USA e inclusività: le fantastiche 4

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Il 3 novembre gli Stati Uniti andranno al voto. Gli ultimi giorni di confronto prima di arrivare alle urne, si sa, sono sempre i più accesi in ogni competizione. E questa regola non esclude certo le consultazioni USA. Non mancano i colpi bassi, gli appelli accorati, gli schieramenti delle celebrities e gli scandali dell’ultimo minuto.

Quella del 2020 è stata nel suo complesso una campagna molto difficile: i sondaggi hanno mostrato rimonte e vantaggi sempre minimi e il primo confronto tra i candidati alla Presidenza, l’unico vis a vis, verrà ricordato probabilmente come il più litigioso della storia.

Il fatto che queste elezioni siano arrivate in un momento in cui il mondo è a soqquadro ha reso di certo la competizione poco serena. Ma oltre, ovviamente, ai dibattiti che non sono mancati sulla pandemia che ha sconvolto il 2020, è stato un altro il tema più sentito e caldo di questi mesi per gli USA: l’inclusività.

Le battaglie di Black lives matter –  e più in generale quelle delle minoranze etniche – hanno avuto infatti un ruolo fondamentale nel Paese e lo hanno scosso in più occasioni. Frequenti sono stati anche i focus sui diritti, poco valorizzati persino oltreoceano, delle donne e della comunità LGTB+. La parità di genere e il desiderio di inclusività sono diventati argomenti quasi all’ordine del giorno in ogni trasmissione televisiva e dibattito USA.

Anche Hollywood ha fatto dell’inclusività un tema centrale. L’Academy, sulla scia del MeToo, ha finanche modificato i requisiti base che un’opera cinematografica deve rispettare per poter concorrere alla statuetta di miglior film. Dal 2024 infatti percentuali minime sulla presenza di donne, minoranze etniche, comunità LGTB+ e diversamente abili saranno obbligatorie sia dietro le quinte che sullo schermo. Le polemiche anche in questo caso non sono mancate, perché secondo molti l’estro creativo potrebbe essere compromesso, ma il segnale è stato forte: anche l’arte ha bisogno di diventare inclusiva.

Vero è che prima di Trump gli USA hanno avuto un presidente afroamericano e che c’è chi è pronto a scommettere che nel 2024 la Prima potenza mondiale sarà guidata da una esponente del gentil sesso. Ma oggi – nonostante si parli sempre più di frequente di inclusività, minoranze etniche e parità di genere – i candidati alla presidenza degli Stati Uniti sono ancora due uomini bianchi.

Ci sono però, nella fazione democratica, quattro figure che stanno facendo la differenza. Si tratta nello specifico di quattro donne che appartengono a minoranze etniche e che sono diventate, a loro modo, protagoniste di questa campagna elettorale in cui inclusività è una parola chiave. Alcuni loro gesti o discorsi, sono stati fondamentali nel corso di una competizione che ha messo al centro l’uguaglianza e i diritti civili, temi per cui tutte si battono da sempre.

Ecco quattro brevi ritratti di donne forti di cui l’America, e forse la politica in generale, ha assoluto bisogno.

  • Kamala Harris

Nessuna sorpresa, la candidata alla vicepresidenza che corre in ticket con Joe Biden è ovviamente una delle grandi protagoniste della competizione elettorale. Se i democratici vincessero sarebbe la prima donna a ricoprire il ruolo di vicepresidente degli USA e in 244 anni di storia è la terza ad essere stata candidata alla carica. 55 anni, senatrice della California con alle spalle studi giuridici, figlia di una scienziata indiana e di un professore di economia giamaicano. Lei si definisce “una donna di colore”. Aveva partecipato alle primarie democratiche proprio contro Biden ma si è ritirata già prima di metà strada. Nei suoi discorsi appassionati non si è mai risparmiata ed è arrivata a definire il Presidente Trump un razzista nel corso di un comizio nel North Carolina. Durante il dibattito con il suo diretto competitor Mike Pence, vicepresidente e attuale candidato per i repubblicani, la Harris ha nettamente prevalso discutendo di emergenza sanitaria, temi ambientali ed evasione fiscale. Ma ciò che di quell’incontro/scontro resterà nella storia sono cinque parole pronunciate dalla senatrice: “Mr. Vicepresident I’m speaking”: signor Vicepresidente, sto parlando io. Kamala Harris ha così bloccato le continue interruzioni di Pence che cercava di sovrastarla nel corso del dibattito. Un gesto che non è passato inosservato soprattutto al popolo femminile e a tutte quelle donne che – sul lavoro e nelle vita – si sono sentite zittire da un uomo. La candidata democratica ha dimostrato di saper reagire a episodi del genere con classe, prontezza ed equilibrio.

