Buon compleanno Disco Club. Il rifugio di chi (ancora) ama la musica

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Disco Club

C’è un negozio a Genova che col tempo è diventato un vero e proprio simbolo per chiunque ami la musica. Si chiama Disco Club ed è in via San Vincenzo 20, proprio di fronte alla Stazione Brignole. Il prossimo 19 dicembre compirà 55 anni. Aperto da Carlo Calderone nel 1965, dal 1972 è gestito da Giancarlo Balduzzi, che fa il suo mestiere con amore infinito, trattando i dischi e tutto ciò che ha a che fare con la musica non come semplici oggetti, ma come lampade magiche da cui scaturisce la felicità.

Il Disco Club è importante anche per un secondo motivo: all’inizio degli anni ’70 pubblicava un “giornaletto”, Pop Records, diventato sempre più vitale numero dopo numero, e sulle cui pagine hanno esordito diverse “firme” che col passare degli anni si sarebbero affermate in prestigiose testate nazionali, alla radio, in tv. Per esempio Renato Tortarolo (poi al Secolo XIX), Massimo Poggini (per 28 anni a Max e autore di varie biografie di successo), Flavio Brighenti (per molti anni a Repubblica), Enrico Ghezzi (inventore dei contenitori televisivi Fuori orario e Blob).
E negli anni a venire ha avuto tra i suoi affezionati clienti parecchie persone che alla musica hanno dato molto in diversi ambiti, per esempio Luca De Gennaro (oggi responsabile musicale di VH1 e MTV, conduttore a Radio Capital, nonché curatore artistico della Milano Music Week), il giornalista e conduttore radiofonico John Vignola, e due pilastri della radiofonia come Rupert Bottaro e Fabio De Luca. 

Già da qualche settimana, sulla pagina Facebook del Disco Club è iniziato una sorta di conto alla rovescia che consiste nella pubblicazione di aneddoti e considerazioni. Noi vogliamo unirci ai festeggiamenti e abbiamo chiesto a molti dei nomi sopra citati di scrivere un pezzo in cui parlano del rapporto che hanno avuto con questo negozio delle meraviglie. Oggi iniziamo publicando quelli di Renato Tortarolo e Massimo Poggini. Nei prossimi giorni pubblicheremo altri contributi.

Una scommessa chiamata Pop Records

di Renato Tortarolo

Pop Records fu una scommessa. Come vendere dischi raccontandoli in una rivista. Nel 1973 ce n’erano anche in Italia. Una era Ciao 2001. Molti però chiedevano un approccio diverso. Più critico. Volevamo creare qualcosa di nuovo, eravamo solo la piccola comunità di un negozio genovese, Disco Club,  ed eravamo completamente travolti dall’esplosione di colori, le copertine degli ellepì, e della musica che prendeva qualsiasi direzione.

Naturalmente, in qualsiasi commedia c’è sempre un diavolo tentatore. Nel nostro caso era il proprietario di Disco Club, Carlo Calderone. Avremmo partecipato alla nascita di un giornale di otto pagine, un messaggero libero e selvaggio che avrebbe aiutato la vendita per corrispondenza. Non era Woodstock, ma poteva andare. E nel giugno del ’73, Pop Records partì piegato in tre parti come un annuncio pubblicitario. Una scritta rossa sulla testata, articoli in bianco e nero, fitti fitti, a seguire. C’è un bel verso di I Know You Rider, blues consacrato dai Grateful Dead: “Vorrei essere il faro di un treno diretto a nord, farei splendere la mia luce nella fredda pioggia del Colorado”. Più o meno quella prima volta fu così.

Muzak, una bella rivista romana, debuttò in ottobre. Gong, ancora più eclettica e visionaria, arrivo l’anno successivo. Non eravamo soli, ci faceva piacere. Credo che sia qualcosa di simile a quello che provavano i punk quando scioglievano fiumi d’inchiostro in fanzine e manifesti per migliaia di concerti. Qualcosa di molto vicino alla nascita del rap. Poco tempo dopo. E naturalmente, qualcosa di molto impudente come sarebbe stata la stampa rock indipendente, nell’America di quegli astiosi, truci anni ’70. Quello spirito lo trovate ancora oggi in siti di musica, non importa di quale genere, che ha capito una regola aurea: non importa quale sia il profitto, denaro e gloria arriveranno solo con buone idee. 

Disco Club

Pop Records diventò come Time e Newsweek, nel formato intendo, passando a 60 pagine. Non avevamo vincoli discografici né editoriali. Un volta c’era la canzone d’autore a destra e la chitarra raga-blues di John Fahey a sinistra. Un’altra Robert Wyatt in copertina, e il rock tedesco come pezzo guida. La produzione di dischi era imponente, i tempi sempre più duri per una generazione che si era illusa di fare rivoluzioni. Eppure quel treno diretto a nord, un po’ come succede oggi sui social quando la generazione Z s’impegna a scansare le banalità, correva e trafiggeva foreste, scavalcava montagne. Quando hai vent’anni, l’idea che tu sia primo, unico e solo è devastante e inarrestabile. Valeva, qui sta il bello di quell’epoca, anche al femminile.

Sapevamo che era un’età dell’oro, quindi sarebbe finita. Ma sentirsi “critici” dava una certa responsabilità. La prendevamo molto sul serio. C’era, fra noi, chi predicava più rigore, meno indulgenza ai prodotti commerciali. Anche se di ottimo livello. E chi intuiva che l’underground, quel battito ritmico che sconvolge le regole letterarie e musicali, era in agguato. E sarebbe arrivata ancora l’industria, a salvare la musica che vendeva di più sacrificando, non sempre, quelli che l’avrebbero scalzata. L’ultimo numero di Pop Records uscì nell’agosto 1975. Non ci fu nulla di tragico, era come assistere a un tramonto, era amaro ma ci sarebbero state altre giornate. E così è stato. 

