Renato Zero: “Ai discografici non frega se un giovane fallisce, pensano solo ai soldi. Ultimo e Diodato prenderanno il mio posto”.

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Che Renato Zero stimi i meridionali in maniera particolare, lo si intuisce dai quindici minuti buoni di elogio che riserva al sud, tra una chiacchiera e l’altro sul nuovo disco. Vedere uscire dalla bocca e dagli occhi di un grande artista, che ha fatto la Storia della musica italiana, tanta attenta disamina sulla condizione del sud, riempie i polmoni di speranza. Quella speranza che ci ha abbandonati ormai da tempo. Noi abbandonati dalle istituzioni, annegati nei pregiudizi, ma sempre fieri. Grazie Renato.

“L’errore dei politici è stato quello di fare di tutta l’erba un fascio, senza posizionare la lente sulle varie condizioni del popolo italiano, che non si può omologare, perché è diverso in ogni categoria e anche ogni regione: il nord, il sud e il centro hanno infatti posizioni molto distanti.

Questa distanza l’hanno creata i politici, per amministrare le ripartizione degli aiuti e competenze, e il sud è stato lasciato al buio. Quella del sud è una popolazione che si è sempre distinta: se prendiamo lo studio, la formazione, la cultura, i meridionali negli atenei hanno fatto strike, brillando per la loro forza e risultati.

La manodopera meridionale, poi, ha fatto di Agnelli e della Fiat il colosso che conosciamo. Dobbiamo quindi tornare a considerare questa parte d’Italia completamente trascurata. Aggiungiamo poi la condizione degli extracomunitari che arrivano proprio nelle zone del sud del Paese, un altro fardello di cui si fanno carico queste regioni”.

Zerosettatanta, il monumentale progetto di Renato Zero per festeggiare i suoi primi 70 anni (30 settembre, data di relaise del primo disco), si avvia alla seconda tranche, con la pubblicazione di Volume due, il secondo disco della prestigiosa trilogia, in uscita il 30 ottobre.

Volume due è il naturale prosieguo dell’album precedente: quattordici nuove canzoni (prodotte da Zero per Tattica) che consolidano collaborazioni inaugurate in Volume tre, con Phil Palmer, Alan Clark e Adriano Pennino.

Questa volta è l’amore a farsi largo, e permette a Renato di raccontarsi senza indugi, tra ironia e provocazione, ma sempre con spietata sincerità, quella che lo contraddistingue. In Volume due ritroviamo subito il giovane Lorenzo Vizzini, già dal primo singolo, L’amore sublime.

Renato ha spiegato come le distanze generazionali cadano facilmente davanti alla comunanza di anime affini: “Sono quelle coincidenze della vita che ci permettono di abbattere questo tabù che ogni generazione ha la sua platea, le sue abitudini o potenzialità. Lui ha 27 anni, io 70, c’è un “7” che ci accomuna, e anche tanta voglia di fare della buona musica. La presenza di Lorenzo è molto evidente in questi tre album: sono rimasto “scioccato” quando l’ho ascoltato la prima volta, perché da un ragazzo di 27 anni, leggere della poesia così “alta”, questi pensieri così adulti, è una cosa che mi fa ben sperare nel futuro di queste generazioni”.

I brani del disco sono dei veri e propri manifesti, che vanno a toccare le corde di tematiche imponenti. Vergognatevi voi ci offre lo spunto per parlare della débâcle, causa Covid, del settore dello spettacolo, abbandonato dalla politica. “Mi soffermo su precedenti molto gravi, partendo dalla disaffezione delle botteghe, esercizi che davano “da mangiare” a intere famiglie, ed erano punti fondamentali per l’economia del Paese e anche per l’occupazione – è l’esordio di Renato.

La sparizione di queste attività ha portato alla celebrazione di aziende multinazionali che guadagnano qui e “spendono a casa loro”. Anche gli artigiani, che fine hanno fatto? Una categoria in Italia che brillava anche all’estero per i manufatti, le sculture. Ci siamo poi disfatti di Valentino, di Fendi, liquidando anche la fetta d’Italia che ci rappresentava nella moda e nel costume: siamo colpevoli anche noi di aver mollato la presa.

L’unica categoria che è stata completamente silenziata da un giorno all’altro è quella degli artisti, dove si riponeva una grande speranza. Abbiamo sempre sostenuto che la nostra professione è di conforto e appoggio alla salute morale e intellettuale del Paese. Noi non facciamo canzonette. Dalle penne di Puccini abbiamo sempre esportato il nostro genio e talento con gran soddisfazione, così come la canzone leggera.

