Maestro Pellegrini: «Ho comprato la chitarra elettrica dopo aver ascoltato il primo disco dei Verdena»

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Si intitola Fragile il primo album di Maestro Pellegrini, anticipato dai volumi 1 e 2 nei mesi precedenti. L’artista lo ha definito un lavoro profondamente intimo e personale che non coinvolge solo lui, ma anche tutte le persone che hanno e fanno parte della sua vita, sia di musicista che personale.

“L’idea alla base di questo disco è di mettermi a nudo raccontando la mia vita attraverso i testi delle canzoni. Per me cantare è diventata una necessità dopo un periodo davvero particolare in cui la musica non mi bastava più. Ho sempre scritto parole e un paio d’anni fa ho deciso di cominciare a fare sul serio, credo che raccontare se stessi agli altri sia un mezzo potente di autoanalisi e riflessione che a me è servito per crescere e capirmi meglio, ne ho avuto bisogno”

In questo album ritroviamo la partecipazione di Appino (Zen Circus), di Giorgio Canali, di Lodo Guenzi (Lo Stato Sociale) e di Motta: amici e colleghi di una vita.

L’intervista con Maestro Pellegrini

Ci racconti del processo creativo, sia a livello sonoro che testuale, che ha portato alla realizzazione di questo progetto discografico intitolato Fragile?
Fragile è il mio disco d’esordio e dentro ci ho messo tutto me stesso, perché nei testi ci sono le mie storie, le mie paure, la mia vita e le persone che ne fanno parte, mentre. Dal punto di vista musicale, in questo lavoro c’è la nascita della mia cifra stilistica. Per la produzione artistica dei brani, che nascevano piano e voce, ci sono voluti due anni ed è stata curata personalmente da me ed Andrea Pachetti dello studio 360 Music Factory di Livorno. Come struttura, le canzoni seguono un flusso di coscienza, spesso ci sono ritornelli che non ritornano e modulazioni morbide ma piuttosto inusuali.

C’è stato un momento in cui hai pensato “questo disco è pronto”: quali sono state le emozioni che hai provato? Eri completamente soddisfatto del lavoro che avevi fatto?
Ho scelto di non chiudere il disco finché non fossi stato pienamente soddisfatto del lavoro, e così è stato: le tracce sono nove per non superare le sinfonie di Beethoven, come facevano i compositori alla fine dell’800. È stato un gioco ironico, c’è anche dell’ironia in questo album perché io sono livornese e il mio carattere rispecchia un po’ quello della mia città.

Quali pensano che siano i punti di forza di questo lavoro?
Credo di essere riuscito ad individuare la cifra stilistica che volevo creando un sound ibrido tra rock/pop ed elettronica, un po’ come si fa all’estero. Nel disco hanno suonato 11 musicisti, abbiamo curato i minimi dettagli. Non dovreste chiederlo a me, ma credo che ci sia tanta originalità e soprattutto tanta sincerità e questa è sicuramente un punto di forza.

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Ritroviamo delle collaborazioni con colleghi e amici: Appino, Giorgio Canali, Lodo e Motta. Cosa ti ha insegnato, artisticamente e non, ognuno di loro? E cosa vi accomuna a livello artistico (oltre alla stima reciproca)?
Con Motta siamo cresciuti assieme, quindi le cose in comune sono tantissime perché ci siamo insegnati tanto a vicenda. Appino, collaboro ancora negli Zen Circus, e Giorgio Canali sono per me dei grandi cattivi maestri perché mi hanno trasmesso una passione profonda per questo lavoro. Reputo Lodo una persona molto intelligente, mi è stato vicino durante la scrittura di questo disco e mi sembrava giusto coinvolgerlo.

La copertina: è stata una tua idea? Chi ha contribuito alla sua realizzazione?
L’idea è stata mia e di Michele Stagni, un’artista livornese: ci siamo ispirati a quella di Every day robots di Damon Albarn. Lo scopo era quello di contrapporre al grigio del mondo reale i colori del mondo interiore che emergono attraverso la fantasia.

Polistrumentista, hai dedicato la tua vita alla musica: qual è il primo vero ricordo legato a questa arte?
Faccio parte di una famiglia di musicisti e per emanciparmi ho scelto la strada del rock in adolescenza, poi ho capito che la musica è una sola e che le differenze di genere non esistono. Così sono tornato a studiare, il fagotto per l’esattezza, ma effettivamente il termine che mi caratterizza di più è quello di polistrumentista.

Conta ancora, a livello di produzione musicale, una conoscenza ampia e dettagliata della grammatica musicale, considerando il grande supporto tecnologico e il modo in cui oggi si lavora ad un progetto musicale?
Assolutamente sì, ma ci sono dei software incredibili che creano interi concerti per orchestra, proprio come fanno i più grandi compositori, ci sono librerie di strumenti digitali per ogni strumento. La differenza si sente e si sentirà sempre, perché noi sbagliamo, è anche questo che ci rende umani.

C’è stato un disco, un brano, un artista che ti ha influenzato particolarmente?
Credo di aver comprato la prima chitarra elettrica dopo aver sentito il primo disco dei Verdena!

Cosa ti auguri?
Di essere felice

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Irma Ciccarelli
Classe 93, anno in cui David Bowie pubblica Black Tie White Nois. Campana di nascita, adottata dalla toscana Cortona (sì, la stessa di Jovanotti), da qualche anno vivo a Milano, di cui mi sono innamorata il 29 giugno del 2013. Perché ricordo la data? Perché a San Siro c’erano i Bon Jovi a infiammare il palco, ed io ero lì a sognare di intervistare la band. Ed eccomi qui: giornalista e studente di musicologia, il mio mantra è Long Live Rock, ma guai a chi disprezza i cantautori….e Beethoven (non il cane).

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