Giuliano Sangiorgi, Negramaro: «Il posto dove devono stare le canzoni è tra la gente»

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Foto da Pagina Ufficiale Facebook: Giuliano Sangiorgi

Abbiamo intervistato Giuliano Sangiorgi in occasione dell’uscita di Contatto, decimo album dei Negramaro.

Un progetto discografico inaugurato con l’evento Entra in contatto, in cui la band si è esibita con un concerto esclusivo per presentare dal vivo alcuni brani del nuovo disco all’interno di un Iper-Cubo reso vivo e pulsante dal 3d.

Ecco cosa ci ha detto al riguardo Giuliano Sangiorgi: “Va tutto bene, per quanto bene possiamo stare nel nostro involucro mentre fuori c’è il caos. L’evento Entra in contatto è stato molto bello. Grazie per averci  regalato tanto attenzione, per averci capito. Non era facile, era una cosa nuovissima ed erano dieci mesi che ci stavamo lavorando. Speriamo bene”.

L’intervista a Giuliano Sangiorgi

Dopo anni di carriera e obiettivi raggiunti, oltre che la passione per questa forma d’arte, cosa rende vivo il desiderio di fare ancora musica? Cosa c’è ancora da raggiungere? Non mi riferisco ad eventuali nuovi premi, ma alla consapevolezza artistica.
Credo di star bene in questo posto che è la musica, insieme agli altri quattro pazzi dei Negramaro, finché abbiamo cose da dire.

Non è soltanto la voglia di suonare, fare musica, questa è la parte estetica, che è fondamentale, ci sta, dal momento che siamo una band. Però, da quando abbiamo incominciato, nella nostra testa c’è sempre stata l’idea di fare belle canzoni. O quanto meno, volevamo scrivere delle grandi canzoni che raggiungessero un grande pubblico, che non vuol dire farle a tavolino, anzi, sono tutte ispirate, sono tutte quelle canzoni che sono nate da esperienze collettive, private o semplicemente dalle vite degli altri che ci hanno attraversato.

Non ho grandi velleità riguardo la musica, se non quella, unica e di inestimabile valore, di potermi emozionare quando sto scrivendo una canzone, quando sto cantando e questo sta succedendo ancora, come è successo per l’evento Entra in Contatto, in particolare quando mi sono esibito in piano e voce con il brano Non è mai per sempre. Mi è scoppiato il cuore e ho pensato: “Ecco, finalmente è qui, in mezzo alla gente, il posto dove deve stare una canzone quando è vera, quando comunica quello che hai da dire”.

Hai definito Contatto come l’album dell’immaturità. Perché?
Ho definito Contatto il disco dell’immaturità contro la maturità che contraddistingue i discorsi di Andro e degli altri sulla modernità sonora, che si riferisce proprio al sound, all’estetica del disco.

In effetti, è una summa di tutti i generi che ci hanno attraversato in questi anni, dagli anni 90 fino ad oggi, quindi esteticamente potrebbe essere il lavoro della maturità, della complessità, ma anche della semplicità che ci raggiunge solo attraverso tanti dischi, tanto lavoro.

Io lo considero dell’immaturità perché davanti a mia figlia, mi sono accorto che voglio dire le cose senza seguire il concetto di quelle persone che mi dicono “ah, io sono così sincero, pane al pane”. Per me, quel “pane al pane” dev’essere educatissimo, civile, senza ferire le persone: la civiltà è basata sul fatto che a volte la verità non si dice.

Ci sono delle regole nella società civile e culturale che bisogna rispettare e io ancora ci tengo a queste, non mi frega niente delle persone che dicono la verità in faccia: preferisco una verità taciuta ad una che può ferirmi, o almeno, io non voglio ferire con la verità.

Questo non vuol dire essere pazzi, ma civili, e sono questi i compromessi di una civiltà, altrimenti avremmo un’anarchia (se la concepissimo a livello politico).

