Paolo Ranzani: #LocaliChiusiCuoriAperti punta all’effetto domino solidale

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Da qualche giorno è nato sui social il progetto #LocaliChiusiCuoriAperti, una gara di solidarietà e una catena di professionalità che ha un solo scopo: offrire a chi è in difficoltà lavorativa un supporto concreto e reale attraverso le competenze di chi, oggi, se la passa un po’ meglio.

Ad aver pensato, programmato e reso possibile tutto sono stati Paolo Ranzani e Pepe Russo, due fotografi che hanno deciso di mettere a disposizione di attori, cantanti, ma anche ristoratori e proprietari di piccole attività i loro scatti in maniera gratuita. O, simbolicamente, al prezzo di un caffè offerto. L’idea è nata per diffondere un messaggio di ottimismo e collaborazione. Empatia è la parola chiave: perchè alla base di tutto c’è la capacità di sentire ogni difficoltà altrui anche un po’ come propria.

Lo slogan dell’iniziativa è molto chiaro: chi chiude è mio fratello. Nessuno è solo. In primis infatti, oltre a delle competenze importanti, vengono donati tempo e attenzione: due elementi che non hanno prezzo ma che assumono oggi un valore inestimabile. E che danno la spinta a un format nato da un piccolo gruppo, che sta crescendo quotidianamente e che inizia ad avere un respiro sempre più ampio. E che non si ferma solo alla filiera culturale e creativa ma arriva ai gestori di locali, ai piccoli negozianti e a chiunque ne abbia bisogno.

A farsi largo è il bisogno di avvicinarsi idealmente a qualcuno, in un momento storico che ci chiede invece di stare a distanza. E anche la scelta consapevole di non voler alimentare con la benzina il fuoco di una situazione già altamente problematica, ma di gettarci sopra dell’acqua per placare le fiamme. E di creare opportunità laddove esistono barriere.

Abbiamo intervistato Paolo Ranzani per farci raccontare meglio di cosa si tratta e come ha pensato a #LocaliChiusiCuoriAperti.

Tanto per cominciare anche la tua categoria professionale in questo momento non vive un bel periodo. Come ha affrontato e sta affrontando un fotografo professionista, che si occupa anche soprattutto di spettacolo, queste limitazioni?

Io, come ho detto anche in alcune associazioni di fotografi con cui mi sono confrontato in questo lungo periodo, mi reputo un fortunato. Il mio raggio di azione è ampio: lavoro tanto per la moda, la pubblicità, lo spettacolo ma sono anche autore di spot pubblicitari e si può dire che ho ampliato la mia offerta per quanto riguarda le competenze dell’immagine fotografica e del video. Quindi riesco a lavorare abbastanza. Anche durante il lockdown non ho mai smesso e ho realizzato due spot. E oggi, con le dovute attenzioni e precauzioni, posso fotografare negli studi e per la pubblicità. Visto il momento, non posso proprio lamentarmi. Però ci sono frange della fotografia, come i matrimonialisti o anche chi lavora solo i per i teatri, che patiscono tantissimo. Questo progetto sta diventando molto utile anche per loro. Insieme a TAU Visual (Associazione nazionale fotografi professionisti) stiamo cercando di declinarlo anche verso campi a cui  non avevamo pensato all’inizio: i fotografi che hanno dei problemi possono chiedere aiuto a quelli che ne hanno di meno. Ad esempio se io mi intendo di post-produzione posso aiutare un collega che in questo momento non fa nulla e fargli qualche lezione gratuita. È già qualcosa.

Come  e quando è partito questo progetto? Raccontaci

Io e Pepe Russo siamo due fotografi, io di Torino e lui di Napoli, e lavoriamo nella moda, nel cinema e nella pubblicità. Al momento, rispetto ad altri, ci reputiamo fortunati o comunque in grado di dedicare e donare tempo e competenze. Io avevo questa idea che mi frullava in testa: volevo mettere la mia professione a disposizione di chi ne aveva bisogno in qualsiasi campo, perché  mi piace avere un occhio più ampio e guardare verso tutti quelli che sono oggi in difficoltà con il lavoro. Pepe Russo aveva avuto un’idea simile per quanto riguarda gli attori, lavorando soprattutto con loro ha pensato subito a chi gli stava più vicino. L’ho chiamato e gli ho detto di coordinare le nostre posizioni, perché se si sente questo bisogno e questa necessità di dare e ricevere bisogna anche unire le forze. E così in pochissimo tempo, praticamente domenica 1 novembre, abbiamo messo su un gruppo e siamo partiti sui social: io ho creato il gruppo Facebook e lui la pagina Instagram e oggi siamo già a più di 300 tra iscritti e follower tra chi si è proposto, chi ha bisogno e chi ci sta seguendo.

