Voodoo Kid: «Il mio nome d’arte è un omaggio a Jimi Hendrix»

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voodoo kid amor requiem

In occasione dell’uscita del suo album d’esordio Amor, Requiem, abbiamo intervistato Voodoo Kid che ci ha raccontato come è nato questo progetto. Il disco vede la collaborazione di alcuni tra i più talentuosi e ricercati producer italiani: da Renzo Stone (Ghali, Mike Lennon) ai 2nd Roof (Salmo, Marracash…), i Mamakass (Coma Cose), Dario Bass (metà di LNDFK) e Emanuele Triglia. Non solo, ha già catturato l’attenzione dei big della scena urban e rap come Mecnache l’ha scelta per il feat. corale di Neverland.

Voodoo Kid, l’intervista

Inizierei dal tuo nome d’arte: Voodoo Kid. Cosa significa come sei arrivata a questa scelta?
Voodoo Kid viene da un pezzo di Jimi Hendrix che si chiama Voodoo Child. Mi è sempre piaciuto come nome e l’ho trovato molto adatto a un mio progetto, in quanto mi vedo come un anima un po’ fluida, senza gender e bisogno di etichettarsi. Kid è stato scelto per questo motivo, oltre al fatto che mi ritrovo molto in questo non voler crescere, essere sempre bambini, c’è una parte di me che penso non crescerà mai. È bello così!

Il titolo dell’album è Amor, Requiem. Qual è la sua trama? Quali sono i temi che vai a trattare? Cosa sintetizza questo titolo?
Il titolo dell’album dice già tanto perchè unisce due cose che contrastano tra loro: l’amore, che rappresenta la vita, e requiem  ovvero la morte. Insieme, vedo come una sorta di rinascita. Di che cosa?

Dell’amore e della vita, infatti, l’album se lo si segue dall’inizio alla fine parla dell’incontro, dello sbocciare, del progredire, dell’appassire di una relazione e infine, col requiem, dell’essere pronti a lasciare andare la persona con la quale si è stati per guardare oltre,  verso qualcosa di nuovo.

Fondamentalmente, parla di questo, parla d’amore, ma anche dello scontro generazionale  come nel brano Non è per te, c’è Foxbury ave.interlude che tratta il tema dello stalking.

Quindi, i tuoi pezzi possono essere considerati tante storie che vanno a creare un concept album?
Possono essere considerati tante storie che vanno a creare un concept album, oppure una storia unica divisa in capitoli diversi, dipende da chi lo ascolta, come si immedesima e come collega i propri vissuti con i pezzi che ascolta.

Questo album è stato anticipato da due brani: Domino e Non è per te. Perché li hai scelti? Hanno delle caratteristiche che li contraddistinguono dagli altri pezzi?
Domino, sentivo che era il pezzo giusto da far uscire in quel periodo dell’anno, era estate, un po’ ritmato e racconta del momento prima dell’essere pronti a lasciar andare una persona, ovvero quella in cui ci si guarda indietro e si fanno i conti un po’ con tutto quello che è successo, cosa ti ha portato sia di buono che di cattivo questa persona.

Il pezzo dice che nonostante tutto quello che è successo, nonostante tutto quello che mi hai fatto e ci siamo fatti a me va bene così, rifarei tutto nello stesso modo e mi rimane comunque un bel ricordo di te, però, ciao!

Per quanto riguarda Non è per te , l’ho scelto perché più di tutti tocca un tema con degli argomenti che sono molto freschi, vivi, e ci tenevo a puntare il focus proprio su questo pezzo. Inoltre, lo sento molto trascinante, un grido di protesta delle generazione nuove per far capire al quelle vecchie due/tre cose.

C’è una frase in un tuo pezzo che dici: “Ma non lo racconti mai di come stai bene con me e non chiedi mai perché”. Questo potrebbe essere un problema della tua generazione?
In realtà, è vero: queste generazioni nuove, forse, hanno un diverso modo di vivere l’amore. La mia, però, non è assolutamente una critica, né voglio screditare le persone che hanno questo stile di vita, semplicemente io  sono molto “classica” da questo punto di vista.

