Fanoya: cantiamo la precarietà della generazione dei trentenni

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I Fanoya sono un duo pugliese composto da  Giacinto Brienza (chitarra e voce) e Leone Tiso (piano e synth). Rientrano nell’universo indie e il loro stile musicale ricalca un synth-pop più moderno, in cui analogico e digitale – un po’ come fossero lo specchio di passato e futuro – si confondono e si mescolano. La ricerca di elementi di congiunzione tra vecchio e nuovo, tradizione e innovazione, ritmi conosciuti e sperimentazioni, si riflette nel loro album di esordio uscito nel 2019: Generazione Sushi. Un susseguirsi di 9 brani che raccontano la vita, la normalità, la quotidianità e i pensieri di chi oggi ha trent’anni. Nel corso della loro carriera di duo hanno aperto i concerti di importanti artisti come Calcutta, Max Gazzè, Achille Lauro, Simone Cristicchi e Carl Brave e partecipato nel 2020 a Primo Maggio Next e il Premio Fred Buscaglione, arrivando rispettivamente in finale e semifinale di concorso. Il  16 ottobre è uscito il loro nuovo singolo: Fette Biscottate, che anticipa il nuovo album di inediti.

Abbiamo intervistato Giacinto Brienza, praticamente metà dei Fanoya, per farci raccontare di questo brano e di tanto altro.

Il vostro primo album insieme risale allo scorso anno, ma da quanto vi conoscete e da quanto suonate insieme?

Noi ci conosciamo da quando eravamo bambini, avevamo 8 anni circa. È una conoscenza abbastanza lunga. Le prime canzoni le scrivevamo in inglese quando avevamo 15/16 anni, poi abbiamo un po’ abbandonato questa cosa e preso strade artisticamente diverse e separate. Ci siamo ritrovati e ricongiunti un paio di anni fa quando ci siamo seriamente messi a riscrivere e, questa volta, brani in italiano. Abbiamo pensato che i tempi fossero maturi per fare un disco.

L’album di esordio ha un titolo simbolico: Generazione Sushi e all’interno del disco ci sono brani che fanno riferimenti al lavoro davanti al pc, tinder o gli aperitivi, tutti simboli riconducibili alla generazione degli attuali trentenni. È un modo per raccontarsi attraverso cose che si conoscono o per parlare a un pubblico preciso, costituito da quella specifica fascia di età?

Direi entrambe le cose. Questi simboli sono un po’ la fotografia della nostra generazione – i trentenni appunto –  tra aperitivi, precarietà lavorativa ma anche sentimentale. Una precarietà su tutti i livelli che fotografa la fascia di età di cui facciamo parte che vogliamo raccontare e a cui vogliamo parlare. I ragazzi laureati, magari del sud, che vanno verso la grande città e poi si accorgono che non è così semplice, come ci si aspetterebbe da un posto pieno di opportunità, dare una svolta alla propria vita. È un discorso che ci rispecchia perché veniamo dalla Puglia ma ci siamo spostati a Milano per lavoro, soprattutto perché l’industria discografica è tutta qui. Tutto ciò che scriviamo è autobiografico e ci rappresenta. Abbiamo un po’ di nostalgia di casa e questo è un tema che abbiamo rimarcato anche nel nostro nuovo brano: Fette biscottate.

Com’è nato questo brano?

La maggior parte delle canzoni che scriviamo, e soprattutto i singoli, nascono di getto. Ci pensiamo tanto ma poi scriviamo di botto. In Fette biscottate raccontiamo di Anna, una ragazza che – come noi – vive a Milano. Sullo sfondo c’è la città fatta di lavoro e centri commerciali, come abbiamo imparato a conoscerla in una fase di “normalità”. Anna lavora da mattina a sera e per lei non esiste fuga dalla prigione che lei stessa si è creata intorno: il lavoro. Non ha tempo per altro. È un po’ questo il mood della canzone e rispecchia il mood della vita di molti.

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Come anche alcuni dei vostri brani precedenti quindi, anche questo nuovo pezzo, fa riferimento alla voglia di scappare. Stavolta dalla prigione in cui la protagonista si è auto reclusa. Come mai questa voglia di fuga è un tema ricorrente nelle vostre canzoni?