  • Alexandria Ocasio Cortes

Nel titolo di un libro che racconta la sua storia la definiscono “la giovane favolosa”, Joseph Crowley che contro di lei si è sfidato nelle primarie del distretto di New York, le ha invece dedicato la canzone di Bruce Springsteen Born to run (Nata per correre). In molti già sognano di vederla in corsa per la Casa Bianca nel 2024. A 31 anni è la più giovane rappresentante del Congresso mai eletta (ne aveva 29 quando ha conquistato il seggio), ispanica e cresciuta nel Bronx. Vanity Fair Usa le ha dedicato la copertina del numero di dicembre, pubblicata in anteprima qualche giorno fa. A volere fortemente la sua candidatura all’assemblea americana fu nel 2018 Bernie Sanders che forse non si aspettava neppure che quella ragazza, che nella sua vita ha fatto i lavori più umili, sarebbe diventata una stella. Dopo il ritiro di Sanders dalle primarie presidenziali 2020 anche lei ha deciso di schierarsi accanto a Biden per cui si sta occupando principalmente di tematiche ambientali, avendo già proposto nel suo primo mandato una legge sul Green New Deal. L’impegno per rendere l’America un Paese più inclusivo per donne e minoranze etniche è invece per AOC, così la chiamano i suoi, una costante. Iconico resterà il discorso di risposta al deputato repubblicano Ted Yoho che la definì “Disgustosa, fuori di testa, una fott**a str**za”. La Cortes ha messo in luce l’ipocrisia tipica di tanti uomini che nasconodono dietro a un’apparenza di mariti e padri modello la loro violenza verbale nei confronti delle donne. Durante una seduta  del congresso infatti lo ha pubblicamente ringraziato “per aver mostrato al mondo che si può essere uomini di prestigio e aggredire le donne. Avere figlie e aggredire le donne, senza rimorso. Avere una moglie e aggredire le donne. Farsi delle foto e proiettare l’immagine di uomo di famiglia, e aggredire le donne, senza rimorso, e con un senso di impunità”.

  • Michelle Obama

Una delle first lady più influenti e apprezzate della storia degli USA, in tanti rimpiangono la sua permanenza alla Casa Bianca. E c’è addirittura chi sogna di vederla – prima o poi – seduta nello Studio Ovale, cosa che capovolgerebbe i ruoli in famiglia e renderebbe Barack Obama il primo first man della storia d’America. Carismatica, elegante, intelligentissima, sicura. È stata inserita dalla rivista Essence tra le 25 donne più ispiratrici al mondo. Laureata in legge ad Harvard, ha conquistato la stima degli americani già nel corso della prima campagna presidenziale che aveva visto il marito come protagonista. Il suo primo discorso alla convention democratica – in cui sottolineava che il lavoro e la dedizione sono mezzi di riscatto sociale. E in cui poneva l’attenzione su dignità e rispetto, che devono essere al centro dell’azione di ciascun individuo –  è stato definito dall’opinionista politico Andrew Sullivan “uno dei migliori, più commoventi, intimi, impressionanti, umili, e bei discorsi che io abbia sentito sul palco di una convention”. Si è schierata sin dall’inizio delle primarie democratiche accanto a Joe Biden, che nell’amministrazione Obama aveva ricoperto il ruolo di vicepresidente. Le categorie deboli sono da sempre state al centro delle sue disquisizioni politiche e, nel corso di questa campagna elettorale, si è focalizzata in particolare su donne e afroamericani. In un lungo video di 24 minuti, girato a favore di Biden e definito la sua requisitoria finale, Michelle Obama ha esplicitamente definito Donald Trump non degno del suo incarico. Secondo l’ex first lady, l’attuale Presidente “alimenta le paure degli afroamericani e degli ispano americani con la sua retorica razzista” e ha aggiunto che “Razzismo, paura, divisione sono armi potenti che possono distruggere questa nazione”. Ha poi concluso con un appello al voto pro-Biden, definendo il candidato democratico “un leader che ha il carattere e l’esperienza per mettere fine a questo caos provocato dagli anni di presidenza Trump. Una brava persona che comprende i problemi della gente comune”.

  • Meghan Markle

I protocolli reali non permetterebbero alla Duchessa del Sussex di votare alle elezioni USA, ma da quando Meghan Markle e suo marito il principe Harry hanno rinunciato al ruolo di reali di primo livello e si sono trasferiti in California, hanno deciso di impegnarsi apertamente anche in politica. Soprattutto la Duchessa che non dimentica le sue origini americane e che ha recentemente incontrato l’attivista democratica e femminista Gloria Steimen per una lunga chiacchierata. Pare che proprio in quell’occasione l’ex attrice protagonista di Suits abbia telefonato assieme alla Steimen ad alcuni elettori scelti casualmente per invitarli al voto: “Ciao sono Meg. Vai a votare”. La Duchessa non si è espressa pubblicamente in maniera palese sulla sua preferenza, ma si è detta entusiasta della candidatura di Kamala Harris, una donna mulatta, alla vicepresidenza. “Sono così felice di chi ci rappresenta in questa elezione – ha dichiarato – Crescendo come donna afroamericana è sempre stato importante vedere qualcuno che somigliasse a me in un certo ruolo. Puoi essere solo quello che puoi vedere”. Partecipazione femminile e integrazione razziale sono sempre stati temi cari alla Duchessa, che ha coinvolto nel suo impegno socio-politico anche Harry. Il nipote della regina Elisabetta, seduto accanto alla moglie in una diretta del Time 100 TALKS andata in onda lo scorso 20 ottobre, ha infatti invitato gli elettori americani a “rifiutare l’incitamento all’odio, la disinformazione e la negatività online”. I Sussex non hanno formulato esplicitamente un endorsement, ma hanno lasciato intendere che la loro simpatia va a Biden. La cosa stupisce poco visti gli ideali che muovono la coppia e visti i trascorsi che caratterizzano le dichiarazioni della Duchessa: basti pensare che, poco prima del fidanzamento reale, a ridosso delle presidenziali del 2016, la Markle aveva addirittura pubblicamente definito Donald Trump un misogino.

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