Mi hanno sempre definita una persona “molto seria”, una persona che non va a destra e sinistra, che non fa cavolate, ma se sta con una persona è perché pensa sia quella giusta. Questa è la mia idea romantica dell’amore e forse le generazioni nuove, con i pro e i contro, sono un pochino più “libertine” e vivere la propria vita senza rendere conto agli altri, con i pro e contro del caso.

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Quali sono le paure della tua generazione?
Sicuramente il futuro e le generazioni vecchie. Il futuro, per tutti i problemi che ci potrebbe presentare come  il cambiamento climatico. Noi giovani  stiamo cercando di muoverci, con tutte le piattaforme che abbiamo a disposizione, per diffondere il messaggio e far cambiare un po’ le cose. Un po’ come Greta  Thunberg. Invece, per la politica  perché la gente che ci governa ha una mentalità un po’ vecchia, un po’ egoista.

Che ruolo hanno gli artisti in questa rivoluzione?
Ognuno di noi ha a disposizione una piattaforma e dovrebbe essere utilizzata per diffondere un certo tipo di messaggio, far capire delle cose e non dobbiamo limitarci solo alla musica, alla nostra arte o quello che facciamo in generale, dipende chi siamo ovviamente.

Cerco sempre di muovermi anche verso questa direzione, ovvero del parlare di certi problemi, parlare di certe tematiche che siano delicate o meno, io parlo sempre del mio punto di vista e dico sempre la mia. Cerco di influenzare positivamente chi legge quello che scrivo, sente quello che dico.

Per esempio, Fedez è uno dei più grandi esponenti in Italia di questo tipo di pensiero, di questo movimento, modo di agire: prende i suoi social e li utilizza per parlare di questioni serie,  si muove verso un certo tipo di modo per aiutare le persone e la trovo una cosa molto coraggiosa.

Noi che abbiamo la possibilità di farlo perché c’è gente che ci ascolta, dovremmo iniziare a parlare delle cose in modo aperto e  propositivo.

Tornando all’aspetto strettamente artistico, perché qualcuno dovrebbe ascoltare i tuoi lavori? Quali sono i tuoi punti di  forza?
Questa è una domanda che è un po’, non te lo nego, mi manda in crisi perché  a 25 anni, non so se sia una cosa condivisa, non ho ancora trovato al 100% il mio modo di essere, il mio modo di pensare, il mio modo di agire, il mio modo di fare.

Sicuramente, sono sulla buona strada perché se sono riuscita a mettere insieme un album, a chiuderlo e pubblicarlo vuol dire che qualcosa di me stessa l’ho capito, però al contempo sento che devo ancora vivere, devo fare tante esperienze.

Se dovessi rispondere a questa domanda strettamente dal punto di vista artistico, direi che sto cercando di fare una musica senza genere perché credo che sia un po’ la chiave dell’ascoltatore in questo momento: non voglio sentire un album che è tutto uguale, il  cantante che canta solo e sempre nello stesso modo, con le stesse note! Voglio creare diversità anche nel mio prodotto e  rispecchia molto la mia personalità, anche se mi hanno sempre detto che fosse un problema non riuscire a trovare un genere.

Io ho sempre pensato che lo fosse, fino a che non ho capito che questa potrebbe essere la soluzione per la musica: in questo momento sta diventando sempre più senza genere, inclassificabile ed è una cosa che a me piace molto.

Inoltre,  questo si ricollega alla mia immagine fluida, senza genere e un’altra cosa che alla quale tengo molto è che metto sempre una parte di me in quello che compongo, non sono mai storie che mi invento di sana pianta, ma esperienze mie tengo a condividere perché sono sicura che le persone che ascoltano la mia musica riescono in qualche modo ad immedesimarsi nelle situazioni e spero che ci sia anche qualcuno che dica “Oh mio Dio, questa canzone sembra che l’abbia scritta per me!” 

E questo vale non solo per le tematiche, ma anche per le sonorità che hai scelto.
Anche a livello musicale è tutto gender free, è tutto fluido nel senso perché non utilizzo solo un certo tipo di strumento, mi muovo dal produrre in digitale al produrre in analogico e metto tutto insieme perché è una cosa che mi piace veramente molto.

