L’esordio da solista di Giacomo “ROST” Rossetti: «”Mayday” è il mio grido d’aiuto in un mondo che ci vuole infallibili»

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Da oggi è disponibile su tutte le piattaforme digitali Mayday, il primo singolo di Giacomo “ROST” Rossetti, polistrumentista umbro e da sei anni bassista dei Negrita.
Complice anche il periodo storico che stiamo attraversando e lo stop forzato alla musica dal vivo, questi ultimi mesi hanno contribuito alla nascita di un progetto musicale di cui Mayday è il singolo apripista.
Di tutto questo abbiamo parlato proprio con ROST, in una lunga chiacchierata telefonica.

Mayday è una canzone multiforme, se vogliamo: suonata, rappata e con delle atmosfere dark.
Esatto, più o meno diciamo che il connubio è quello.
Il pallino della scrittura l’ho sempre avuto e ho sempre scritto canzoni, poi l’estate scorsa, totalmente per caso, ho preso la chitarra, ho iniziato a scrivere delle cose e da lì è partito un po’ tutto.
La cosa che forse sorprende è appunto l’utilizzo del linguaggio parlato, quindi di un mondo che deriva dal rap, anche se non mi reputo un rapper. In realtà nasce tutto dall’esigenza di trovare un modo di comunicare più contemporaneo e nel 2020 non si può non tenere in considerazione tutto quello che è il fenomeno rap e hip hop e il relativo stile. Inoltre nella musica con cui sono cresciuto spesso ci si ritrova a confrontarsi col linguaggio del rap, perchè anche se i primi dischi che ho ascoltato erano quelli del rock anni ’70 di mio padre, quindi Led Zeppelin, Pink Floyd, Deep Purple, poi nella mia adolescenza ho scoperto gruppi come i Red Hot Chili Peppers e i Rage Against The Machine, dove il parlato è molto presente. Evidentemente questa cosa dentro di me è rimasta, quindi l’anno scorso quando sono nate queste canzoni mi sono sentito a mio agio ad usare questo linguaggio e questo tipo di comunicazione.
È veramente nato tutto così, dal nulla, senza alcun tipo di forzatura: mi sono semplicemente messo lì con la chitarra e ho sentito il bisogno di scrivere queste cose, senza starmi a chiedere se una cosa andava fatta più in un modo o in un altro.
La stessa Mayday è una canzone che credo di aver scritto in un’ora, non di più, completamente di getto, e il risultato è stato un connubio tra una parte musicale completamente suonata, derivata dal fatto che io comunque sono un musicista, più questa veste nuova di cantante in cui mi sono un po’ adagiato su questo trovarmi a mio agio con un linguaggio parlato che affronta tematiche che oggi non fanno più parte di questo genere musicale, visto che in Italia ha portato la sua narrativa più sul machismo, sull’autocelebrazione e sull’essere sempre più “fighi” degli altri. Io invece, al contrario, ho sempre reputato interessante l’accostamento di un linguaggio derivato dal rap con una tematica molto intima, privata.

Abituato a vederti sui palchi con i Negrita mi sarei aspettato un rockettone, e invece chi ti ha conosciuto in quella veste ora scoprirà un tuo lato diverso.
Musicalmente la matrice è molto rock, anche se decisamente crossoverata, mitigata da altre influenze che arrivano sia dagli anni ’80 che dagli anni ’90. E’ un mix di cose, e io amo la musica contaminata, meticcia. Per me rappresenta il massimo dell’espressione artistica. Non mi sono mai piaciuti gli artisti monogenere o che rimangono sempre su un’etichetta ben definita e molto chiara. Per me la musica è comunicazione e registrare un momento della vita, quindi il mix di varie cose che poi ritrovi nelle canzoni dipende dalle sensazioni e dalle emozioni che hai nel momento in cui scrivi o registri, quindi è ovvio che un’emozione non può essere solo rock oppure pop. Possiamo essere contaminati da tanti tipi di emozioni, quindi quando questa cosa la riporto in musica mi piace mescolare le cose andando a ricercare quelli che sono stati i miei ascolti nella vita e cercare di convogliarli in quello che sto ascoltando in quel momento. Credo comunque che la matrice di Mayday e di tutto il progetto che gli gira intorno abbia un’attitudine molto rock.

