono del nostro Tognazzi.

I viaggiatori della sera (1979)

Ugo Tognazzi

Come Gassman, Manfredi e Sordi anche Tognazzi si è cimentato dietro la macchina da presa, magari non con enorme successo, ma sicuramente con grande stile, toccando in più casi anche il mondo della fantascienza.
Tratto dall’omonimo romanzo di Umberto Simonetta, I viaggiatori della sera è ambientato in futuro distopico non molto lontano, e ancora oggi terribilmente attuale, in cui a causa del sovrappopolamento viene attuata una nuova legge in cui gli uomini e le donne al compimento dei cinquant’anni devono obbligatoriamente trasferirsi in un villaggio per anziani con tutti i confort.
Orso (Tognazzi) e Niki (Ornella Vanoni) sono due coniugi ribelli, liberi e moderni che, controvoglia, vengono accompagnati dai figli, perfettamente aderenti alle nuove regole, in questa nuova futuristica struttura che nasconde un terribile segreto. I residenti infatti partecipano a una specie di lotteria che dovrebbe premiarli con una bellissima crociera, ma che in realtà li porta in un luogo sconosciuto per essere soppressi.
Una storia che ricorda sicuramente altri film di fantascienza, come il precedente La fuga di Logan (1976) o il successivo The Island (2005), ma che sotto la regia di Tognazzi diventa qualcosa di atipico sia nel ritmo, a volte forse un po’ lento, che nel racconto di una società tipicamente italiana fatta di figli egoisti, nipoti aridi e nonni dai contorni sessantottini e hippie.
Dei cinque film diretti da Tognazzi, girati in un arco di tempo piuttosto lungo, dal 1961 al 1979, questo suo ultimo rimane il più surreale e difficile, ma funziona per la dimostrazione di un certo coraggio creativo e per le interpretazioni dei protagonisti. Tognazzi non perde lo stile dei personaggi malinconici ma anche incazzosi interpretati nella sua lunghissima carriera e trova nella Vanoni, che già aveva importanti trascorsi teatrali, una partner ideale in grado di trasmettere toni crepuscolari e amari che si amalgamo in una storia sul tempo che inesorabilmente passa troppo velocemente e che vanifica le prospettive di un futuro che cambia, in peggio, con altrettanta velocità. Un grido di allarme per le generazioni future.

La tragedia di un uomo ridicolo (1981)

Ugo Tognazzi

Bernardo Bertolucci mette in scena una storia dalle sfumature pirandelliane, come ricorda anche il titolo, per evidenziare le contraddizioni dell’uomo moderno e nello stesso tempo per giocare con il pubblico.
Il film parte infatti con un rapimento, che ricorda quelli tipici del terrorismo anni ’70, con tanto di indagine della polizia, rappresentata da “figure” alquanto grottesche, ma poi cambia rotta ampliando il discorso sul conflitto generazionale e sulle priorità che un “uomo ridicolo” può identificare nella sua vita.
Primo Spaggiari (Tognazzi), industriale caseario, assiste con il suo binocolo al rapimento del figlio e si rivolge alla polizia prima ancora di aspettare la richiesta di riscatto dai rapitori. Preso dai sensi di colpa per non essere stato un buon padre, si rende presto conto che quello che davvero è importante per lui è l’azienda di famiglia a cui tiene più di ogni altra cosa, il vero figlio da proteggere e salvare.
Lentamente la storia diventa più volutamente confusionaria, così come i sentimenti e i pensieri, che sentiamo fuori campo, del protagonista. Un vero e proprio viaggio nei sentimenti confusi di un classico uomo borghese contornato da figure ambigue come la moglie (Anouk Aimée) e la fidanzata del figlio (una quasi esordiente Laura Morante), che lo portano in un percorso allucinatorio e anche un po’ mistico.
Bertolucci nel suo cinema ha sempre messo alla berlina il mondo borghese e grazie a Tognazzi riesce a dare in questo film quel tocco ironico che solo un grande interprete poteva esprimere. Forse non è il miglior film del regista, ma sicuramente è il ruolo che al nostro Ugo fa vincere il premio più importante della sua carriera, quello per la miglior interpretazione maschile al Festival di Cannes.
Nonostante la carriera di Tognazzi sia proseguita ancora con una quindicina di film, tra cui Amici miei atto II°, è per molti La tragedia di uomo ridicolo la chiusura perfetta della carriera di un attore che ha lasciato un vuoto che nessun collega è riuscito ancora a colmare.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome