I Kemama in difesa delle donne: “Non denunciano per vergogna, paura di non essere credute”

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La violenza di genere vive una situazione drammatica, peggiorata durante i mesi di lockdown, con 25 mila casi in più registrati, e richieste d’aiuto (in incremento in tutto il mondo) aumentate del 119%. In occasione del 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza sulle donne, i Kemama (alias Ketty Passa, Marco Sergi, Manuel Moscaritolo) scendono in campo con il video di Codice rosso, un brano che rompe il muro dell’indifferenza, dell’ignoranza, e di tutti quei “se l’è cercata” che rimbalzano di bocca in bocca, beffardi e violenti più di un pugno in pieno viso. Gli abusi sessuali, fisici o psicologici, segnano per sempre la vittima. Non c’è data di scadenza per superare quel dolore, quel trauma che dilania corpo e anima.

Codice Rosso (il brano deve il nome alla legge omonima) vede la partecipazione di Omar Pedrini, Andy (Bluvertigo), Andrea Ra, Cippa e Paletta (Punkreas) e Roberto Angelini. “Sono quella voce che ti dice che non sei sola, non sei solo, la tua forza può tirarti fuori”.

INTERVISTA Ketty Passa – Kemama 

Codice rosso tratta il tema della violenza sulle donne. Non a caso porta il nome della legge approvata lo scorso anno.
Sì, nasce dalla legge del 2019, che in teoria dovrebbe difendere i diritti penali legati alla violenza di genere, psicologica e fisica. Abbiamo invece scoperto, durante il lockdown, che la legge tutt’oggi non funziona. Le vittime sono ancora poco tutelate, ci sono ancora tante chiamate al 1522 che non vengono assistite come dovrebbero. Questo l’ho scoperto anche grazie all’associazione Fare x Bene Onlus, con cui abbiamo iniziato a collaborare con il brano. Ci ha toccato molto quello che abbiamo letto in questo periodo, con la chiusura in casa ne hanno iniziato a parlare tutti, dalle femministe più accanite a giornalisti e artisti. Quindi partendo dalla legge e dalla chiusura, e dalla solitudine che ne è derivata, la canzone è “arrivata”. Poi anche io, Ketty, ho avuto un percorso personale legato all’argomento.

La canzone è stata scritta durante il lockdown, periodo in cui sono esplosi i casi di violenza domestica. “Il mostro dorme accanto a te”, cito il brano. Perché è ancora così difficile denunciare?
Quando una donna viene violentata, psicologicamente (come nella canzone) o fisicamente, per schiaffi o abusi sessuali, la prima sensazione è quella del senso di colpa, della vergogna. Per colpa del contesto culturale sa che sarà sminuita, e questo succede anche con i titoli dei giornali che fanno passare l’atto di violenza come un gioco tra le parti o cose simili (vedi articolo Feltri sul caso Genovese, ndr). Le donne vivono nella paura del pregiudizio culturale, per un patriarcato di fondo che anche tanti uomini, per fortuna, ammettono. Ecco perché il coraggio manca.

La terribile frase “se l’è cercata” non rimbalza solo nella bocca degli uomini. È il caso della maestra d’asilo di Torino, vittima di un atto di violenza vera e propria, il revereng porn, e costretta dalla preside della scuola a licenziarsi.
Le prime carnefici siamo noi. Noi donne siamo molto competitive, poco amiche tra di noi. Abbiamo una sottomissione mentale verso quello che è lo stereotipo maschile. È una cosa con cui convivo da tanto: mi rendo conto che spesso potrei cadere nella dinamica di invidia, pregiudizio, se vedo una donna vestita in maniera particolare cado nella tentazione di dire qualcosa di sbagliato. Mi impegno a non pensare in quel modo: ci hanno indotto a credere che se una ragazza si mette una minigonna… “se l’è cercata”.

Ketty… hai detto tra le righe di essere stata vittima di violenza… te la senti di parlarne?
Non ho paura di raccontare… Ho iniziato ad andare dal terapeuta per cose mie, anzi credo – da laureata in sociologia – che tutti dovrebbero affrontare un percorso di terapia, perché è un arricchimento. Ho affrontato con il terapeuta un rapporto passato di violenza psicologica molto forte, che mi ha sottomessa in tante cose. Mi sentivo dare della “fallita”, ed ero entrata in quel meccanismo malsano, io che sono così indipendente! Affrontando la terapia, in una seduta è venuto fuori che 13 anni fa, durante la registrazione di un lavoro in uno studio di produzione, mi è successo altro, una cosa che avevo completamente rimosso. La prima cosa che ho ricordato non è stato il fatto che quella persona mi abbia sbattuto per terra e mi abbia bloccato le mani, provando a usare violenza. Ma ricordo perché non l’ho mai detto a nessuno: sapevo che non mi avrebbero creduto. E questa è stata la cosa peggiore.