Infatti, in alcuni testi c’è la chitarra in altri ci sono dei sinth, che magari sono solo plug-i,  e quindi mi piace molto mescolare le due cose e riuscire ad amalgamarle bene rendendo tutto una cosa unica: è una sinfonia di suoni che anche se sono diversi tra loro, accostati in un certo modo suonano bene.

Chi sono stati  gli artisti o personaggi, perché non è detto che vengano per forza dal mondo della musica, che hanno segnato la tua identità artistica?
Jimi Hendrix, Led Zeppelin, The Beatles, Bowie e successivamente gli Oasis. Nel periodo londinese, ho iniziato ad ascoltare un genere completamente diverso che è la musica elettronica e da lì è nato il mio bisogno di voler esplorare un nuovo universo, ho iniziato a suonare i sintetizzatori e a cercare di capire come funzionassero, a lavorare con programmi un pochino più complessi.

A Londra ho iniziato ad ascoltare James Blake, poi mi sono mossa verso l’ R&B, cercando di renderlo mio e personale rispetto alla musica che faccio, infatti quando adesso compongo ci sono sicuramente un sacco di influenze.

Perchè hai scelto proprio Londra? Cosa stavi cercando?
Fondamentalmente, in Italia non esistono corsi come quelli che ho frequentato a Londra (o in America e  in altre parti del mondo): Undergraduate di 3 anni in University of Westminster in Covention Power Music, un master alla Goldsmiths in Power music e quindi mi sono trovata molto molto bene qui, sia alla Westminster che alla Goldsmiths in modo diverso perché sono due università completamente diverse nell’approccio allo studio, alla produzione, alla musica.

Andare a fare un’esperienza all’estero significava affrontare uno sviluppo mentale incredibile per me, lo cercavo e sentivo di dover fare. Mi sono trovata molto bene comunque, è la mia città penso, insieme a Parigi, ma anche l’America, dove non sono ancora stata.

Con chi ti piacerebbe collaborare? Con chi ti senti più affine?
Non ci sono dei nomi specifici con i quali vorrei collaborare, sto cercando di fare una ricerca dal punto di vista musicale a livello internazionale perché vorrei fare un pezzo con artisti internazionali, specialmente francesi.

Della musica francese, ho iniziato ascoltare e diverso il rock psichedelico-elettronico, che è una cosa che non c’entra niente con me, u in particolare il gruppo La Femme.

Mi piacerebbe molto esplorare la musica anche dal punto di vista della  lingua perché secondo me è una barriera che va abbattuta. Del panorama italiano, mi piacerebbe fare un pezzo con Ghemon perché è sulla mia stessa lunghezza d’onda, sia come persona che come musicista. Se penso agli emergenti, probabilmente farei  un pezzo con Irbis, mi piacerebbe scrivere con Ginevra.

Il film della vita per me, sarebbe con The Weeknd perché è il mio artista preferito, altrimenti Frank Ocean, Pharrell oppure Kid Cudi.

Come te lo immagini un tuo live?
Molto alla Justin Bieber! Sono grande fan sua, lo ascolto da sempre! Quindi vivo, con tanti colori sui miei toni tipo rosso, blu, viola, bianco, luci, flash, led wall, ballerini, musicisti tutto.. all-in!

Cosa ti auguri?
Sicuramente di continuare a fare quello che sto facendo dal punto di vista artistico e sociale. Mi auguro un futuro migliore di quello che si prospetta, che il Covid passi presto e possiamo riprendere a fare i concerti, uscire di casa e vivere come le persone normali, di conseguenza che la mia salute mentale migliori (ride).

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Irma Ciccarelli
Classe 93, anno in cui David Bowie pubblica Black Tie White Nois. Campana di nascita, adottata dalla toscana Cortona (sì, la stessa di Jovanotti), da qualche anno vivo a Milano, di cui mi sono innamorata il 29 giugno del 2013. Perché ricordo la data? Perché a San Siro c’erano i Bon Jovi a infiammare il palco, ed io ero lì a sognare di intervistare la band. Ed eccomi qui: giornalista e studente di musicologia, il mio mantra è Long Live Rock, ma guai a chi disprezza i cantautori….e Beethoven (non il cane).

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