Giorgio Mastrocola: «Se non avessi incontrato Morgan, tante cose non sarebbero successe»

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giorgio mastrocola on the rope

Giorgio Mastrocola, dopo lunghi anni di esperienza (ha iniziato nel 1998 con La Sintesi, poi lo ritrovano al fianco di Max Pezzali), ha deciso di pubblicare il suo primo EP: On the Rope.

Si tratta di un progetto che pone la chitarra come unica “voce narrante” dei sei brani inediti, con la produzione di Raffaele Stefani (sound engineer in studio con Gianna Nannini, Morgan, Le Vibrazioni e dal vivo con Adriano Celentano, Paola Turci, Bugo e altri).

Sono molti gli artisti con cui Giorgio ha collaborato, per esempio nel 2005 con Franco Battiato durante il tour dell’album Dieci Stratagemmi, oppure Gianna Nannini, registrando le chitarre nel brano Scusa con la produzione artistica di Will Malone. Ed è chitarrista nei live di Morgan e, dal 2012, fa parte della band che accompagna Max Pezzali dal vivo.

La nostra intervista con Giorgio Mastrocola

On the Rope è il titolo del tuo Ep. Che significato racchiude questo progetto? Perché presentarlo in questo periodo?
Ti confesso che non c’era l’intenzione di presentarlo in questo periodo (è stato un suicidio), diciamo che è successo. In realtà, l’Ep doveva uscire a marzo, poi ho posticipato per vedere se si sistemavano le cose, ma alla fine l’ho fatto uscire, dal momento che era pronto e non volevo farlo “invecchiare nel cassetto”.

La speranza è che in On the Rope si possa trovare un po’ di leggerezza: è un disco etereo, di sola chitarra, adatto per accompagnare diversi momenti della giornata.  L’idea è nata per caso: due miei amici chitarristi, bravissimi, mi hanno coinvolto in alcuni concerti e non avevo nessun repertorio, non avevo granché da proporre, per cui questi live sono stati un’occasione per mettermi a scrivere.

Questo è anche il senso del titolo On the Rope: brani nati dalle improvvisazioni, in bilico con la scrittura strutturata, mi sono appassionato a questo concetto, non suono mai questi pezzi allo stesso modo, mi piace fare delle piccole variazioni, delle interpretazioni che vengono al momento, proprio come ho fatto in questi concerti.

Questo Ep è composto da sei brani. Come hai scelto la loro disposizione?
Ho pensato a come rendere meglio la narrazione del disco, quindi creare un’atmosfera che si muove come un’onda, sale e scende. La scaletta è stata influenzata dal fatto che sono presenti anche altri strumento, l’ukulele e il banjo, e volevo che l’ascolto risultasse vario.

Un disco di sola chitarra acustica, per quanto sia bello, può essere percepito sempre con le stesse frequenze, tipologia di esecuzione e risultare sfiancante, quindi, ho inserito dei momenti completamente destabilizzanti con degli strumenti che centrano poco con l’acustica.

La logica che segue questo disco è fotografare il momento in cui mi sono messo a razionalizzare tutto quello che suonavo dal vivo, cercando di ripescare le ispirazioni originali, è un insieme di sensazioni, di suggestioni direi, e la scrittura è ispirata alle colonne sonore. Il filo conduttore del disco è la ricerca di un tema musicale e dello strumento, non volevo fare un disco per chitarristi in cui si percepisse un prodigio tecnico.

C’è la volontà di trasmettere questo tuo approccio a chi ascolta l’Ep?

Esatto, lo strumento non come tecnica strumentale fine a se stessa, ma come mezzo proprio per scriver musica.  Per esempio, l’ukulele ti porta automaticamente in un mondo un po’ suo ed è curioso vedere che cosa viene fuori: la tua musica viene veicolata da quello strumento. Ecco, forse è il concetto più azzeccato: come la filtra l’ukulele la mia musica? L’ho sperimentato, spero piaccia, io sono molto contento.

Quanto è cambiato il tuo approccio negli anni con la chitarra? Cosa ti ha portato a scegliere proprio questo strumento?

È una bellissima domanda. L’approccio alla chitarra è stato molto casuale: ho iniziato perché un mio amico di infanzia aveva il papà che la suonava, per cui ne ho subito il fascino. Negli anni è cambiato veramente tantissimo perché all’inizio era tutto molto più inconsapevole, più istintivo, mentre diventando più grande, facendo più esperienza anche proprio come musicista, ho riscoperto nello strumento sempre qualcosa di il più. Quello che oggi mi lega a questo strumento è il suono. La chitarra acustica ha possibilità incredibili perché permette di esplorare ancora tantissimo e trovare delle sonorità diverse tra loro, spaziando in più generi.

Credi che sia uno strumento che è stato messo un po’ da parte negli ultimi anni?

Credo che la musica si sia spostata sulla tecnologia, quindi la chitarra non è più lo strumento di punta che era negli anni passati, è cambiata la sua collocazione diventando main stream. Ma nel fingerstyle è uno strumento molto vivo, dove c’è molta passione e la gente vuole imparare a suonarla, provare a scoprire nuovi suoni. Questo periodo non è paragonabile agli ’70, però è giusto che ogni strumento abbia lo spazio che merita.