Volevo chiederti proprio questo: dopo Mayday cosa arriverà? Cosa dobbiamo aspettarci?
Cosa succederà ancora non lo so. La situazione è quella che è, quindi ho imparato a vivere i momenti per quello che sono, giorno dopo giorno senza fare troppi voli pindarici o previsioni.
Mayday è il primo singolo che fa parte di un progetto più ampio, sto ancora lavorando ad altri pezzi, siamo a buon punto con la lavorazione e potenzialmente il disco dovrebbe essere pronto a breve. Insieme ad Enrico Giovagnola, che mi ha affiancato durante tutto questo percorso in studio, mentre buttavamo giù le idee per questo progetto, ci siamo sempre detti che dentro queste canzoni c’era qualcosa che funzionava, quindi a differenza di tante cose che ho scritto in passato eche sono rimaste a marcire in un hard disk, abbiamo deciso di lanciarci in questo mondo diventato quasi solo digitale a causa della pandemia e di pubblicare Mayday e vedere cosa succederà, senza aspettative ma solo per il gusto di fare musica in un momento in cui purtroppo siamo un po’ tutti fermi aspettando che qualcosa cambi. Ero molto titubante, ma mi sono detto che forse poteva anche essere una cosa positiva uscire in un momento come questo.
Al momento i primi feedback che sto ricevendo su questo brano sono molto positivi, l’interesse c’è e sono contento soprattutto perchè il mio obiettivo è di comunicare qualcosa che sia vero, che non sia patinato come quei prodotti che purtroppo il mondo della musica oggi presenta troppo spesso. Tutto il progetto si basa sull’essere veri, e sono tutte piccole parti di me, anche molto intime, che ho riversato in musica, e dai primi commenti positivi che sto ricevendo questa per me è già una vittoria.
Mi sembra che oggi ci sia bisogno di questo tipo di verità dal punto di vista musicale e forse purtroppo ce n’è un po’ poca in giro. Con questo non voglio dire che io sono il salvatore della musica italiana e dell’arte, ci mancherebbe: sono solo un semplice ragazzo di 33 anni che ha scritto delle canzoni. Però Mayday parla di me, di un momento un po’ particolare della vita che può capitare a tutti, in cui ti metti davanti allo specchio e ti chiedi “sto facendo la cosa giusta? Questa è la strada giusta?” . Quindi ho pensato a tutte le cose che ho fatto, al mio percorso, come in un flusso di coscienza, fino ad arrivare alla conclusione che volente o nolente sono anche le strade sbagliate a dirti chi sei, sono anche i percorsi fallimentari che ci portano a trovare la strada giusta e quindi ben venga perdersi, gridare “mayday” per chiedere aiuto, perchè l’unico modo per risalire è scendere fino in fondo e poi tornare su.
Oggi forse inseguiamo dei modelli e degli stereotipi che ci vogliono sempre perfetti, infallibili, e questa cosa è pericolosissima: pensare di essere perfetti e di non essere fallibili è forse uno dei problemi più seri che la mia generazione e quella successiva alla mia stanno affrontando in questo momento, perchè ci si ritrova sempre a confrontarsi con questi esempi di perfezione finta e questa cosa mina profondamente le proprie sicurezze, le proprie aspettative di vita. Mayday è proprio un pezzo che parla di questo, in cui dico che sono arrivato a questo punto della mia vita dove ho scoperto che perdersi fa bene, che sbagliare fa veramente bene, che gridare “mayday” fa bene, perchè per me ha voluto dire trovare la forza e il coraggio di tirare fuori la parte più intima di me stesso che aveva l’esigenza e il bisogno di uscire ma che non trovava il suo spazio.

