Insieme avrebbero formato un trio di enorme personalità e di multiforme ingegno. Il contrabbassista algerino che vive a Parigi da sessant’anni, imbevuto di cultura popolare. Il chitarrista norvegese che ha inventato e attraversato come un ciclone innovativo senza freni la poetica sonora scandinava. Il pianista italiano dalla cultura internazionale e la capacità prospettica amplissima, che ci ha lasciato troppo presto. Separati ci hanno proposto tre ottimi lavori.

Michael Benita Quartet

Michel Benita
Looking At Sounds (ECM/Ducale)
Voto: 8

È un album decisamente in stile ECM questo del contrabbassista algerino, tra i numero uno del jazz transalpino, nonché eclettico propositore di una world music decisamente convincente. Del resto, anche se questo quartetto è al debutto, sono ormai dieci anni – dal cd Libero del trio di Andy Sheppard del 2011 – che Benita incide per la prestigiosa etichetta di Manfred Eicher, che ha saputo imporre alla musica internazionale uno standard sonoro peculiare, liricamente intessuto di fitte trame, raffinato quanto sospeso ed etereo, perfettamente registrato e impalpabilmente introspettivo.
E questo cd che vede al fianco del leader i suoi abituali collaboratori Matthieu Michel, flicornista svizzero, l’unico che non utilizza anche le elettroniche, e Philippe Garcia, batterista francese, entrambi membri di Ethics, la band che ha consacrato Benita, e la new entry Jozef Dumoulin, interessantissimo tastierista belga, specialista del Fender Rhodes. Undici brani di classe, intessuti poeticamente di colori sgargianti ma mai esibiti, di percorsi poliformi ma mai ostentati, di infinite piccole variazioni, di continui suggerimenti emozionali. Di tappeti dagli ampi velluti e sottili variazioni ritmiche su cui campeggiano le volute melodiche e i ricami solistici.
Citiamo almeno, tra gli originali del 66enne musicista dalla cavata profonda e concreta (e dall’inequivocabile emotional touch, come emerge nella cover da solista di Never Never Land di Jule Styne), la libertà lirica della title-track, i giochi elettronici su cui vola Slick Team, l’improvvisazione totale e fluttuante di Cloud To Cloud.

Terje Rypdal Quartet

Terje Rypdal
Conspiracy (ECM/Ducale)
Voto: 9

Sono passati cinquant’anni dal debutto di questo chitarrista problematico e inafferrabile, profetico e illusorio nella sua formulazione personalissima del sound fusion. Personaggio polivalente e colto, sa suonare anche il piano, la tromba, il sax e il flauto e ha composto sinfonie e piece contemporanee. Va considerato tra coloro che hanno definito il suono della sei corde nella stagione delle elettroniche, capace di coniugare la libertà totale del free con un lirismo intenso, sviluppato grazie alla delineazione di percorsi melodici fantasmatici, retti da preziose trame armoniche. Oggi 73enne ritorna a registrare in studio dopo oltre due decenni e se ne esce con una “cospirazione” di altissimo livello, proposta con un quartetto che unisce Pål Thowsen, già suo batterista nel periodo più sperimentale, e due giovani talenti da tenere d’occhio, il tastierista Ståle Storløkken, più eclettico, e il bassista elettrico Endre Hareide Hallre, più incline alla melodia.
La chitarra di Rypdal, piena di schegge rock e di effetti, di distorsioni e riverberi, conduce i sei brani in territori a volte spaziali, a volte magmatici, a volte notturni, a volte impalpabili, sorretta da tappeti volanti di tastiere oppure esortata da punteggiature ritmiche. Un jazz evanescente come quello scandinavo si unisce con un post-rock tragico e irrisolto, perversamente verrebbe da dire se non offrisse sempre un sound quasi solenne, perentorio e penetrante.
L’album dura solamente 35 minuti, il che appare un grande difetto per chi acquista un cd (supporto che potrebbe contenere oltre il doppio della musica qui proposta), ma che l’intensità sonora e l’impegno richiesto per appropriarsi e introiettare il flusso sonoro fanno immediatamente perdonare.

Gianni Lenoci Trio

Gianni Lenoci
Wild Geese (Dodicilune)
Voto: 10

Il pianista pugliese se n’è andato, appena 56enne, poco più di un anno fa, lasciando un vuoto difficile da colmare non solo in ambito jazzistico ma anche in quello più ampio, culturale e intellettuale, del suo territorio. Questo album registrato nel novembre 2017 è semplicemente un capolavoro. E non lo diciamo per il dovuto rispetto a un personaggio di altissima caratura che ci ha lasciato; neppure lo affermiamo perché il repertorio affrontato è quello di due musicisti enormi, che sono tra i più amati da chi scrive, Ornette Coleman e Carla Bley (cui si riferisce anche il brano firmato da Gary Peacock, il grande contrabbassista morto lo scorso settembre); neppure ancora l’affermazione ci è sfuggita perché un primo ascolto emoziona e convince.
Questo disco è un capolavoro per una somma di fattori. Innanzitutto perché la formula del piano trio è utilizzata in tutte le sue peculiarità, grazie anche a compagni eccellenti: il solido contrabbassista Pasquale Gadaleta, compagno di molte avventure di Lenoci, e il formidabile batterista americano Bob Moses, capace di passare dalla musica creativa di Henry Kaiser e Dave Liebman alle altezze eteree di Paul Bley e Gary Burton. I tre si incontrano, si intrecciano, si scontrano, si sciolgono, volano e planano, prendendo sempre il la da piccoli, minimi spunti, suggeriti di volta in volta dalla lettura di uno o dell’altro. Il canone di base è quello armolodico colemaniano, ma lo sviluppo qui ingloba il pianoforte e ne ottiene uno slancio amplissimo, quasi universale, tra leggere variazioni e continui rimandi espressivi, alla ricerca senza fine di un inutile centro di gravità permanente.
È un capolavoro perché i nove brani scelti, oltre a essere ciascuno un piccolo riferimento nell’edizione originale (a cominciare dal paradigmatico The Beauty Is A Rare Thing di Ornette), sono ripresi senza “rispetto” ma con analisi, senza inseguimenti ma con espansioni, senza devozione ma con implicazione. I tre si muovono in un terreno fertile e rigoglioso, che sanno irrorare di giuste coordinate nutrienti, anche quando il discorso sembra farsi astruso e “intellettuale” rimane iridescente e pieno di un’immediatezza rara in questi territori sonori.
È un capolavoro perché piace immediatamente e perché mantiene questa sua godibilità nel tempo e nello spazio che a ogni ascolto fa attraversare.

Alcuni contenuti o funzionalità non sono disponibili senza il tuo consenso all’utilizzo dei cookie!

 

Per poter visualizzare questo contenuto fornito da Facebook Like social plugin abilita i cookie: Clicca qui per aprire le tue preferenze sui cookie.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome