Giuseppe Anastasi: «Faccio questo lavoro per comunicare, ma anche per vivere e mangiare»

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Giuseppe Anastasi

“Io scrivo sempre, passo metà della mia esistenza a farlo e così le canzoni si accumulano. Tra queste, ce ne sono alcune che dò ad altri artisti. Mentre altre, a cui sono molto affezionato e che esprimono solo ed esclusivamente il mio pensiero, le tengo per me”

Con questo pensiero inizia l’intervista con Giuseppe Anastasi in occasione dell’uscita del suo ultimo album dal titolo Schopenhauer e altre storie.

L’autore continua dicendo che in realtà non avrebbe voluto fare altri dischi dopo Canzoni ravvicinate del vecchio tipo, il suo primo album, ma dopo aver ottenuto una Targa Tenco e il successo riscontrato, come dire, “ci ha preso gusto”. Ed ecco che dopo varie letture filosofiche, da Schopenhauer, Nietzsche, Marx fino a Heidegger, Anastasi ha scritto nuovi 12 brani, definiti con il termine “stanze”.

“Questo album è come se fosse una casa in cui ci sono 12 stanze ed ognuna è arredata in un certo modo. Spero che l’ascoltatore, dalla prima alla dodicesima traccia, abbia un percorso fluido. Questa è stata la ratio fondamentale della tracklist e il motivo per cui in parte questo progetto può essere considerato un concept album: il filo conduttore è l’amore, ma non solo ed esclusivamente quello di coppia, ma in generale”

Non solo, Giuseppe Anastasi ha espresso il suo punto di vista in merito all’interruzione dell’attività artistica a causa dell’emergenza sanitaria e di come il Governo stia gestendo la situazione.

“Il mio punto di vista è negativo perché con questa pandemia si è capito ancora di più di quanto la cultura non venga considerata. Sono solo canzonette, come direbbe Bennato, tutto quello che è musica leggera è diventato inutile, a discapito di tutto un settore che invece produce una grossa percentuale del PIL, e soprattutto di tante famiglie che vivono con questo. È tutto da rivedere, anche politicamente. Faremo sicuramente qualche cosa in streaming, che dovrebbero essere regolamentati. Altrimenti, c’è l’urgenza di fare silenzio, totalmente, visto che non contiamo nulla, che siamo considerati non utili per il Paese. A questo punto, smettiamo di produrre dischi, film, di pensare ai live e vediamo che cosa succede, vediamo quanto la gente ha bisogno di queste cose”.

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Irma Ciccarelli
Classe 93, anno in cui David Bowie pubblica Black Tie White Nois. Campana di nascita, adottata dalla toscana Cortona (sì, la stessa di Jovanotti), da qualche anno vivo a Milano, di cui mi sono innamorata il 29 giugno del 2013. Perché ricordo la data? Perché a San Siro c’erano i Bon Jovi a infiammare il palco, ed io ero lì a sognare di intervistare la band. Ed eccomi qui: giornalista e studente di musicologia, il mio mantra è Long Live Rock, ma guai a chi disprezza i cantautori….e Beethoven (non il cane).

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