Peter White: «La musica a volte è impalpabile. Difficile da spiegare»

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Peter White

Peter White, Pietro Bianchi all’anagrafe, ha da poco pubblicato il suo nuovo singolo che si intitola Rosé.

“Era lunedì pomeriggio e la pioggia scandiva il tempo sulla finestra. Ho iniziato la prima strofa del brano chitarra e voce, tra il fragore dei tuoni e il silenzio ovattato di una stanza. La canzone nasce e prende forma così: cullata da un estremo all’altro. Dalla calma al caos. Da un sospiro al maestrale. Da una passeggiata con il sole a una corsa sotto la pioggia battente. Da un bacio lento a un morso che resta sulle labbra. Sono andato consapevolmente nel mondo delle casualità per perdermi lì, tra dubbio e certezza, tra tutto e niente, tra bianco e rosso: in un’unica e sorprendente sfumatura. Nel Rosé”.

Una dedica d’amore che arriva a distanza di qualche mese da Sabato serache vede la collaborazione con Gemello, e di Poker: indizi di quello che potrebbe essere un progetto discografico più ampio. Ce ne parla direttamente l’artista in questa intervista per i lettori di Spettakolo!

Peter White, l’intervista

Rosé è il tuo ultimo singolo. Qual è la sua storia? Cosa ti ha portato a scrivere questo pezzo?
Rosé nasce in un giorno di pioggia battente a novembre dell’anno scorso. Prende vita chitarra e voce a casa, poi si trasforma e cresce in studio. É sempre difficile spiegare come mai nascono i brani perché sono fatti di dettagli, di sfumature. In questo caso rosé.

Rosé è una dedicata canzone d’amore. Come è cambiata la descrizione di questo sentimento negli ultimi anni rispetto alla musica e agli autori che ascoltavi?
Andando avanti con il tempo i paradigmi cambiano. Nonostante l’amore sia la colonna portante dell’umanità, forse al giorno d’oggi viene vissuto e descritto in maniera meno “sensibile”.

Non solo Rosé, c’è stato un altro brano, Sabato sera, con Gemello. Come nasce questa collaborazione?
Conobbi Andrea (Gemello) la notte in cui mi esibivo per la prima volta in un mio live ufficiale a Roma, agli ex Magazzini. Lui, che passeggiava per il quartiere, ha notato la fila di ragazzi fuori dall’ingresso, si è incuriosito e ha chiesto di entrare ad assistere. Ci siamo presentati e da lì in poi ci siamo continuati a sentire fino alla creazione di Sabato sera.

Un altro brano che hai presentato al pubblico è stato Poker, in cui racconti la vita quotidiana dell’artista attraverso la metafora del gioco d’azzardo. Che partita sta giocando, in questo periodo di emergenza l’artista, compreso te?
Credo che ogni persona abbia le sue carte e le sue abilità nel giocarle. Siamo in un periodo storico difficile da vivere e da analizzare. Forse uno dei problemi principali nasce dal fatto che gli artisti sono visti esclusivamente come un servizio di intrattenimento: musicisti sentiti e non ascoltati, pittori guardati e non osservati. Però in questa situazione ho la fortuna di fare un mestiere che amo, lo auguro a tutti.

 Nei tuoi brani l’accento romano è quasi una caratteristica. Quanto è importante nella musica contemporanea far riferimento alle proprie radici? Quanto contribuiscono, se lo fanno, a rendere moderno un pezzo?
Io credo che l’appartenenza sia una delle peculiarità dell’artista, ma non solo nella mia generazione. Già ai tempi della generazione d’oro della musica d’autore c’erano per esempio la classe di Genova (Conte e De André), la classe di Roma (De Gregori, Venditti, Califano), così come la classe di Milano e dintorni (Gaber, Vecchioni). Ovviamente ho fatto solo qualche nome di un’infinita lista!

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Roma, l’indie e questa nuova letteratura. Quali sono le caratteristiche della musica di Peter White? Come potremmo riconoscere un suo brano?
Queste domande sono più per l’ascoltatore che per l’artista stesso. Io descrivo momenti della mia vita, cerco risposte ma ancora più spesso domande. Il mio obiettivo lo raggiungo quando una mia canzone è credibile, perché da lì in avanti si diventa anche riconoscibili.

Progetti futuri. Ci sarà un album. Cosa dovremmo aspettarci? A che punto sei della produzione?
Sto lavorando tanto e vorrei dire molto di più! Purtroppo, non posso ancora sbilanciarmi troppo. Diciamo semplicemente che dietro le quinte, più precisamente in studio, c’è una bella opera in corso.

Questo progetto sta evolvendo verso una strada diversa rispetto a quella iniziale, dato il periodo che stiamo affrontando?
Non ho mai avuto una meta designata. Non so con precisione quale sarà la destinazione del viaggio. Preferisco guardare fuori dal finestrino del treno piuttosto che essere impaziente di arrivare.

Qualche tempo fa, hai dichiarato che gli eredi dei grandi cantautori potrebbero essere un Brunori SAS e Franco 126. Quale parte della produzione del tuo album affideresti a Brunori e quale invece a Franco 126?
Partiamo dal presupposto che nonostante la stima verso queste due grandi figure musicali, non so se affiderei a loro qualcosa del mio album. Sono abbastanza geloso dei miei testi e della produzione musicale. Mi piacerebbe sicuramente avere un dialogo con loro: Brunori è un grande cantautore, dotato di un fine talento musicale.

Sicuramente sarebbe bello confrontarsi e imparare qualcosa. Franco è quasi un mio coetaneo, ottimo paroliere, sarebbe bello prendersi una birra e parlare di musica in maniera spontanea. Poi allora avrei tutte le carte per valutare, se ci fosse il giusto dialogo e rispetto, ben volentieri.

Quali sono tre canzoni (non tue) con cui “sei in fissa” in questo periodo e perché.
Sono “in fissa” con Always on my mind (Elvis) e Falso Movimento (De Gregori). Per chiudere mi è piaciuta molto Destri (Gazzelle). Il perché non lo so, la musica è la ricerca dei sentimenti e non sempre deve trovare una spiegazione.

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Irma Ciccarelli
Classe 93, anno in cui David Bowie pubblica Black Tie White Nois. Campana di nascita, adottata dalla toscana Cortona (sì, la stessa di Jovanotti), da qualche anno vivo a Milano, di cui mi sono innamorata il 29 giugno del 2013. Perché ricordo la data? Perché a San Siro c’erano i Bon Jovi a infiammare il palco, ed io ero lì a sognare di intervistare la band. Ed eccomi qui: giornalista e studente di musicologia, il mio mantra è Long Live Rock, ma guai a chi disprezza i cantautori….e Beethoven (non il cane).

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