Anche perchè al giorno d’oggi, dove la nostra vita vera è “filtrata” quando la mostriamo agli altri sui social (e non solo le foto su Instagram), avere il coraggio di dire che c’è qualcosa che non va e chiedere aiuto può essere visto e giudicato dagli altri come sintomo di debolezza, quindi è ancora più difficile e più importante riuscire a farlo.
Ed è quello che secondo me dovremmo cercare di rivalutare: abbiamo bisogno di superare questo concetto di perfezione che è ottenuta grazie a tutta una serie di filtri che questo tipo di società ci sta in qualche modo “applicando”, e che ci fa male. In quel Mayday c’è un grido che è anche un bisogno di riprenderci la parte “umana” di noi stessi, quella che sbaglia, e valorizzarla per quello che è veramente, perchè è quella parte di noi che muove le cose, che ci smuove come persone e forse è anche la parte migliore dell’essere umano ma che ultimamente abbiamo un po’ sepolto in nome di un’apparente perfezione da mettere in mostra sui social.
Io non condanno assolutamente la tecnologia, anzi, però secondo me dobbiamo un attimo rivedere l’utilizzo che ne facciamo. Senza stare a fare i boomer, però ci vorrebbe un po’ più di umanità.

Parlando proprio di umanità, in un momento in cui il rapporto umano è necessariamente “messo in pausa” a causa del Covid e di conseguenza anche quello che ne consegue, tra cui i concerti, non ti chiedo se e quanto ti manca suonare dal vivo perchè sarebbe sciocco fare una domanda del genere a un musicista, ma come viene stravolta la quotidianità di chi fa musica per mestiere?
Mi riallaccio un po’ al discorso di prima: vivo molto alla giornata, ora per ora, quindi nonostante grazie alla musica fossi abituato a stare in giro, suonare, stare sui palchi, da un momento all’altro mi sono ritrovato fermo, bloccato.
All’inizio i mesi di marzo e aprile sono stati abbastanza pesanti, come per tutti, però dopo mi è salita addosso questa energia dovuta un po’ dalla frustrazione di essere fermo e dall’avere queste canzoni in mano che mi ha dato il modo di arrivare a questo momento qui, cioè al fatto che oggi esce il mio primo singolo. Quindi paradossalmente anche l’essere costretto a casa ha permesso che qualcosa succedesse, perchè probabilmente se avessi continuato coi tour e con la vita di prima non avrei neanche avuto il tempo di fare quello che sto facendo.
Poi ovvio, la vita di tour, il palco, vedere la gente, nutrirsi di quell’energia lì mi manca come manca a tutti che fanno il mio lavoro, però non possiamo farci niente, se non aspettare tempi migliori.

Ad oggi sembra difficile pensare che la prossima estate si potranno tenere concerti da 50 o 100.000 persone, però far ripartire la musica dal vivo, anche in situazioni più piccole, sarebbe già qualcosa.
Esatto, lo scotto di questa situazione l’hanno già pagato e continueranno a pagarlo le grandi produzioni. Magari se per motivi di causa maggiore sarà possibile fare musica solamente in situazioni più piccole alcuni artisti, soprattutto emergenti, potrebbero anche trovare un loro spazio e un nuovo mondo, quindi per chi ha progetti nuove e nuove cose da dire questo momento pò anche rivelarsi positivo.

Qui sotto potete ascoltare Mayday e, più in basso, trovate i crediti del brano:

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MAYDAY
(Giacomo Rossetti-Enrico Giovagnola)
Produzione Artistica: Giacomo Rossetti-Enrico Giovagnola
Missaggio: Davide Linzi e Enrico Giovagnola
Mastering: Simone Squillario
Foto di copertina: Benedetta Balloni
Grafica di copertina: Diego Enrico Panzetta
Giacomo Rossetti: Voce, Basso, Chitarra
Label: Primal Box
Distribuzione: Sony Music Entertainment Italy S.p.a.

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Andrea Giovannetti
Nato a Roma nel 1984, ma vivo a Venezia per lavoro. Musicista e cantante per passione e per diletto, completamente autodidatta, mi rilasso suonando la chitarra e la batteria. Nel tempo libero ascolto tanta musica e cerco di vedere quanti più concerti possibili, perchè sono convinto che la musica dal vivo abbia tutto un altro sapore. Mi piace viaggiare, e per dirla con le parole di Nietzsche (che dice? boh!): "Senza musica la vita sarebbe un errore".

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