Giraffe: «La musica non deve essere solo una macchina per fare soldi»

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giraffe intervista

Giraffe pubblica, dopo Ruok, un nuovo singolo dal titolo Diamanti grezzi, che anticipa un Ep previsto per la prossima primavera.

Cosa rappresenta questo ultimo brano? “Siamo diamanti grezzi in un contesto in cui ci sembra di avere tutto ma quel tutto non ci rappresenta mai fino in fondo, come delle macchine da corsa che rimangono ferme ai caselli”.

Giraffe, l’intervista

Lorenzo Passamonti all’anagrafe, mentre Giraffe è il tuo nome d’arte. Come nasce?
Non so definire bene il momento in cui ho deciso che Giraffe sarebbe stato il mio nome d’arte, però ricordo molto nitidamente che nell’iPad di mia nonna, dove incidevo le prime bozze, c’era come immagine del profilo questa Giraffa coloratissima. Credo che questo mi abbia influenzato in qualche modo.

In cosa pensi di contraddistinguerti nell’attuale panorama musicale?
Credo di essere semplicemente libero da ogni vincolo di mercato e scrivo quello che mi piace secondo il momento che sto vivendo. Dico sempre che Giraffe è solo Lorenzo che canta, quindi le persone che mi seguono stanno assistendo alla crescita di un ragazzo che oggi è studente, ma domani sarà uomo.

Da Humor (2018) a Diamanti grezzi (2020), cosa è cambiato effettivamente? Oltre all’uso della lingua inglese in Humor. Penso poi a Lontano e via dicendo.
Come detto sopra, sto semplicemente crescendo.  Riascoltando il lavoro fatto fino adesso,  riesco a percepire quali erano le criticità dei primi brani e quali sono i punti forti.  Credo di essermi evoluto molto nell’ultimo periodo perché sto sperimentando davvero tanto. Ma non devo essere io a dirlo, quindi mi limiterò a continuare a lavorare come un matto.

Quante fasi musicale hai attraversato e verso cosa stai andando ora?
Mi sono immerso totalmente nel nuovo concetto di società oggi. Credo che quello che stiamo vivendo ora non sia mai stato raccontato prima nella musica così come nei libri di storia.  Diamanti grezzi nasce da una riflessione che ho fatto sulla valenza sociale che un tempo aveva il termine “rivoluzione” tra i giovani. Ovviamente, mi riferisco alla rivoluzione bianca, ma secondo me quello che più sta destabilizzando la mia generazione è la perdita della speranza di poter cambiare le cose.  Il futuro appare così incerto che si perde la voglia di affrontare anche le cose più piccole.  Invece, il futuro è in mano nostra, di noi giovani, se non cambiamo noi nessuno lo farà al posto nostro.

Diamanti grezzi anticipa un Ep. Cosa dovremmo aspettarci? E perché un EP e non un album?
Credo sia ancora prematuro per il mio progetto musicale pensare ad un album, almeno per come ne intendo io la concezione. Non voglio mettere insieme una decina di brani a caso solo per dire che ho fatto un album. Il giorno che uscirà il mio LP dovrà essere un evento mondiale (ride).  Quindi, ho deciso,  per ora, di fare solo un estratto così da far arrivare meglio quello che ho da dire e dedicare questo lavoro alla mia generazione.

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I brani sono scritti, arrangiati, prodotti da te. Da cosa parte il tutto? Da un concetto musicale a cui dare parole o parole a cui dare una musica?
Dipende molto dalla canzone in sé. Spesso arriva prima il testo e poi il sound ma capita molte volte, invece, che il testo tardi ad arrivare perché in contrasto con l’arrangiamento.  Questo è un conflitto che va avanti da anni…riuscire a creare armonia tra questi due elementi è il mio lavoro.

Inoltre, hai studiato al il Saint Louis College Of Music di Roma. Quanto conta, oggi, avere una formazione musicale?
Per provare a distinguersi o semplicemente provare a fare un percorso diverso dagli altri è fondamentale. Non tanto per le conoscenze tecniche quanto per l’indipendenza musicale.  Essere indipendenti da label, produttori o autori oggi può fare la differenza.

Inizi a suonare a 16 anni, fondi il tuo primo gruppo, Le Riserve, con cui incidi due album e vi esibite in Italia e all’estero. Cosa è successo poi? Mi spiego meglio: hai sentito l’esigenza di passare ad essere un solista. Come mai?
Semplicemente perché sentivo che quello da chitarrista non fosse il mio ruolo. Sentivo il bisogno di raccontarmi e di esprimere il mio immaginario come meglio credevo.  Suonare in una band spesso può essere bello, ma il più delle volte si deve fare i conti con alcuni contrasti inevitabili e io non lo sopportavo più.

Con chi ti piacerebbe collaborare per un featuring e perché?
Mi piacerebbe collaborare con i Fuera, i SXRR o Cosmo, perché in loro vedo dei contenuti.  Nel resto del panorama italiano oggi non riesco a vedere altro che una macchina per fare soldi.

Citandoti: “Sarà che voglio altri vent’anni. Per fare altri cento sbagli con te”. Cosa manca alla lista della tua generazione che non ha il coraggio di fare? E alla tua?
Non ha il coraggio di prendere iniziativa, ma non è colpa nostra, è colpa delle generazioni che ci hanno preceduto.  Il trend è iniziato negli anni ’80, a mio avviso le persone hanno cominciato a sottomettersi a qualcosa che non dovrebbe appartenere al genere umano. Nessun sentimento è più forte della speranza di poter cambiare le cose ed oggi questo non c’è più.

Dimmi tre canzoni (non tue) con cui sei in fissa in questo periodo.
he wants to move di Nerd, So real  di Jeff Buckley,  Me and your mama di Gambino.Ho scelto questi tre brani perché ognuno di loro mi ha lasciato qualcosa di indelebile nel modo in cui mi approccio alla scrittura.  Sono tre pezzi completamente differenti musicalmente, eppure trovo uno stesso modo di comunicare che mi appartiene molto.

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Irma Ciccarelli
Classe 93, anno in cui David Bowie pubblica Black Tie White Nois. Campana di nascita, adottata dalla toscana Cortona (sì, la stessa di Jovanotti), da qualche anno vivo a Milano, di cui mi sono innamorata il 29 giugno del 2013. Perché ricordo la data? Perché a San Siro c’erano i Bon Jovi a infiammare il palco, ed io ero lì a sognare di intervistare la band. Ed eccomi qui: giornalista e studente di musicologia, il mio mantra è Long Live Rock, ma guai a chi disprezza i cantautori….e Beethoven (non il cane).

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