Tanti auguri a Steven Spielberg: L’extraterrestre

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Steven Spielberg

I registi di un tempo si mostravano al mondo sempre vestiti in modo impeccabile sul set e nella vita privata. Poi è arrivato Steven Spielberg con i suoi jeans, le scarpe da ginnastica e l’inseparabile cappellino da baseball, creando un vero e proprio “new look” per chi stava dietro la macchina da presa.

Con questa immagine nasceva un autore in grado di anticipare i gusti del grande pubblico con un nuovo modo di narrare le storie, uno sperimentatore delle inquadrature e della tecnica che riusciva ad arrivare al cuore delle persone più con la forza delle immagini che con le parole. Ha reinventato le interpretazioni infantili con un approccio unico sul set, che gli consentiva di far dare il massimo ai suoi giovani attori. Ha raccontato le famiglie distrutte e poi ritrovate basandosi sempre sulle sue esperienze personali, usando qualunque genere cinematografico.

Secondo Francis Ford Coppola, Spielberg è stato l’unico regista della sua generazione a fare film commerciali e artistici nello stesso tempo. Può non piacere a molti, ma Spielberg è il Cinema. Fanno ormai parte dell’immaginario collettivo molte delle sue “visioni”: l’astronave madre di Incontri ravvicinati del terzo tipo dietro le Devil’s Tower, il masso che rotola alle spalle di Indiana Jones, il bicchiere d’acqua che vibra all’arrivo del T-Rex in Jurassic Park, la bambina con il cappotto rosso di Schindler’s List, la figura del ragazzino in bicicletta che passa davanti alla luna in E.T. e poi ancora e ancora… Ne ha diretti più di trenta e almeno una dozzina sono film di cui tutti sanno qualcosa, anche senza mai averli visti.

Steven Spielberg non hai mai frequentato una scuola di cinema.

8mm

Figlio di un tecnico di computer e di una ex pianista, che si comportava più come un’amica che come una madre, cresce nell’ambiente suburbano di Cincinnati, che racconterà bene in molte sue storie. Appassionato di film d’avventura e di fantascienza era noto per gli scherzi ai suoi amici, i suoi vicini e le sue sorelle che spaventava, per ottenere una paura più realistica, ogni volta che girava con la sua cinepresa 8mm.
Realizza i suoi primi esperimenti cinematografici con l’aiuto della madre e degli amici (Firelight, Escape to Nowhere) e nel 1968 dirige Amblin, il suo primo cortometraggio professionale che verrà programmato nei cinema americani in coda al film Love Story e con cui vince l’Atlanta Film Festival, ottenendo un contratto di prova con la Universal Pictures. A 22 anni si ritrova a dirigere Joan Crawford in una puntata della serie Mistero in galleria e a lavorare in altre importanti produzioni televisive come il Tenente Colombo.
Nel frattempo incontra nuovi e inseparabili amici.

Movie Brats 

Steven Spielberg
I Movie Brats: Steven Spielberg, Martin Scorsese, Brian De Palma, George Lucas, Francis Ford Coppola

Il cinema alla fine degli anni sessanta stava finalmente cambiando, allontanandosi da un periodo di stallo hollywoodiano, grazie a opere rivoluzionarie come Gangster Story, Un uomo da marciapiede, Easy Rider, Rosemary’s Baby e ai film di John Cassavetes.
Si faceva strada un gruppetto di amici, chiamati Movie Brats (Marmocchi da Cinema), di cui facevano parte Martin Scorsese, George Lucas, Francis Ford Coppola, Brian De Palma e il nuovo arrivato Steven Spielberg. Con loro il regista si trovava come in una nuova famiglia dove era totalmente a suo agio, come non lo era mai stato prima. Si aiutavano tra loro e confrontavano in modo critico i primi film che riuscivano a farsi produrre. Erano sempre insieme e Spielberg era il più nerd di tutti: non si drogava, non ascoltava rock n’roll ed era fissato con la tecnologia. Era il diverso tra i diversi. Era anche il comico del gruppo e inventava per gli altri dei veri e propri sketch.