Oggi, però, sento la mancanza della scrittura, di testi belli, di un certo tipo di approccio musicale, ammetto che sono discorsi da “uomo maturo”, ma faccio fatica a trovare certi aspetti nella musica attuale, non mi ci riconosco.

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Hai collaborato con tanti nomi importanti, come Battiato, Gianna Nannini e Morgan, che addirittura ha prodotto il primo album de La Sintesi.
Non sono proprio quello che viene definito un turnista. Quelle esperienze sono state un’evoluzione del progetto col mio gruppo: mi sono inserito nel mondo della musica e così sono nate queste collaborazioni, partite dall’apprezzamento per il mio modo di suonare. Ho un forte “senso della band” e si è sempre creata una bellissima sinergia con gli artisti con cui ho lavorato, anche se con la Nannini si è trattato della registrazione di un solo brano.

Se non avessi incontrato Morgan, tante cose non sarebbero successe: ero molto giovane quando l’ho conosciuto e per me è stato “il maestro”, lo dico senza nessun problema, è la verità. Perché non dovrei dirla? Mi ha insegnato veramente tanto. Inoltre, ha prodotto il primo disco della band dopo averci sentito in un concorso, in un periodo delicatissimo: eravamo dei pulcini scompigliati, non avevamo idea di come funzionasse il mondo della musica, di come si potesse realizzare un disco e lui ci ha seguito per l’intero percorso di realizzazione.

Non solo, Morgan ci ha portato anche ai primi provini, insomma, è stato presente per tutta quella fase che porta una band emergente ad entrare in uno studio di registrazione. Lui è stato la nostra scuola e non lo rinnegherò mai: ho un debito di gratitudine nei suoi confronti. Anche Pino Pischetola è stato fondamentale.

Credi che il mondo della musica sia in qualche modo in debito, a livello artistico, con Morgan?
Artisticamente, è uno dei talenti più importanti. Non saprei dirti se la musica sia in debito con lui, ma credo che, sia con i Bluvertigo che con i suoi dischi da solista, abbia dato un contributo importante. Il suo è un lavoro che parte da un concetto artistico molto importante, dove c’è proattività, la ricerca, la bellezza estetica, insomma, tutte cose che  in Italia mancavano un po’.

Prima che arrivassero i Bluvertigo, una figura del genere non c’era ancora in Italia: la spinta creativa e la capacità di trasformarla in qualcosa che avesse un pubblico. Morgan è quello che esegue con piano e voce il brano di De Andre e ti spiega la profondità, svela sfaccettature del testo che non cogli immediatamente: questo è un grande contributo perché valorizza un certo tipo di patrimonio artistico.

Per quanto riguarda Battiato non ci sono dubbi: tutti hanno un debito con la sua proposta artistica. Però, credo gli tutti artisti siano un patrimonio, non dovrebbe delimitarci solo ad alcuni perché si escluderebbero degli altri che magari non sono sotto i riflettori.

Sei soddisfatto dei risultati raggiunti fino ad oggi?
Da ragazzino, il mio sogno era suonare la chitarra e suonare davanti a molte persone, ero affascinato dai live, da quel modo di vivere la musica. Devo dire che in questi anni tante soddisfazioni me le sono tolte, pur suonando cose diversissime, per esempio, sono undici anni che collaboro con Pezzali, altra persona che stimo e adoro oltre ogni modo, come chitarrista dal vivo.

È un artista che mi ha dato fiducia e permesso di dedicarmi molto di più alla musica. Quindi, sì, sono contento. Fare il lavoro dei sogni lo ritengo un privilegio, certo, avrei potuto fare più soldi facendo il dentista o l’agente immobiliare, ma ho iniziato a suonare in un box per passione e negli anni si è stratificata in qualcosa di più bello e se mi metti in mano una chitarra la situazione svolta decisamente. Ci vuole poco no? (ride).

Chi sono stati i tuoi chitarristi di riferimento?
Non ne ho uno proprio perché amo la versatilità della chitarra, per cui sono moltissimi e diversi i chitarristi che mi hanno influenzato. Restringendo un pochino il campo, ti direi John Fahey, un chitarrista americano, pioniere della chitarra acustica: il suo modo di approcciarsi alla musica in modo sentimentale, come se fosse un racconto, sganciato dai tecnicismi e legato al concetto di trasmettere un’emozione con i suoni. Quando ho conosciuto Morgan, il mio idolo era Robert Fripp (ride), ma negli anni sono cambiate un po’ di cose.

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Irma Ciccarelli
Classe 93, anno in cui David Bowie pubblica Black Tie White Nois. Campana di nascita, adottata dalla toscana Cortona (sì, la stessa di Jovanotti), da qualche anno vivo a Milano, di cui mi sono innamorata il 29 giugno del 2013. Perché ricordo la data? Perché a San Siro c’erano i Bon Jovi a infiammare il palco, ed io ero lì a sognare di intervistare la band. Ed eccomi qui: giornalista e studente di musicologia, il mio mantra è Long Live Rock, ma guai a chi disprezza i cantautori….e Beethoven (non il cane).

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