La regina degli scacchi su Netflix

Vita in sette puntate di una supereroina degli scacchi, triste, sola, superdotata, vincente

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La regina degli scacchi
di Scott Frank
con Anya Taylor-Joy, Isla Johnston, Annabeth Kelly,
Bill Camp, Moses Ingram,
Christiane Seidel, Rebecca Root, Chloe Pirrie, Akemnji Ndifornyen, Marielle Helle,
Harry Melling, Patrick Kennedy
Jacob Fortune-Lloyd,Thomas Brodie-Sangste, Marcin Dorociński

su Netflix

Il titolo originale di La regina degli scacchi è The Queen’s Gambit, ovvero Il gambetto di donna, che è un’apertura di gioco che non so e non proverò a spiegarvi come credo il 90 per cento degli spettatori che non giocano a scacchi. E che però sono tutti innamorati di questa fortunatissima miniserie in 7 parti che si può vedere su Netflix. Le 7 puntate raccontano come l’orfana Beth Harmon, collocata a metà degli anni Cinquanta in un brefotrofio dopo l’incidente/suicidio in cui era morta la madre (matematica, infelice), vinca la solitudine e la tristezza grazie all’uso smodato di psicofarmaci che si faceva in quel periodo per tenere tranquille le piccole orfane negli istituti, all’amicizia di una compagna e alla scoperta che in cantina c’è un inserviente brontolone che gioca a scacchi da solo. Beth lo spia, impara le mosse, quando lui riluttante gliele spiega lo batte, dopo che lui la fa conoscere a un circolo scacchistico di provincia Beth spicca il volo e non solo vede molte mosse in anticipo, ma le vediamo anche noi: basta alzare gli occhi al soffitto quando va a letto strafatta e sul soffitto enormi pezzi di scacchi cominciano a muoversi in tridimensionale. Un po’ come le allucinazioni matematiche di Russell Crowe in A Beautiful Mind. Ci spiega come funziona il gioco? Ogni tanto, ma per eccitare la nostra curiosità, nello stesso modo in cui seguiamo una bella biografia di Einstein senza avere la minima idea di cosa sia la Relatività. Lo scacco fa spettacolo, lo spettacolo dell’orfana che cresce, adottata da una famiglia borghese e perbene, dannatamente disfunzionale, ma non il solito ovvio racconto di dolori interrelati: c’è l’America anni Sessanta delle casalinghe con tutti gli elettrodomestici ma sull’orlo della psicosi e dell’alcolismo (che si trasmette anche a Beth), l’America dei commessi viaggiatori con una famiglia in ogni stato, l’America dei maschi maschilisti che però s’inchinano (sembrerebbe assurdo) all’unica donna che li bastona con un’intelligenza spropositata. Beth Harmon è, a modo suo, una supereroina con molti dolori e molti poteri, una parente stretta dell’Uomo Ragno e consimili: è giovane, triste e sola fino all’autismo, ha indubbi superpoteri (lei vede il gioco come un computer quando i computer li aveva solo l’IBM e lo fa vedere anche a noi), cresce in una società che lascia poco posto alle donne attraverso lampi di intelligenza che le scavano spazi inediti  e magari il suo modo di attraversare la vita è una mossa analoga al Gambetto della regina: Wikipedia dice che è l’offerta di un pedone sul lato Ovest della scacchiera, quello della donna, quasi in sacrificio, per ottenere di più. Vedere vincere piace allo spettatore, è l’efficacia  di una strategia in un mondo caotico, e i vincenti piacciono di più se soffrono in maniera creativa e aggressiva: Beth Harmon ci conduce attraverso un melodramma verso un duello finale, quello per la conquista del titolo di massima scacchista del mondo, in un mondo che usa anche gli scacchi per combattere la Guerra Fredda. La fotografia è coinvolgente, gli abiti impeccabili, i tagli di capelli da documentario, le scenografie ossessive, la protagonista Anya Taylor-Joy porta la sua maschera al limite dell’autismo da The Witch di Robert Eggers, l’ex campione di scacchi Garry Kasparov ha dato la sua consulenza (ne deduciamo che tutti i bislacchi comportamenti tra lo schizzato e il cavalleresco di quel mondo siano plausibili, e pare siano ricalcati un po’ su quelli di Bobby Fisher) e al comando c’è il regista Scott Frank, che è “solo” alla terza regia, ma ha un curriculum da sceneggiatore fastoso: L’altro delitto di Kenneth Branagh, Il mio piccolo genio di Jodie Foster, Malice, Get Shorty, Out of Sight , Minority Report, su su fino ai film di Wolverine… Il romanzo da cui Frank ha tratto, sceneggiato (e cambiato) La regina degli scacchi è di Walter Tevis, il signore che ha scritto Lo spaccone (da cui il film con Paul Newman) e L’uomo che cadde sulla Terra (da cui il film con David Bowie): il libro da noi è uscito da Minimum Fax con una bella introduzione di Tommaso Pincio che spiega che ogni libro di Tevis era un’autobiografia mascherata: insomma alcolista, giocatore di biliardo, scacchista, alieno, donna…

 

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