Siete già riusciti a creare una rete di fotografi?

Ci sono tanti colleghi che si sono proposti per aiutare gli altri ma ci sono anche altri professionisti, al momento abbiamo ampliato la possibilità di contaminazione. Si è creata una rete di fotografi ma anche affini: ci sono videomaker, truccatrici, grafici, social media manager, professionisti che lavorano nel marketing…addirittura un pilota di drone! Il fatto che la diffusione abbia toccato vari ambiti può essere molto utile, ad esempio, per i ristoratori che in questo momento con il loro lavoro sono già bloccati a metà. Possiamo almeno aiutarli in qualche modo a cambiare direzione sul marketing e sulla pubblicità: avere un supporto di consulenza, modificare il logo, aggiustare qualcosa, chi lo sa. In questo momento tragico se si cerca di costruire, anche con un piccolo gesto, si riesce almeno ad ammorbidire e arrotondare le problematiche.

Esistono queste pagine social ma materialmente come funziona? Come si assegna chi offre la sua competenza a chi cerca aiuto?

Hai toccato il problema giusto! (ride ndr). È partita talmente in fretta questa idea che stiamo capendo adesso, e passo dopo passo, come muoverci e come organizzare la cosa. Stanno arrivando davvero tante proposte! Per il momento c’è un’esperta di marketing, che fa parte di quelli che hanno offerto il loro aiuto, che si è proposta anche per creare un file excel in cui inserire chi si offre e chi ha bisogno. Dividiamo il gruppo in due elenchi e li sentiamo in privato per avere mail e contatti. Poi, di tanto in tanto, pubblicheremo post e annunci per pubblicizzare le offerte disponibili: sarà come leggere un giornale e capire quale offerta c’è quel giorno in quella città. Nell’immediato sarà così perché fortunatamente il progetto ha preso piede, forse più di quanto ci aspettavamo, quindi ci stiamo organizzando un passo dopo l’altro per non perdere tutto questo materiale umano che ci sta arrivando e poterlo coordinare al meglio. Questo però non è il metodo principale: stiamo ascoltando chiunque ci voglia aiutare per organizzare ancora meglio, essendo un continuo divenire abbiamo sempre le antenne puntate per capire come fare e sicuramente ci saranno modi migliori per gestire la cosa. Un ragazzo che realizza siti web si è proposto per organizzare tutto su un sito: ho paura che sia un pochino lunga però in previsione dello sviluppo futuro del progetto, potrebbe comunque essere un’idea. È bello sapere anche che si sono diverse proposte per diverse soluzioni.

Possiamo dire però che il concetto di base funziona…

Direi di si. Anche perché il nostro fine principale – sapendo che non risolveremo la crisi e essendo consci del fatto che il dramma esiste ed è molto, molto grande – è provare a fare qualcosa di buono. Mi ha un po’ stancato leggere solo post di rabbia e di incazzature varie, che certamente vanno capiti, ovvio, perché ci sono delle problematiche non facilmente risolvibili. Però se l’essere umano riesce un attimino a creare un cortocircuito, a invertire la rotta e pensare a come stare bene tutti insieme, forse riesce anche a passare meglio e con una maggiore serenità sopra a questo momento. È un’utopia, ma se si formasse una catena umana e tutti riuscissero a fare una cosa del genere, sarebbe un bel segnale e ci sarebbero risultati differenti e concreti. Nel suo piccolo ognuno può fare la sua parte: questo è il segreto e la soluzione. Creare un effetto domino. Anche sulla questione teatri, piuttosto che sentire solo persone che si lamentano – a giusta ragione – per le chiusure e per la morte della cultura, mi piacerebbe anche sentire di qualcuno che per sovvenzionare il settore compra, ad esempio, già da oggi un abbonamento per il 2022. Non cambierebbe granchè ma sarebbe un segnale. Ci sono tante possibilità da esplorare in questo senso ma questo è un mondo non abituato alla condivisione. Noi abbiamo anche già ricevuto delle critiche.