È una caratteristica della nostra generazione stare sempre con la testa altrove e desiderare sempre di essere in un posto che non è mai quello dove ci troviamo in quel preciso istante. Non siamo mai felici e non ci godiamo mai il momento. Spesso abbiamo voglia di scappare, l’abbiamo avuta anche noi quando siamo partiti dalla Puglia. Poi però ci siamo accorti, soprattutto in questo periodo di Covid, che in fondo non è tutto oro quello che luccica nemmeno nelle metropoli. Questo periodo ci sta facendo ripensare a molte cose, anche al modello di vita che vogliamo: scricchiolano un po’ quelle certezze che avevamo da ragazzini, quando volevamo andare nella grande città e fare chissà cosa. Ci siamo resi conto che vivere in un luogo così concentrato su produzione, lavoro e profitti offre sicuramente vantaggi e infinite opportunità ma può anche diventare una prigione che non ti lascia tempo per te stesso.

Fette biscottate può anche essere considerata una sorta di ricerca di cose genuine e semplici (come lo sono le colazioni a base di fette biscottate) in un tempo che ci sta insegnando a dare peso soprattutto alle cose basilari ma importanti e fondamentali?

Diciamo che il bello delle canzoni è che ognuno può leggerci ciò che ci sente e che preferisce. Ma si: per questo brano si può, in qualche modo, parlare anche di semplicità e genuinità. Io credo, e mi auguro, che ci sarà proprio un ritorno alle origini. Anche geografiche. Il mio sogno utopico è tornare in Puglia e fare il mio mestiere lì, non dover essere costretto a spostarmi a Milano o altrove per fare musica. Con le possibilità offerte dalla rete è ridicolo pensare di dover per forza essere sul posto per fare un mestiere come il mio. È difficile, certo, ma non impossibile. Come ti dicevo, siamo nostalgici: puoi girare il mondo ma, alla fine, nessun posto è come casa. Le pubbliche relazioni in città sono molte di più, ovvio, ma questa catastrofe sanitaria che stiamo vivendo ci sta insegnando che il lavoro da remoto è una realtà. Allora spero che questa brutta storia ci porti almeno qualcosa di buono e magari ci faccia capire che esiste anche l’eventualità di ripopolare il sud Italia, ad esempio.

Vi piacerebbe che l’industria discografica si spalmasse un po’ anche al sud?

Beh, si! E qualcosina è gia stato fatto: ad esempio noi abbiamo completato il disco di cui Fette Biscottate fa parte grazie ai fondi di Puglia Sounds. E, non a caso, abbiamo deciso di registrarlo a Palermo. I professionisti con cui abbiamo lavorato stanno un po’ invertendo la rotta. Offrono una scelta diversa: oltre a Roma, Milano, e alle metropoli del centro-nord, si può anche scegliere di andare a Palermo, restare lì magari per un mese – la tempistica di realizzazione degli album è più o meno questa – godersi la città, il territorio, il sole, il calore umano  e nel frattempo lavorare. E creare un bell’album che, in qualche modo, risente anche delle influenze della città e della cultura tipica del posto. Donato Di Trapani, che nel disco ha suonato le tastiere, ha alle spalle collaborazioni importanti e oggi è il nuovo tastierista di Paolo Nutini. Fabio Rizzo, il nostro produttore, ha prodotto Dimartino e Nicolò Carnesi. Loro hanno scommesso, sono rimasti giù e stanno lavorando a progetti considerevoli. Sono la dimostrazione che si può fare.

È anche vero però che l’industria discografica e musicale non vive un bel momento. Come pensi possa risolversi la grave crisi che ha investito il settore culturale e creativo?

È un problema serio e ad averne pagato di più le conseguenze sono le maestranze dello spettacolo, lo sappiamo. Sono mesi che tutti i lavoratori del settore – da chi smonta i palchi, a chi fa catering, ai fonici e passando anche ovviamente per i musicisti – sono senza lavoro e senza entrate. Non è una situazione facile. E non lo è neanche per quei musicisti, non ancora famosissimi e con album i in uscita, che si preparavano magari a un tour: per pensare, realizzare, scrivere e registrare un disco ci vogliono 2 anni almeno di lavoro e vedere tutto quello che hai fatto andare in fumo, senza poterne raccogliere i frutti, non è il massimo. Sicuramente sarà più facile risolvere il problema quando tutti avremo ben chiara una cosa: il mondo dello spettacolo e di chi fa musica non è un ripiego o un divertimento ma è un lavoro, a tutti gli effetti. Agli inizi del ‘900 un direttore d’orchestra era considerato, a giusta causa, alla pari di un notaio o di un medico. Ora un ragazzo che studia musica è visto come qualcuno che insegue un hobby. E più andiamo avanti con gli anni e più questo pensiero comune si acuisce. Io non lo capisco. Un direttore d’orchestra studia quasi 20 anni per arrivare a prendere quel  titolo, un laureato mediamente 5, perché non devono essere messi sullo stesso piano sia economico che di prestigio? Sono solo scelte di vita diverse che però meritano pari considerazione.

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