C’è un verso di De André, fra le migliaia che avrei potuto scegliere degli stranieri, a descrivere bene quella piccola impresa di fare una rivista di critica rock. Riguarda il suonatore Jones: “Sembra di sentirlo ancora dire al mercante di liquore: tu che lo vendi, cosa ti compri di migliore?”. Noi siamo partiti dalla nostra idea di migliore. Poi siamo diventati giornalisti, bancari, impiegati. Solo Giancarlo Balduzzi, l’uomo d’ordine dal primo giorno di Pop Records, da trentasei anni ogni giorno riapre il “suo” Disco Club. A volte penso che per lui il treno diretto a nord non si sia mai fermato.

I Genesis, Branduardi e tutto il resto…

di Massimo Poggini

Ogni tanto mi piace raccontare come ho iniziato a fare il giornalista, sottolineando che – coincidenze della vita – il mio primo articolo uscì il 3 febbraio 1974, giorno del mio 19esimo compleanno. Quel giorno lo ricordo perfettamente: vado in edicola e vedo l’ultimo numero di Pop Records. Lo sfoglio avidamente e a un certo punto trovo un articolo sui Genesis. La firma: Massimo Poggini di Chiavari. Non volevo crederci, andai in giro tutto il giorno a farlo vedere ai miei amici: più che il nome, a convincerli che quell’articolo l’avevo scritto io era la specifica “di Chiavari”. Di Massimo Poggini magari potevano essercene altri, ma “di Chiavari” no. Dovevo essere io per forza!

Successivamente, tra l’altro, ho scoperto pure un’altra curiosa coincidenza: proprio quel giorno, il 3 febbraio, i Genesis iniziavano a Torino un tour nel nostro paese. Ebbene, quel tour era organizzato da David Zard, un promoter che con gli anni avrei imparato a sconoscere bene, e purtroppo scomparso circa tre anni fa. E fu pure il primo concerto visto da un ragazzino, che poi sarebbe diventato mio amico, Luca De Gennaro (pure lui “del giro” Disco Club).

Disco Club

All’epoca frequentavo l’istituto “In memoria dei morti per la patria”. Quello era l’anno del diploma in ragioneria (come Vasco, come il Liga…) e ancora non avevo deciso cosa avrei fatto da grande. Lo decisi osservando compiaciuto le facce dei miei amici: da grande avrei fatto il giornalista, vuoi mettere la soddisfazione di vedere il tuo nome stampato su un giornale! Così presi il treno per andare a Genova a trovare quelli di Pop Records, la cui sede era il Disco Club di via San Vincenzo, proprio di fronte alla stazione Brignole; un negozio indipendente che resiste nonostante tutto. Entrai col giornale aperto sulla pagina dove c’era l’articolo sui Genesis e a qualcuno, non ricordo chi, dissi timidamente: «Questo l’ho scritto io, mi piacerebbe scriverne altri». Non mi presero per matto, però misero subito le mani avanti: «Guarda che noi non paghiamo nessuno, tutt’al più ogni tanto possiamo darti qualche disco». Ma chi ci pensava ai soldi, io volevo solo vedere il mio nome un’altra volta sul giornale!

Comunque è iniziata così. C’era una bella atmosfera, eravamo tutti intorno ai vent’anni e avevamo una gran voglia di fare. Qualche piccola soddisfazione me le sono tolta. Come quella volta che andai di pomeriggio al teatro Alcione, sempre a Genova, a intervistare Angelo Branduardi. Dovete sapere che tra noi c’era una certa somiglianza, avevo un gran cespuglio di capelli ricci esattamente come lui. Fatto sta che quando me ne andai passando dall’uscita di servizio, davanti c’erano alcuni ragazzi che aspettavano. Qualcuno mi chiese l’autografo, ovviamente pensando che fossi lui. Risposi «sì, in effetti un po’ ci somigliamo, ma non sono Branduardi». Si convinsero quasi tutti, ma uno proprio non ci credette e mentre mi allontanavo sentii che urlava: «Sei proprio uno stronzo, non comprerò mai più i tuoi dischi!».

Sono passati 46 anni dal primo articolo scritto per Pop Records. La notizia è che ce l’ho fatta a fare il giornalista: qualche tempo dopo iniziai a collaborare con vari quotidiani locali, poi cominciai a scrivere su Ciao 2001. Nel 1979 mi assunse Boy Music e dal 1984 fino al 2013, cioè per tutto il periodo in cui è esistito, sono stato a Max. Nel frattempo ho avuto la fortuna di trovarmi faccia a faccia con un numero incredibile di star planetarie, da Bob Marley ai Sex Pistols a Bob Dylan, da Mick Jagger a Keith Richards a Sting, da Paul McCartney agli Ac/Dc a Iggy Pop, da Björk agli Aerosmith, da Lenny Kravitz ai Radiohead a Whitney Houston. Ho pure scritto diversi libri che mi hanno regalato grandi soddisfazioni. E ho visto un bel po’ di mondo. Questo per dire che qualche volta i sogni si avverano, magari grazie a un “giornalino” (uso questo termine con affetto infinito) chiamato Pop Records…

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Redazione
Spettakolo! nasce nel 2015 e si occupa di cinema, musica, travel, hi-tech. Alla Redazione di Spettakolo! collaborano varie figure del mondo del giornalismo (e non) desiderose di raccontare tutto ciò che per loro è "spettacolo" (appunto).

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