Mi dispiace molto… questo mi fa pensare a Sting, accusato di violenza dopo più di 40 anni. Forse quella ragazzina aveva paura di non essere creduta?
Questa è una grande domanda. Io non ho mai denunciato quella persona, ognuno ha i suoi tempi per dire le cose. La mia “vittoria” è stata vedere che la moglie dopo neanche un anno l’ha lasciato: forse io non ho parlato, ma altre sì. Mi spiace quando la gente pensa che un giorno ti svegli e parli di violenza perché “va di moda”. Io ho capito perché non se parla subito, ma anche a distanza di anni, come nel mio caso. Si fa fatica… si fa fatica anche ad accettarlo.

Siamo una su cinque, nessuna centomila”, cito il brano. La frase è legata al mega evento di Campovolo contro la violenza sulle donne?
Sicuramente, più siamo a dirlo, meglio è. Ogni occasione in cui non si parla di questo argomento è un’occasione persa. Poi è un collegamento a PirandelloUno nessuno e centomila”, quindi è una citazione di più cose.

Al brano partecipano anche diversi artisti popolari, Omar Pedrini, Andy dei Bluvertigo e altri. Come li avete coinvolti?
Quando è nata questa canzone, ho fatto anche fatica a pensare di costruirci qualcosa che fosse legato alla spettacolarizzazione. Codice rosso è una canzone che parla di violenza: come Kemama abbiamo pensato che il supporto di gente come loro le avrebbe dato maggior credibilità. Come Ketty ho fatto delle live Instagram con Punkreas, Andy e Omar, affrontando proprio il discorso in diretta. Con Andrea Ra abbiamo realizzato un bell’evento dedicato a David Bowie, prima che si “chiudesse”, e con Roberto Angelini siamo amici. Quindi le collaborazioni sono arrivate in maniera spontanea. Oggi che non c’è possibilità di suonare, proviamo almeno a dare una risonanza web al lavoro.

Anche nel video, in uscita oggi- 25 novembre, ci sono volti noti. In contemporanea parte anche una campagna di raccolta fondi.
La famiglia Universal supporta Punkreas e Omar, come etichetta. Il trio Kemama è stato proposto alla Universal dal loro manager, supportando l’uscita di questo brano. Il video doveva uscire su Vevo, e ci siamo chiesti se avesse senso far uscire su un canale monetizzato questa cosa. Abbiamo poi pensato a come realizzare il video, registrato ognuno a casa sua, per ovvie ragioni. Video che esce il 25 novembre sul canale YouTube di Kemama (inglobato poi su Vevo).

Kemama è l’acronimo dei vostri tre nomi?
Esatto, Ketty, Marco e Manuel. Tre sillabe, noi siamo in tre, e dentro ha anche la parola “ama”. È un nome semplice, che ci piace.

Il vostro primo Ep uscirà nel 2021. Seguirà le tematiche e il sound di Codice rosso?
Codice rosso è un po’ una mosca bianca, nel senso che gli artisti fanno queste cose dopo che si sono fatti conoscere con singoli fatti da soli. Invece noi siamo usciti subito con tremila artisti… poi ci saremo solo noi. Il 2020 è un anno che ha rimbalzato un po’ le cose, quindi anche noi abbiamo cambiato le regole del gioco. Le tematiche dell’Ep saranno sociali e legate alle relazioni umane. Anticipo che il secondo singolo parlerà di attitudine, una parola che si sente in bocca a tutti in questo periodo. Il sound è sempre rock, con inflessioni moderne.

Qual è il tuo sentimento per la scarsa considerazione data alla musica durante la pandemia?
Frustrazione. Mi sento impotente, mi rendo conto che in Italia è sempre stato così, il Covid l’ha solo messo in luce. Vedere che in Germania o in Inghilterra i fondi sono ben diversi dai nostri ha “tirato uno schiaffo in faccia”a tutti noi, che sapevamo ma “non volevamo vedere”. Non essendo famosissima, lavoro anche come turnista per vari progetti, come dj, come consulente di progetti musicali, attività che non sono in serie A, e che sono state ritenute ancora meno importanti. Tutti quei lavoratori che non hanno piani B… non viene data importanza alla dignità del lavoro. Perché uno si devo reinventare pizzaiolo?

Ti ha fatto arrabbiare: “gli artisti che fanno tanto divertire”?
Mi ha fatto arrabbiare, perché penso quanto tempo della mia vita ho investito per far divertire gli altri. Anche io mi diverto, ma come chiunque ama il suo lavoro: questo non deve togliere dignità al lavoro dell’artista. Il problema è che la musica la fanno anche i non professionisti, e nel momento in cui dai possibilità a chi non sa cantare, ma fa musica… togli valore alla musica. Questo accanimento a diventare famosi e non a fare le cose per bene, toglie qualità e valore all’arte.

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