Lory Muratti: «Ecco le mie lettere da Altrove, scritte in un rifugio sul lago»

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lory muratti lettere da altrove intervista
Foto di Nicola Chiorzi

In occasione dell’uscita del suo nuovo album Lettere da Altrove, abbiamo intervistato Lory Muratti che ci ha raccontato di come sia nato questo progetto discografico.

Nato durante il periodo del lockdown, Lettere da Altrove è un concept album composto da otto tracce che si ispirano alla serie video-narrativa ideata da Lory Muratti. 

Cosa aspettarsi? Un viaggio in una dimensione spazio temporale diversa dalla realtà, tramite una musica letteraria e visiva , sfogliando le pagine di una storia tra due amanti che si ritrovano inaspettatamente imprigionati in un ex ricovero barche su un lago del Nord Italia a causa di una misteriosa epidemia.

Prima della nostra intervista, ecco un video saluto ai lettori di Spettakolo di Lory Muratti.

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Lory Muratti, l’intervista 

Hai definito Lettere da Altrove uno spoken album. Cosa significa? Come nasce l’idea?

È uno spoken album nel senso più tradizionale del termine,  ovvero la voce non è necessariamente cantata, anzi, nella maggior parte dell’utilizzo che ho fatto della vocalità è declamata, recitata.

Questo perché, oltre ad essere una mia passione da sempre, è una forma che ho sempre esperito, soprattutto nei primordi delle mie produzioni, quindi è stato un pò un ritorno alle origini.

Inoltre, è anche una forma che trovavo perfettamente calzante a questo concept album che nasce da una narrazione, che come spesso accade nella mia progettualità, è proprio la madre anche della dimensione musicale che da questa parte più letteraria prende vita.

Lettere da Altrove prende ispirazione da un altro tuo progetto, ovvero una alla serie video-narrativa ideata proprio da te.

Si, è nato durante l’isolamento della scorsa primavera. La mia urgenza espressiva mi ha spinto nella direzione narrativa che si è configurata in una serie audio- video- narrativa.

Questa storia mi si stava sviluppando tra le mani, ha preso forma in una serie di episodi che sono stati pubblicati sul magazine online attraverso dei video dove il testo scorreva come dei titoli di coda e tutto era accompagnato dalla musica che, in parallelo, stavo producendo.

Quindi, una sorta di esperimento di produzione e pubblicazione istantanea che si è naturalmente trasformato in un concept album dato che per me la parola scritta e la parola cantata sono gemelle e da sempre cerco di farle convivere e dialogare.

Ha avuto inizio dal titolo, che sintetizza un po’ il tutto, oppure hai riunito il materiale e alla fine hai deciso di dare un nome rappresentativo a tutto questo progetto?

Lettere da Altrove era un mio hastag: quando scrivevo dei post a questa figura immaginaria, quasi fantasmagorica, che mi aiutava in alcuni momenti nel dire certe cose sui miei social, utilizzavo questo hastag che era appunto lettere da altrove.

Questo titolo era nella mia testa e assurgeva a sigillo di molte altre suggestioni che hanno preso forma nel momento in cui tutto si è fermato:  mi sono ritrovato in questo luogo, in questo ex ricovero barche che ho trasformato in abitazione, affacciato su questo piccolo Lago di Monate.

In questo luogo sono nate queste lettere, figlie di quell’ hastag, ritrovandomi in quell’Altrove, un luogo lontano dal centro di una città, non è deputato allo scambio primario di rapporti sociali,  ma è anche quel del  mondo interiore.

Quindi, in realtà, forse è arrivato prima il titolo poiché è legato al luogo e da qui l’idea di trasformare questa suggestione, questo scambio con la figura fantasmagorica in una narrazione vera e propria, immaginando che questi due personaggi coabitassero, coesistessero nel ricovero barche, isolati contro la loro volontà da questa misteriosa epidemia che, però, aleggia solo sullo sfondo ed è il vero fantasma di tutta la narrazione.

Perché hai scelto proprio Giorni Deserti per anticipare questo progetto?

Giorni Deserti è il brano che forse sintetizza nella maniera più chiara e tangibile, anche in termini emotivi, i vari temi che vengono toccati da questa narrazione in musica: si radunano le immagini più essenziali quelle che sono anche più corali, più comuni all’esperienza che abbiamo vissuto noi tutti in quel periodo e perché  nel dispiegarsi di quel testo è quello che meglio ci spiega che cosa sta accadendo, dove siamo finiti sia da un punto di vista musicale che letterario del testo. Non è un contesto così consueto, quindi, mi sembrava che fosse quello che poteva meglio aprire la porta di tutta questa progettualità.

C’è stata una scelta ben precisa, studiata, di questa sonorità?