La canzone napoletana in particolare è quella che ancora oggi gode nel mondo di grande considerazione e affetto. Dobbiamo reimpossessarci del nostro Paese, della nostra vitalità e speranza. La politica deve aprire gli occhi e cercare di mettere a segno una rimpatriata dei valori e della consistenza del nostro essere italiani”.

Anche con Prima che sia tardi e Vergognatevi voi, si rintraccia un ulteriore pretesto per parlare dell’importanza della musica nella società. “Voglio fare questa riflessione, e credo sarete d’accordo tutti. La musica, il teatro, il cinema, la letteratura, l’arte figurativa, pittorica, tutto quello che è patrimonio culturale, da solo forse la rivoluzione non la porta avanti, ma l’insieme di questa ossigenazione può fare la differenza, modificare le conoscenze, renderle ancora più forti, determinate.

Io sono stato un ballerino, ho fatto l’attore, sono passato attraverso una serie di avventure che mi hanno fortificato, reso degli anticorpi efficaci, e soprattutto mi hanno creato quella convinzione che queste realtà si sposano, nonostante i governi si lasciano sfuggire la frase gravissima: “la cultura non dà da mangiare e non è determinate per lo sviluppo del Paese”.

Noi se siamo salvi e siamo qui lo dobbiamo anche a Giuseppe Verdi, ad Anna Magnani, a Marcello Mastroianni, a Edoardo De Filippo, a Pirandello. Il nutrimento non è solo quello fisico, ma anche quello dell’anima, della testa, del cuore”.

Tornando all’amore, colonna portante del disco, Zero sottolinea come sia un sentimento da tutelare fino allo stremo. “L’amore necessita di tutela, e deve esercitare questa contaminazione anche verso gli altri. Abbiamo visto il tragico esempio di quel ragazzo invidioso della felicità di quei due giovani, che li ha massacrati. Questo è un segnale che fa emergere quanto questa condizione vada difesa. L’amore va difeso anche da questi attacchi, che non provengono solo da giovani in preda a crisi di gelosia, ma dalla società stessa, che ci vuole privare di questo vantaggio.

I social, ad esempio, ammucchiano le vite, le rendono piatte e uniformi: questa massificazione la combatto dall’inizio della mia carriera”.

Un dialogo con la nostalgia, che ci è tanto cara in questi tempi bui, la ritroviamo invece in Grandi momenti, dove Zero rievoca anche i Beatles. “La nostalgia sa prendere il posto della paura, perché ha più forza della paura. È un’ancora, un porto sicuro. La paura alla fine ha i minuti contati, perché se la confrontiamo ad un vissuto, si spera ricco, e così rappresentativo delle nostre conquiste, ecco che diventa un elemento secondario e marginale”.

Nel disco c’è spazio anche per un Renato inedito, “nonno Renato”, che con La mia carezza “Per Virginia e Ada” decanta un’emozionante lettera alle nipoti. “Ho sempre cercato di preservare i miei affetti, la mia personale vita in cui mi imbatto in ruoli che non sono quelli dell’artista ma quelli del nonno, in questo caso. Aver svelato l’attaccamento verso le mie due nipoti vuol essere anche una dimostrazione di come un artista trasgressivo, come sono stato io, ha la forza, volontà e passione, verso due creature, dando valenza alla parte privata e affettiva. In questi tre album ho raccontato un po’ tutte le mie facce, questo è un passaggio che non potevo evitare”.

Il provocatorio In manette l’astinenza, mette a tacere i puritani. Renato racconta senza reticenze il suo trascorso personale, ritrovando nella scuola il ruolo principale di “educatore” ai “tabù” della sessualità.
Ho subito sulla mia pelle un certo tipo di frustrazione e aggressività da parte della società e anche della vita, in qualche misura. In questo momento è difficile osservare dove sia la violenza e dove sia il suo riscatto, c’è una grande confusione. Oggi dobbiamo mettere in campo un altro tipo di risorse rispetto a quello che ci viene mostrato, dal bullismo al femminicidio, l’aggressività su persone definite “diverse”. Io partirei dalla scuola, dall’educazione civica, cercando di imprimere alle generazioni future questa consapevolezza che da loro dipende la serenità del pianeta e la sua durata”.

Il tempo che passa non intacca l’entusiasmo dell’artista. Concetto che ritroviamo con La logica del tempo. La forza di queste opere è a beneficio di chi le attua, un piccolo egoismo di noi artisti che dobbiamo soddisfare il nostro appetito personale. Queste partiture musicali devono prima soddisfare la nostra esigenza primaria, senza perdere di vista ovviamente la coerenza e la passione per raggiungere i risultati. Poi vanno al pubblico, e se il lavoro è soddisfacente, il pubblico detrae i benefici di cui parli. La musica possiede una funzione curativa, naturalmente”.

