È la sera del 8 dicembre 1980.

Chapman spara alle spalle di Lennon. È così che lo perdiamo per sempre, perdiamo così il più formidabile dei pacifisti e dei lottatori “politici” che mai si siano visti e sentiti nell’arte musicale. Con le righe che seguono, tratte dal mio saggio “Ex- semi di musica vivifica”, io lo omaggiai, ricordando di Lennon ciò che ha significato, benché non siano in molti a saperlo.

Una mattina senza sole del 1980 il mondo occidentale si sveglia più sgomento. La sera prima un certo Chapman ha sparato cinque colpi di pistola alle spalle di John Lennon. Immagini il volo di uccelli nei parchi della città: l’eco dell’ultimo sparo si moltiplica e superando così la misura numerica di cinque, si dirama, vibra nell’aria e, creando onde muove l’etere, si espande. Esistono come si sa misteriose connessioni tra la musica e l’infinità numerica.

Quando la vita ci piace, non vorremmo mai che circostanze altre decidessero per noi, vorremmo invece avere il tempo e il modo di aggiustarci al meglio, prima di andare, come ci si aggiusta per recarsi a una serata a noi dedicata. Vorremmo poter recitare noi stessi l’amen definitivo, e che il Magnificat da noi scelto si ergesse da sé nella nostra cattedrale più profonda, alle sei di sera, d’estate, con tutti gli uccelli a chiassare l’aria e l’odore di gelso a fruttare le campagne a perdita di vista. Perché abbiamo tutti quel segreto bisogno d’essere noi stessi a pressare il pulsante che aziona il meccanismo che divide la nostra vita dal non si sa. Ma questa non pare cosa possibile, mentre sembra piuttosto la legge del caso a volerci sconfiggere, così come ci ha ammesso al gioco.

Quando gli sparano, per te si è già attivato un motore che non avrebbe mai più smesso di spingere. Sei un ragazzo che tra molti frastornamenti ha almeno chiaro che la musica è la ragione fondante di ogni sua minima cosa. Sebbene le guerre si succedessero e moltiplicassero, e niente fosse mai al proprio posto, sebbene scoppiassero bombe in stazioni ferroviarie e lungo tunnel, e si disintegrassero in volo arei di linea. Sebbene nulla mai cambiasse le eterne trame della più turpe, della più criminale, della più sordida egemonia politica, troppi individui al mondo si abbruttissero davanti ai televisori, molti intellettuali così come gente comune in Argentina fossero spariti solo per aver manifestato dissenso a un regime, palestinesi ed israeliani continuassero ad annientarsi reciprocamente nel nome di dio e della terra, e ovunque il mondo riproponesse il proprio eterno becero cliché. Sebbene si potessero impunemente gestire a piacimento le sorti di ogni singolo lavoratore sino alla sua morte, per poi trarre profitto anche da quella. Sebbene qualcuno potesse sparare a John Lennon e ucciderlo. Con la stessa facilità con cui ci si può recare presso un’edicola ad acquistare un giornale, qualcuno aveva potuto acquistare una rivoltella, scambiare nella stessa giornata con lui qualche affettuosa parola e più tardi trovare la sciagurata determinazione di attenderlo a lungo, chiamarlo per nome e ferirlo a morte.

Tutte le vicende di assassinio di uomini significativi conservano il comune denominatore dell’estrema facilità con cui sono state portate a termine. Ciò che stupisce, in fondo, è l’assurda semplicità con cui un solo gesto possa porre fine a un periodo e determinare forzatamente, vigliaccamente, un nuovo corso.

La morte di Lennon lasciò intendere definitivamente che la musica fosse qualcosa di serio. Di totale. Faceva intendere che vita e musica potevano benissimo essere la stessa cosa.

Vi sono gesti che rientrano nella categoria delle invenzioni, e siccome non tutte le invenzioni, come anche i gesti, sono necessariamente positivi, in qualche modo anche chi ha sparato a Lennon è entrato nell’olimpo delle invenzioni epocali: la meta oscura di assassinare il più pacifista dei miti musicali di allora, cantore dell’emancipazione da una vita infame fatta di lavoro cieco e senza scopo come lo è il lavoro per la mera sopravvivenza, e colui che a livello internazionale ha gridato attraverso gesti plateali il bisogno di riscatto dall’abuso di potere in generale. Deve aver lottato con fantasmi del genere il giovane fanatico che ha compiuto il gesto. Ma anche se chi ha commesso quel delitto dettato dall’ossessione per la stessa grandezza della vittima designata, non ha raccolto che l’infamia e insieme la commiserazione del mondo intero, ciò non può cancellare il peso del suo gesto nefando.

Siccome Lennon finisce per rappresentare un modello universale di uomo libero da condizioni di classe, politiche e religiose, Chapman in quanto rappresentante dell’immane categoria di coloro che invece non hanno risorse per sconfiggere la propria nullità, intende punire la blasfemia del suo ex-idolo, quando questi afferma di non credere in dio, né nei Beatles, bensì in se stesso. Un tradimento abissale, un distacco inaccettabile nei confronti di tante, troppe miserande esistenze vissute nella fede in qualcuno o qualcosa. L’invito esplicito a prendere in mano la propria vita, è anche e soprattutto una responsabilità troppo grande per poter essere accolta. Questa sfida rivolta da Lennon ai perdenti costituisce in effetti il nodo della sua grandezza. Di conseguenza, non è blasfemo neppure ritenere che questo Chapman, nell’olimpo delle invenzioni epocali che hanno cambiato il mondo, sia ai primi posti, in orrida compagnia di altri uccisori celebri, seppure vi sia profonda differenza tra le loro azioni: sebbene Lennon muoia per mano di uno che si inventa la storia dal profondo delle proprie ossessioni, come chi uccide per colmo d’amore, il suo assassino, se è vero come sembra che abbia agito in modo autonomo, finisce per fare comunque un grosso favore a molti apparati internazionali che ritenevano Lennon un pericoloso disgregatore di ordini intoccabili.

Comunque sia andata, a tuo modo di vedere l’invenzione della morte di Lennon funge da La di partenza, se possibile, per un ulteriore peggioramento delle cose nel mondo.

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gianCarlo Onorato
gianCarlo onoratoMusicista, scrittore e pittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), io sono l’angelo (1998), falene (2004), sangue bianco (2010, Premio Giacosa), ExLive (2014) con Cristiano Godano, quantum (2017), “quantum Edizione Extra” (2018), ha curato la co-direzione artistica del Tributo a Luigi Tenco come fiori in mare Vol. I (2001) e Vol. II, in “Sulle labbra di un altro” (2011), ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), “ex-semi di musica vivifica” (2013), La formazione dello scrittore” (2015). Ideatore del Seminario del Verbo Musicato, ha centinaia di concerti alle spalle e un disco, un tour e un nuovo romanzo nel prossimo futuro. giancarloonorato.it

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