Forte: «La mia generazione sogna una serenità economica che ci è stata negata»

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forte amore doni amore vuoi intervista
Forte

Amore doni, amore vuoiè il titolo dell’album di debutto di Forte, Lorenzo Forte all’anagrafe: ne parliamo in questa intervista.

Il progetto è stato anticipato dai singoli Anni e Mia, che hanno dato qualche indizio su cosa potevamo aspettarci da questo album, sia a livello sonoro che testuale. Inoltre, il 30 novembre, Forte ha presentato al pubblico un altro brano di questo album dal titolo Benjamincon il video clip ufficiale realizzato da Chiara Vantaggiato.

Forte, l’intervista

Amore doni, amore vuoi è il titolo del tuo primo album. Cosa ti ha portato  a questo primo progetto?
Questo progetto è stato la conseguenza di varie formazioni con altre band, che mi hanno sempre visto nel ruolo di autore principale. Volevo creare qualcosa di mio, e solo mio, prendendomi tutte le responsabilità delle mie scelte artistiche.

C’è stato un concetto musicale a cui dare parole o parole a cui dare una musica?
C’è stato un concetto musicale a cui dare parole: avevo in testa tutto un sound, un arrangiamento e delle melodie ben precise per questo progetto. Una volta messo a fuoco il tutto, sono passato alla parte testuale appoggiandomi a melodie strumentali e vocali già decise.

Citandoti (Be.Bo): “Ma almeno un’ora al giorno credici”. Cosa ti ha fatto credere in questo album? Quali pensi siano i suoi punti di forza?
La scrittura può piacere o non piacere, ovviamente,  posso solo dire che è sincera al 100% e questa è una cosa per niente banale o scontata. Credo che se qualcuno scriva esclusivamente per avere un riscontro, dall’altra parte viene percepito. Ho scritto queste canzoni per la semplice necessità di esprimere qualcosa di vero e onesto, non per arrivare per forza a un obiettivo.  È questa la mia forza, forse per altri non è molto ma per me lo è.

Questo progetto è stato anticipato dai singoli: Mia e Anni. Perché proprio loro? Cos’hanno in più, di diverso, rispetto ad altri?
Mi sembravano due ottimi biglietti da visita perché sono i due estremi opposti a livello di sound. Mia è il brano più aggressivo e d’impatto, mentre Anni è il più minimale ed intimo: due  volti della stessa medaglia che danno, secondo me, la giusta curiosità per andare poi ad ascoltare l’album per intero.

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Facendo, nuovamente, riferimento ad una tua canzone (Testo sdolcinato), canti: “Perché in fondo di che cazzo vuoi cantare…”. Allontanandoci dal tema di questa canzone, di cosa dovrebbe cantare un cantautore del 2020? Solo di amore o assume, dovrebbe assumere, un ruolo sociale? Se sì, quale?
Bella domanda… Sarò sincero, sono molto cinico sul fatto che gli artisti possano cambiare le cose. Detto questo, però, penso che il messaggio musicale possa essere molto potente, ma se si vanno ad affrontare temi sociali molto seri bisogna assolutamente avere una preparazione a riguardo impeccabile, altrimenti si rischia solo di peggiorare le cose. Un cantautore dovrebbe cantare esclusivamente di quello che conosce, da una cosa futile a un problema sociale grossissimo, basta che abbia le competenze per farlo.

Disco Agnelli, un altro brano di questo disco. Canti della progettualità della vita. Cosa sogna la tua generazione dalla quotidianità? Condividi questo desiderio o ti senti di andare in un’altra direzione?
Quello che sogna la mia generazione è semplicemente una serenità economica che ci è stata negata, abbiamo un’ansia incredibile nei confronti del nostro futuro. Non parlo di diventare per forza rockstar, registi, attrici ecc.. Ma di avere una tranquillità quotidiana per costruire qualcosa di nostro.

Sempre pensando al brano Disco Agnelli. Il fatto che ci siano personalità come quella appunto di Manuel Agnelli, Elio, Enrico Ruggeri, Morgan a questi talent, possa rappresentare un’alternativa, uno spunto per invogliare i più giovani ad andare a ricercare e ascoltare alcuni gruppi, dischi che hanno fatto la cultura della musica?
Assolutamente sì! I talent ci sono e ci saranno sempre, molto spesso con giudici incredibilmente incapaci, ma ovviamente molto ben pagati. Meglio far ricoprire questi ruoli, e quindi pagare gente che (a prescindere dai gusti personali) ha davvero fatto la gavetta e sa davvero di cosa stiamo parlando, che può davvero consigliare e capire il progetto che li si pone davanti. E sì, credo possa anche invogliare i giovani a crearsi una reale cultura musicale.

Classe 1988: quali sono state le tue fasi musicali? Chi sono stati gli artisti che le hanno segnate?
Mi sono avvicinato alla musica a 13 anni per colpa di un signore chiamato Kurt Cobain , successivamente ai Nirvana sono arrivate band come Radiohead, The Strokes, Arctic Monkeys che ho continuato a seguire per tutta la loro carriera. Da grande ho apprezzato e mi sono appassionato a tutti i lavori dei Tame Impala, degli Arcade Fire e dei Fleet Foxe,  ma in parallelo ho sempre ascoltato tantissima musica italiana, che molto spesso mi appassiona più di tutto il resto. Oggi ascolto davvero di tutto! Sono diventato un fan di canzoni e non più solo di album o artisti.

Cosa speri di lasciare, di trasmettere a chi sceglie di comprare questo tuo disco?
Voglio trasmettere emozioni forti, tristi e malinconiche, ma che alla fine facciano sorridere facendo ripensare a momenti duri e formativi. Questo è quello che vorrei, ma ovviamente non so se ne sono in grado

Cosa ti auguri?
Di riuscire a ritagliarmi una piccola fetta di pubblico italiano fedele, che segua con estrema passione tutti i miei lavori e che si emozioni quanto mi emoziono io.

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Irma Ciccarelli
Classe 93, anno in cui David Bowie pubblica Black Tie White Nois. Campana di nascita, adottata dalla toscana Cortona (sì, la stessa di Jovanotti), da qualche anno vivo a Milano, di cui mi sono innamorata il 29 giugno del 2013. Perché ricordo la data? Perché a San Siro c’erano i Bon Jovi a infiammare il palco, ed io ero lì a sognare di intervistare la band. Ed eccomi qui: giornalista e studente di musicologia, il mio mantra è Long Live Rock, ma guai a chi disprezza i cantautori….e Beethoven (non il cane).

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