The Crown

Come la Corona sostiene e divora le vite dei reali inglesi. Un serial horror?

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The Crown
le prime 4 stagioni

scritte da Peter Morgan, già sceneggiatore L’ultimo re di Scozia, The Queen, L’altra donna del re, Frost/Nixon, Hereafter e The Rush

su Netflix

Ma davvero Camilla già signora Parker Bowles e amante di Carlo diede appuntamento a Diana fidanzata di Carlo in un ristorante di Londra chiamato Menage à trois? Pare di sì. La realtà batte la fantasia più sfrenata. La regina d’Inghilterra, il principe Filippo, la principessa Margaret, la regina madre, Carlo, Diana, Camilla, le procedure di palazzo, le Rolls, le Aston Martin decapottabili, i cavalli, i salmoni bolliti, i castelli, la pioggia, i Barbour, gli stivali Dunlop, le Range Rover, i primi ministri, i cervi, la Corona. Complice il lockdown mi sono guardato tutta serie The Crown, 4 annate. Vedo già alzarsi qualche sopracciglio: argomenti da parrucchiere per signora. E invece no. Il mio approccio è vergine: sapevo che esistono o sono esistite persone con quei nomi, quei titoli e quei ruoli, che ogni tanto mi sono anche passate davanti su qualche rivista dal dentista o in un telegiornale. Ma questa è fiction. E nella mia beata ignoranza io ho visto una regina figlia di un re che non si aspettava la chiamata al trono, che da piccola chiamavano Shirley Temple e che diventa una specialista nel celare le emozioni e non fare niente nel subbuglio globale, per rispetto costituzionale, e poi un principe di origine greca che ha vissuto nel terrore della rivolta popolare antimonarchica, una principessa svantaggiata in linea dinastica che era sicura d’avere le doti per governare, e invece non può neanche sposare chi vuole, un futuro re che a piè sospinto denuncia la mancanza d’amore subita e come nei manuali di psicologia restituisce e produce a sua volta una mancanza d’amore letale, una teenager innamorata dell’amore e che per prima crede d’essere una principessa delle favole e invece è un’altra vittima dell’ingranaggio della corona. Senza scomodare Shakespeare (che però se ne intendeva e non a caso evitava storie di droghieri e di ingegneri preferendo i re) questa serie è una tragedia. Ed è fiction. Guardata per quello che ogni puntata dà, perché nella continuità ogni episodio racconta una storia a sè: la regina che balla un foxtrot con un capo di stato africano e salva l’Africa dall’infiltrazione del comunismo, il principe che chiede agli astronauti com’era camminare sulla Luna e quelli che a loro volta chiedono a lui com’è aver sposato la regina e vivere sotto soffitti così alti, la differenza tra una regina che accoglie il primo ministro (la signora Tatcher) con la borsetta al braccio sinistro e il primo ministro che vuole darle lezioni di moralità rivendicando la sua origine di figlia di droghiere, la terrificante giovinezza del principe Carlo bullizzato in un collegio scozzese per indurirsi, e via così: aneddoti, racconti, storie. Non la Storia, cioè forse un po’, giusto per orientarsi nella cronologia degli eventi, ma nessuno -credo- porterebbe The Crown per laurearsi in storia moderna e contemporanea come non userebbe The Vikings per capire l’invasione dell’Inghilterra o Downtown Abbey per una specializzazione in Antropologia. Ho visto gli episodi di The Crown quasi come le Vite immaginarie di Schwob o le Vite brevi di uomini eminenti di Aubrey però trattate alla maniera del Neruda e della Jackie di Pablo Larrain: fantasmi fantastici fortemente fasulli basati su modelli reali e persino viventi e -immagino- anche seccati d’essere ritratti così: ma è inutile che si arrabbino i diretti interessati o i fan che discuteranno fino alla fine del mondo se Diana è vittima di un complotto o Carlo regnerà: è il loro destino di figure consegnate all’Immaginario. Da chi? Ma dalla Corona! The Crown è in realtà una lunghissima serie horror e snob su un mostro che genera e divora i suoi personaggi.

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