La provocazione pungente verso i cantanti della nuova generazione si infila invece nei ritmi carioca di Troppi cantanti pochi contanti. “Questo brano è una carezza, non uno schiaffo. C’è un’esortazione anche al riflettere sulla scelta di fare l’artista, il musicista. La sovrappopolazione di artisti non è incoraggiante: lo sarebbe se il pensiero di far parte di una categoria fosse supportata dalla convinzione che abbiamo effettivamente le carte in regola per affrontare il microfono, la telecamera, piuttosto che il palcoscenico. Bisogna sentirsi un po’ più responsabili. Il discografico vuole far correre tutti i cavalli, perché tutti gli danno il fatturato. A lui non gliene frega niente se il ragazzo rimane deluso e si porta dietro il fardello di non essere stato avvisato sulle controindicazioni del fallimento – è il duro rimprovero di Renato.

Fallire a 20 anni potrebbe essere pericoloso per molti ragazzi. Il mio è il discorso di un amico di 70 anni, che ha succhiato tanto la vita, tante esperienze e incomprensioni. Quindi ragazzi, preparatevi, mettetevi l’armatura, cercate di proteggervi. E questo si fa con lo studio, il sacrificio e il senso di autocritica. Nella vita bisogna essere sereni, appagati. Non importa il “mestiere” che si fa, in fondo tutti abbiamo un pubblico”.

La canzone, trascinante, in cui trova onore un coro cesellato dai Neri per caso, porta anche ad una domanda quasi ovvia: Renato Zero intravede un suo erede?
Mi auguro che non esista un erede di Renato Zero, ma esistano tanti altri, che hanno raccolto l’esempio di Renato, Battiato, De Andrè etc. Bisognerebbe che le radio italiane riproponessero queste grandi pagine di musica, piuttosto che lo scarto di altri Paesi, come l’Inghilterra e l’America. Noi abbiamo da sostenere un patrimonio nostro musicale, una tradizione fortissima di grande spessore e bellezza. Ripartirei da questo: se non andiamo a riproporre dei modelli, realtà delle nostre tradizioni, rischiamo di perdere la nostra identità”.

Renato aggiunge a margine ulteriori considerazioni sui giovani, e sulla loro evidente solitudine, che spesso e volentieri trova sfogo proprio nella musica. “Avere l’opportunità di potermi confrontare con le nuove generazioni è un valore del quale mi servo per meglio comprendere ciò che sono oggi e quello che oggi scrivo e interpreto. Nei giovani, questa evidente solitudine, proviene sicuramente da un esercizio di tutela e conservazione scaduto come lo yogurt. Un tempo potevamo essere intercambiabili e fare più esperienze, dal pianobar al teatro intellettuale, insomma c’era il modo di verificare il proprio talento. Adesso invece non ci sono più le cantine o i piccoli club, è tutto svanito. È rimasta – sottolinea nuovamente – una discografia fragile e inconsistente, che si accontenta di quel poco che si riesce a racimolare. Bisogna che ci sia il desiderio di chiamare i nostri amici, e “costringerli” a imparare uno strumento, perché la musica va fatta insieme.
Un giorno che rinuncerò a “essere Renato Zero” – aggiunge onestamente – mi piacerebbe che il posto che lascio vacante fosse occupato da chi mi rispetta in quanto fa i sacrifici che ho fatto io, che si impegna come mi sono impegnato io. Ultimo e Diodato potrebbero prendere il mio posto”, è la sua sincera chiusa.

Un Renato sincero sia nella chiacchiera che nel disco, che in Volume due non interrompe il fil rouge iniziato con il primo album, e si mette completamente a nudo, senza peli sulla lingua, come piace a noi.

Tracklist Zerosettanta-volume due:
1. Il grande incantesimo
2. L’amore sublime
3. La logica del tempo
4. Non è amore
5. Prima che sia tardi
6. L’idea di te
7.In manette l’astinenza
8. Bella scommessa
9. Vergognatevi voi
10. La mia carezza “Per Virginia e Ada”
11. Troppi cantanti pochi contanti
12. Come non amarti
13. Grandi momenti
14. Se sono qui

2 COMMENTI

  1. Grazie Maestro! La mia stima e il mio grandissimo affetto risalgono all’adolescenza, più di quarant’anni fa e sono molto orgogliosa di Lei!

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