Sì, perché è anche il modo che mi appartiene di più da quando sono rinchiuso qui e lavoro in solitaria: questo è un disco scritto, suonato, arrangiato, prodotto totalmente da solo poiché figlio dell’isolamento. Il suono è di conseguenza figlio delle possibilità espressive che avevo in questo luogo. Quindi, anche il sound è quello dell’isolamento così come la dimensione visiva che ne è scaturita, figlia dell’assenza: il videoclip di Giorni deserti è il primo di una trilogia che ho definito così, ovvero La trilogia dell’assenza che è connaturata a questo luogo dove c’è un lago scarsamente popolato, dove il piano di irrealtà di quei giorni deserti, dell’isolamento, si faceva ancora più sentire. Quando una città si ferma hai uno shock, ma ci sono dei vicini, su quei famosi balconi, qui non c’è nessuno con cui confrontarsi. Quindi è ulteriormente estraniante.

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Hai parlato molto di emozioni, estraniarsi: quali sono le emozioni di questo album? Nasce dal bisogno di condividere, di ricercare in altre persone questi stessi sentimenti?  O esprimere solo dei bisogni?

Nasce dall’urgenza di rifugiarsi nuovamente, in chiave terapeutica, nella creatività. Non avevo nessuno motivo di rimettermi a scrivere, dal momento che un album era già pronto per uscire. Per me, la scrittura è un rifugio, che sia in musica che in narrativa, e quel sottoforma di lettere, lettere di musica dal passato, che ho immaginato di spedire dal futuro a questa persona che era con me, nel mio presente.

Questa dimensione, questa dislocazione rappresentava il bisogno di colmare quella distanza con chi di fatto non era con me e con tutti coloro che, in quella dimensione, che abbiamo tutti vissuto, si sarebbero poi riconosciuti. Infatti, mi piacerebbe che queste lettere diventassero una corrispondenza.

Quest’anno ricorre il centenario di Rodari che scrisse un libricino, che adoro, che si intitola C’era due volte il barone Lamberto: nell’edizione di Einaudi, lui suggeriva di riscrivere il finale ed è una cosa fantastica, perché nelle edizioni successive riportava i finali  suggeriti da alcuni lettori, proponendo una lettura differente. È una cosa che auspico per queste Lettere da Altrove.

Cos’è per te l’immaginario?

L’immaginario è una casa, per un artista è tutto. Qualsiasi cosa che ogni artista vada a creare è figlio del suo immaginario che non può essere lo stesso di un altro: è la costellazione interiore difficilissima da decifrare anche per chi l’abita, dentro la quale si muovono tutte le sorprese, di cui ti stesso ti stupisci quando scrivi, crei, produci e ti fa chiedere da dove è arrivato ed è figlio di quell’immaginario.

Lettere da Altrove sarà anche  in vinile, dal colore blu. Perché la scelta di uscire in questo formato?

Parlandone con il Paolo Izzo, l’avventuriero un po’ matto che ha seguito questo progetto con me, è un affezionato, amante di quello che è non necessariamente rappresenta la strada più semplice: ci siamo ritrovati sull’idea che questo lavoro sarebbe stato a suo agio in versione vinile.

Un motivo in più per avere l’oggetto in un momento in cui il digitale ha pervaso le nostre vite, la musica la suoniamo essenzialmente in digitale, che però non è l’alternativa per me, ma il punto di partenza, soprattutto perché, nonostante tutti i dischi che ho fatto, non avevo mai stampato in vinile. Quindi, era proprio un desiderio di chiudere un cerchio:quando sei bambino hai i tuoi fantastici vinili dei The Cure e dici “farò anche io un vinile da grande” e non si può arrivare a 40 anni e non aver pubblicato ancora un vinile.

Abbiamo pensato che fosse questo il progetto giusto per proporsi nel formato vinile. È blu, perché un concept legato fortemente all’acqua, alla dimensione lacustre, un turchese intenso, che spesso diventa un colore indecifrabile che è poi quello del fondale dell’acqua del lago. Il blu è il colore che si avvicinava maggiormente.

Oltre ai The Cure, chi ha contribuito e partecipato al tuo immaginario?

Musicalmente nasco dal pianoforte, da studi classici, da Bach, poi ho scoperto i chansonnier francesi e da lì mi sono alzato dal pianoforte in cerca di una chitarra elettrica.

Durante il periodo grunge, alternative rock dei primi anni 90 ho scoperto tutte quelle derive che erano la coda di un certo tipo di psichedelia, il post rock che poi è arrivato dopo. In parallelo, con una sorella più grande, sono stato figlio di una new wave e gli anni 80. Mi muovo in un equilibrio strano, dove la musica da camera dialoga con i Joy Divison che parlano con i Mogwai, i Sigur Ros, che vanno a cena con i Depeche Mode e poi finiscono a casa di David Bowie che li porta alla factory di Andy Warhol dove ci sono i Krisma, con i quali ho suonato. C’è molto in questa costellazione in cui perdersi!

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Irma Ciccarelli
Classe 93, anno in cui David Bowie pubblica Black Tie White Nois. Campana di nascita, adottata dalla toscana Cortona (sì, la stessa di Jovanotti), da qualche anno vivo a Milano, di cui mi sono innamorata il 29 giugno del 2013. Perché ricordo la data? Perché a San Siro c’erano i Bon Jovi a infiammare il palco, ed io ero lì a sognare di intervistare la band. Ed eccomi qui: giornalista e studente di musicologia, il mio mantra è Long Live Rock, ma guai a chi disprezza i cantautori….e Beethoven (non il cane).

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