Don Abbondio e quella Calabria che non avremmo voluto vedere

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Lo scandalo che ha coinvolto la sanità calabrese è ormai arci-noto per tutti. La regione con il settore sanitario più disastrato d’Italia è oggi, a quasi 9 mesi dall’nizio dell’emergenza sanitaria, senza un piano Covid a causa di un rimbalzo di responsabilità e uno scaricabarile di colpe che ha coinvolto il Commissario Regionale, l’amministrazione della Regione e il Governo centrale.

Inutile ripetere quanto la figura fatta dall’ormai ex commissario regionale alla sanità Saverio Cotticelli in TV sia indecorosa. Inutile ribadire quanto sia stato irrispettoso, da parte sua, ritornare in televisione a pochi giorni di distanza dalla prima intervista e poter anche solo pensare che 2 milioni di cittadini calabresi possano farsi bastare parole come “Non mi riconosco in quell’intervista, non sono io” o possano bersi scuse campate in aria del tipo“Sto cercando di capire con un medico cosa mi sia successo, perchè forse ho avuto un malore o altro”.

Inutile anche sottolineare quanta amarezza ha invaso i cuori del popolo calabrese alla scoperta che il sostituto del commissario Cotticelli sarà Giuseppe Zuccatelli. Un semi-negazionista, salito agli onori della cronaca per aver detto, qualche mese fa, che per essere contagiati dal Covid non bastano colpi di tosse o starnuti: bisogna baciare un positivo per almeno 15 minuti. Le mascherine, quindi, secondo lui, non hanno senso.

Più utile forse, fare tutti un mea culpa, e parlare oggi di una Calabria che non avrei voluto vedere, ma che è in parte responsabile di questo scempio. La terra che in queste ore mi è stata sbattuta davanti agli occhi, mi ha ricordato quella cantata da Brunori Sas nella sua Don Abbondio. Una delle tracce (che ci ha raccontato qui) di A casa tutto bene, che suona come una dedica amara e cruda rivolta alla casa che io e  questo talentuosissimo cantautore abbiamo la fortuna, e forse un po’ anche la sventura, di condividere.

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Facile dare la colpa alla poltica per ogni disastro che, negli ultimi 30 anni, ha travolto il territorio calabrese e soprattutto il settore sanitario. Facile lavarsene le mani. Più difficile ammettere che ogni popolo ha il Governo che si merita e che democraticamente elegge. E che parte della responsabilità, allora, è anche di chi resta in silenzio e troppo spesso si nasconde dietro a un senso di rassegnazione, “nello stato delle cose che ormai è dato per scontato”.

Chi mi conosce lo sa, sono perdutamente innamorata di casa mia e mi batto quotidianamente per dimostrare che nella mia regione, bella e maledetta, vive tanta brava gente che ha fatto del lavoro onesto, dello studio e dell’orgoglio per le proprie origini, il manifesto della propria esistenza. La spina dorsale della Calabria è costituita da popolo meraviglioso e onesto che lotta ogni giorno contro quei luoghi comuni che in molti gli dipingono addosso.

In Calabria io ho deciso di restarci per gli affetti, la famiglia, perchè ci sto bene – certo – ma anche perchè credo sia facile dire che in un luogo le cose non vanno come dovrebbero e poi non fare nulla per cambiarlo. O scegliere di abbandonarlo al suo destino e alle mani di chi vuole distruggerlo.

Perchè è innegabile riconoscere, come canta Dario Brunori, che in Calabria alcuni problemi esistono e sono grandi: lo strazio del mare violentato, la farsa tragicomica di una tratta autostradale, i “nipoti di” sistemati tra le sedie e le poltrone di un consiglio comunale (e non solo comunale), le mani che si allisciano nei seggi elettorali, le morti per errore sopra un letto d’ospedale.

Di quella malasanità e di quel settore distrutto da anni di disastri però, noi calabresi, spesso e volentieri, non ci siamo fatti carico.  E se è vero, come è vero, che le più grandi colpe sono di chi – dalla cabina di regia – non ha tutelato la nostra salute e, anzi, ha contribuito a smontare il settore sanitario un pezzo dopo l’altro, è anche vero che spesso – davanti alla dignità calpestata di un intero popolo  – noi ci siamo voltati. E abbiamo pensato che tanto ormai la situazione è questa.

Ecco dove compaiono i Don Abbondio: nelle fughe per andare a curarsi altrove anche per delle patologie poco gravi, nella ricerca delle eccellenze fuori regione, nei nomi altisonanti che abbiamo preferito rispetto a quelli a portata di mano. E allora, se l’ospedale sotto casa chiude o non funziona “alla fine a noi che cazzo ce ne frega”.

Di quegli sguardi disattenti che abbiamo riservato a Casa nostra, oggi – nel bel mezzo di una situazione surreale e di una pandemia che non potevamo aspettarci – paghiamo tutti le conseguenze.

Quindi vanno bene la rabbia e  l’indignazione verso chi non si è preso abbastanza cura di noi, ma questo è  – soprattutto – il momento dell’impegno e della partecipazione. E, sperando che tutto, nel futuro prossimo, si risolva per il meglio, auguriamoci che questa brutta pagina di Calabria, che ci ha umiliati davanti agli occhi dei nostri connazionali, ci suggerisca anche qualcosa per il domani.

E ci insegni che il nostro sguardo non deve posarsi altrove, altrimenti a prevalere sarà il Don Abbondio che ci portiamo dentro. Lasciamo invece che ad avere la meglio sia una regione che si rialza come, sono certa, sa fare, riscopre il suo orgolio e si dimostra capace e intenzionata a ripetere “No, stasera no”.

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