Quando si parla di questioni come quelle delle persone che emigrano (non mi piace usare il termine migranti, mi dà fastidio perché sembra che ci rivolgiamo ad oggetti), del black lives matter o delle condizioni climatiche, se avessi commentato, come tanti miei colleghi cercano di fare, i post disumani di tutti i grandi cinici dall’alto delle proprie scrivanie con i loro 4 followers, avrebbero risposto: “Sei un cantante, canta cà”. Da questa frase partito tutto.

Così, ho deciso di dare retta ad Umberto Eco e di non rispondere a queste cattiverie inutile, che molti definiscono le armi del secolo e in quanto tali le odio, ma, dato che sono un cantante, allora canto e mentre lo faccio ti dico quello che penso.

Hai parlato della considerazione che il Governo ha dell’arte, affermando che l’anima ha bisogno di essere alimentata. Potrebbe essere utile inserire più ore di arte, di musica nelle scuole? Insomma, partire dalla formazione per nutrire e stimolare le giovani menti?
Ho un’esperienza diversa: i miei genitori volevano mandarmi al conservatorio da quando ero piccolo e io ho sempre detto di no perché non volevo che anche la musica diventasse scuola. Preferivo sostenere questa esperienza come autodidatta e vivere la musica come un sogno, però effettivamente la scuola mi avrebbe aiutato, o forse allontanato da questa percezione sentendo “il peso della scuola”. Non so come questo si gestisce con l’attitudine di ognuno di noi, però credo che ciascuno debba decidere di come assumere l’arte dentro di sé, fisicamente.

Sono convinto che sia un benessere, non è un bene di lusso, ma un’esigenza primaria come il cibo, come l’aria che si respira: non si può nutrire solo il corpo, ma anche l’anima, anche se le attenzioni delle istituzioni, della parte politica, vanno a finire solo sull’aspetto più fisico, è da stupidi, e questo è evidente in Italia.

Per esempio, l’iva dei dischi in Italia è il 20%, mentre in Francia il 4% dove vengono considerati un bene primario e quindi agevolato. In Italia, dalla parte fiscale a quella istituzionale, e da ciò che si dice intorno all’arte, chiaramente non è considerata un bene primario.

È da qui che bisogna partire: agevolare l’arte e considerarla tecnicamente, insieme alla cultura, la letteratura, i libri, la musica, il cinema etc. Se non ci fosse l’arte, sostenere che non ce ne sia bisogno, saremmo corpi vuoti, quindi bisogna aiutare.

Si pensi, per esempio, ai lavoratori che ci sono intorno alla musica che possono far collassare il Paese se questo resta senza concerti: crolla l’economia senza musica, senza letteratura, senza il cinema. Sono loro che fanno girare gran parte delle risorse. Le istituzioni non stanno facendo male all’arte, ma a sè, alla società civile.

Bisogna partire da un presupposto diverso, inoltre, siamo italiani: un popolo di poeti, pittori, architetti, siamo un grande esempio artistico e culturale nel mondo! Dobbiamo pensarci come un lusso e non essere considerati solo quando ci sono da fare le collette quando si verificano terremoti, “le faranno i cantanti”, e non è giusto!

La musica ha già un ruolo importante, non di fare solo canzonette da ascensore (servono anche quelle), ma da queste a quelle di terapia non ha importanza: vuol dire che abbiamo bisogno di collegare i nostri momenti ai ricordi musicali.

Lucio Dalla mi ha cambiato la vita, mio padre mi faceva ascoltare De Andrè, Gershwin, Puccini! Quando ho incontrato Ennio Morricone mi ha detto, suonando al pianoforte le prime note di Solo 3 minuti: “Ah, lei è un Pucciniano!”

Quel momento non è solo un ricordo, ma mi ha cambiato la vita perché ho legato la figura di mio padre con quella di Puccini e del grande Morricone: chi l’avrebbe detto che questo ricordo doveva costruirsi così? È stata la musica, semplicemente. Lo stesso discorso vale quando parlo di Sergio Leone: ricollego tutto alla mia infanzia e penso a quanto mio padre sia stato fondamentale e non aveva pudore nel chiuderci gli occhi perché voleva che guardassimo quei capolavori. Proprio grazie a mio padre ho imparato anche io a riconoscere e distinguere i capolavori.