Quali critiche?

In molti ci hanno accusati di voler sfruttare il momento per farci pubblicità, l’hanno vista come un’azione di marketing. Ma a questo io, Pepe Russo e tutti gli altri non avevamo proprio pensato! Ma c’è chi non è abituato a vedere che alcune buone azioni non hanno un doppio fine e pensa ci sia altro dietro. Ci sono stati invece altri che ci hanno detto che regalare la propria professionalità non è giusto per una professione come la nostra, quella dei fotografi, che è già spesso svenduta. Ci hanno accusati di dimostrare, con questo gesto, che il nostro lavoro non vale niente e si da via gratis non capendo che non era assolutamente quella la visione. Regalare non è svendere, anzi, è proprio dare un valore. Quando fai beneficenza non pensi che i soldi che dai in beneficenza li hai guadagnati lavorando e se li dai via il tuo lavoro non vale. Queste critiche mi hanno fatto capire che la gente spesso è tarata su un pensiero tendenzialmente negativo e che, quindi, in qualsiasi cosa fai vede l’ombra. Che ci sia anche chi la pensa così è una cosa tremenda che mi fa pensare e riflettere.

Per fortuna non è sempre così però!

No, certo, ovviamente, c’è anche il risvolto della medaglia! Da una parte mi rendo conto che molte persone non hanno il senso del valore, del dono e della  comunicazione ma dall’altra so che l’amore per il prossimo è un dono che torna come un boomerang. Ad esempio dopo aver offerto il mio aiuto a due attrici mi ha scritto in privato una donna dicendo che era una fortunata e che non ha bisogno di foto gratis ma anzi, voleva ringraziarmi e offrirmi un lavoro: delle foto per sua figlia che però lei vuole pagare.  Così l’effetto domino crea un loop e tutto torna, credo che tutto questo sia meraviglioso.

I progetti singoli e solidali sono importanti, ma come pensi che lo stato centrale dovrebbe supportare la filiera culturale e creativa, fortemente in crisi, in questo momento?

Io sono uno di quelli che pensa che ognuno dovrebbe fare e dire in base alle proprie competenze, gli allenatori da bar a me stanno un po’ antipatici. Quindi io non ho indicazioni da dare a chi ci governa. Tendenzialmente penso di potermi fidare di chi ha più informazioni di me su quel tavolo. E poi, in verità, possiamo dire che l’Italia comunque ha retto benino rispetto ad altri stati. Sicuramente quello che stanno facendo mi sembra che stia andando verso la direzione di bonus, ricoveri e aiuti che per ora è l’unica strada  percorribile. I soldi però devono essere spesi meglio. Perché c’è anche da dire che gran parte della responsabilità, in alcuni settori, è delle regioni che devono far qualcosa. E mi sembra di aver letto che alcune di queste non abbiano ancora speso i soldi che hanno ricevuto per affrontare l’emergenza, anche nel settore della sanità che è affidata alla politica regionale e che in molte regioni è un comparto ancora indietro.  È troppo facile dire che è tutta colpa del Governo, anche perché forse il problema sta a monte.

In che senso?

La cultura, i teatri, secondo me hanno un problema all’origine: per anni si è pensato che la cultura non desse da mangiare e non si è investito in una certa comunicazione. Se devo dare un’idea utopica direi che forse per sollevare la situazione bisognerebbe ri-partire dalla scuola e formare gli studenti in un modo in cui comprendano che la cultura è la cosa più importante. E che crescano con questa convinzione e necessità. Fra vent’anni allora non sarà lo Stato e non saranno gli operatori del settore a ricercare un popolo che segua la cultura, ma sarà lo stesso pubblico a cercarla perché è stato abituato ed è cresciuto così. Non può farne a meno, la vive come una necessità. Se non gli viene inculcata questa idea, però, è molto difficile che i ragazzi di 15 anni vadano di loro spontanea volontà a teatro. Allora bisogna trovare nella scuola una contaminazione con la cultura in modo che ci sia questa richiesta. Se c’è richiesta anche gli sposor investiranno in quel settore e tutto diventerà un circolo virtuoso.

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