L’unico film non appartenente al genere thriller del regista romano
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Milano marzo 1848. Il ladruncolo capellone Cainazza (Adriano Celentano) e il fornaio romano Romolo (Enzo Cerusico) vengono coinvolti nei moti contro gli austriaci e trascinati in mille disavventure: si ritrovano a combattere sulle barricate, aiutano una partoriente, vengono picchiati e diventano testimoni smarriti delle violenze compiute da entrambe le parti. Alla fine però la vittoria del popolo contro i potenti non sembra portare benefici ai poveracci la cui esistenza grama rimarrà tale. Dario Argento dopo la trilogia “animalesca” (L’uccello dalle piume di cristallo, 1970, Il gatto a nove code, 1971; Quattro mosche di velluto grigio, 1972) che lo ha reso famoso, si prende una pausa e cambia genere firmando nel 1975 Le cinque giornate, una sorta di incrocio tra la commedia all’italiana e il film storico utilizzando come protagonisti “due proletari senza rivoluzione”. Sceneggiata da Nanni Balestrini, Luigi Cozzi ed Enzo Ungari, la pellicola nella rappresentazione popolaresca e stracciona delle barricate e degli scontri, vorrebbe essere una rilettura in chiave grottesca e antiborghese di uno degli episodi più celebri del Risorgimento, che all’epoca non riesce a soddisfare il pubblico e la critica. Per Tullio Kezich il film “è una netta denuncia contro chi ha strumentalizzato il furore e l’eroismo delle masse in rivolta a fini di trasformismo conservatore”. Il riferimento è alla sequenza nella quale Celentano proclama al popolo milanese “Io ho idea che ci hanno fregato”, dopo aver visto l’amico Romolo fucilato per aver ucciso involontariamente un rivoluzionario violentatore di una ragazza. Eppure, nonostante un vago sottofondo qualunquistico (a che serve ribellarsi tanto, tutto torna come prima), il film non nasconde una simpatia per l’idea anarchica secondo la quale la vera società libera e non violenta è quella nella quale a comandare non è lo Stato, ma il popolo.






