Questo sentirsi a disagio degli artisti, dei musicisti, dei lavoratori è veramente squallido. Sono felice che abbiamo suonato per l’evento Entra in Contatto e dato lavoro a circa 100 persone. Inoltre, quando abbiamo fatto il disco, il 4 maggio hanno riaperto le sale e l’orchestra di Morricone si è alzata in piedi, per noi, in lacrime e applaudivano

È stato un gesto che non ci aspettavamo e inizialmente non avevo capito perché il primo violino, Prisca, si è alzato in piedi e fatto questo discorso: “Quando c’è stato lockdown, eravamo sicuri che sarebbe stato la fine per l’Orchestra, mentre voi ci avete chiamato”. È stato fantastico!

Le nuove generazioni e la loro letteratura musicale. Cosa può insegnare la tua generazione alla nuova e viceversa? Cosa potrebbe nascere da questo incontro/ confronto?
Le nuove leve stanno già imparando dalla mia generazione e da quella precedente. C’è stato un momento in cui mi preoccupava l’estremo attualismo che usavano nei testi, non lo amo, vengo da una scuola diversa che è quella dei cantautori, ma con la band abbiamo sempre guardato al futuro.

Questo è molto evidente nel pezzo con Madame, Non è vero niente: c’è qualcosa che rimanda al mondo di Battisti e agli anni 80 con una proiezione nel futuro data da lei che, anche se all’epoca aveva solo 17 anni, ne ha mostrati 150 per quanto riguarda la maturità nella scrittura. Questa è stata la nostra terra di mezzo!

Tornando all’iper-attualismo, è una questione anche fisiologica: se sei un ragazzo e stai nella tua cameretta, ti fai la canzone da solo e non hai bisogno di band, la pubblichi il giorno dopo perché c’è lo streaming, chiaramente scrivi di qualcosa che hai sentito in quel momento, sono testi googolati la sera prima che l’indomani diventano già vecchi.

Questo tempo microscopico è direttamente proporzionale all’utenza, all’utilizzo e posti di queste canzoni.

Invece, le nuovissime generazioni, tra cui Fasma e Tha Supreme, oltre che Madame, sono concentrate verso una letteratura molto più spigolosa con un romanticismo moderno, è una cosa che mi piace molto, essendo un amante della letteratura americana, con un’attitudine verso il punk.

Così, si stanno allontanando, finalmente, da questo iper-attualismo scrivendo pezzi che rimangano nel tempo, ne è un esempio Sciccherie di Madame.

Sebbene usino un idioma creato da loro, in realtà la sensazione è quella di parlare anche ad una futura generazione, ma hanno soprattutto un riferimento agli anni 80 e 90 che rappresentano la loro più grande memoria storica (noi ci fermavamo agli anni 60, per esempio): per loro il nuovo Jim Morrison è Kurt Cobain, lo è stato anche un po’ per me.

Nonostante siano trascorsi molti anni, fondamentalmente ci ritroviamo perché sono corsi e ri-corsi storico culturali: sono tornati in auge l’hip pop, l’urban. Ed è quello che abbiamo fatto con questo disco, alleggerendo il percorso con alcuni pezzi, che richiamano gli anni 90, prima di arrivare a brani come La terra di Nessuno, Contatto.

Sono cose che ti rimangono addosso e che dopo tanti anni di esperienza riesci a trasmettere se hai una voce in capitolo che può tradurre quelle cose.

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Irma Ciccarelli
Classe 93, anno in cui David Bowie pubblica Black Tie White Nois. Campana di nascita, adottata dalla toscana Cortona (sì, la stessa di Jovanotti), da qualche anno vivo a Milano, di cui mi sono innamorata il 29 giugno del 2013. Perché ricordo la data? Perché a San Siro c’erano i Bon Jovi a infiammare il palco, ed io ero lì a sognare di intervistare la band. Ed eccomi qui: giornalista e studente di musicologia, il mio mantra è Long Live Rock, ma guai a chi disprezza i cantautori….e Beethoven (non il cane).

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