Steven Spielberg
Sul set di Scarface con Brian De Palma

I Movie Brats furono i primi a vedere le immagini di prova, senza effetti speciali, di Guerre stellari. Non piacque a nessuno tranne a Spielberg, che ne intuì la grandezza. Anche negli anni in cui tutti erano diventati autori di fama mondiale continuavano a frequentare i set di chi in quel momento era al lavoro, interagendo anche in modo pratico come quando Spielberg si presento dall’amico Brian De Palma e girò una scena di Scarface durante delle giornate complicate in cui casualmente anche il protagonista del film, Al Pacino, non era presente a causa di un incidente durante le riprese.

Peterblit 281

Il primo successo arriva nel 1971 con Duel. Girato per l’emittente televisiva ABC, era basato su un racconto scritto da Richard Matheson pubblicato sulla rivista Playboy. In 13 giorni di riprese Spielberg realizza un horror tutto alla luce del sole in cui un rappresentante vendite (Dennis Weaver) viene perseguitato da un misterioso camionista, che non vediamo mai in faccia, a bordo di un camion Peterblit 281 del 1955.
Il tema di uno svantaggiato che deve lottare con una forza oscura o della natura sarà una tematica presente in diversi film del regista, ma con Duel mette in scena qualcosa di molto personale. Il suo essere sempre stato bullizzato, soprattutto per il gracile aspetto fisico, da alcuni compagni di scuola viene esorcizzato proprio da questo invadente e minaccioso camion (il bullo) e dalla macchina, che ha il ruolo dello stesso Spielberg, in una corsa per la sopravvivenza dove il male trova la sua fine precipitando in un profondo burrone, spegnendosi lentamente e senza un’esplosione liberatoria. Finale per cui Spielberg ha dovuto lottare con i produttori che volevano qualcosa di più epico, con un enorme scoppio e un boato.
Il film fu un successo grazie solo e unicamente a una regia che tiene la tensione altissima con delle ingegnose trovate legate a delle inquadrature basate su originali tempi in cui si alternano lenti carrelli e velocissimi stacchi, con una professionalità pari a quella di un veterano del cinema e non di un venticinquenne. Duel esce nelle sale in diversi paesi del mondo in una versione allungata a 90 minuti e durante la presentazione a Roma Spielberg riceve la visita inaspettata di Federico Fellini, che era rimasto molto colpito dal suo lavoro.
La foto dei due registi nella capitale è ancora oggi sulla scrivania di Spielberg.

Dalla strada all’oceano

Con il suo secondo film Sugarland Express (1974), in realtà primo vero lavoro per i cinema americani, si ispira a un fatto realmente accaduto e lo porta a metà strada tra la commedia e il dramma. Un road movie che ottiene un ottimo successo di critica ma non di pubblico, che gli dà l’occasione di lavorare con una grande attrice in ascesa, Goldie Hawn, e di incontrare il compositore che lo accompagnerà da quel momento in poi per quasi tutta la sua carriera, John Williams.

Steven Spielberg
Sul set de Lo squalo

Sugarland Express darà la possibilità a Spielberg di diventare il regista de Lo squalo (1975), uno dei più grandi successi di tutti i tempi. Un capolavoro che ha generato un centinaio di cloni e diversi seguiti. Un horror che ha voluto girare, contro ogni consiglio, in mare aperto e che di conseguenza ha causato una lavorazione tre volte più lunga del previsto e ha fatto spendere il doppio del budget stanziato. Mille problemi dovuti ai continui cambi meteorologici e soprattutto agli squali meccanici che si rompevano in continuazione.
Nonostante i momenti di crisi deliranti sul set, Spielberg riuscì ad aggirare gli ostacoli limitando la presenza dello squalo e a suggerirne soltanto la presenza maligna, facendo montare la suspence fino al climax finale. Con i tre protagonisti mette in evidenza la società statunitense: il cacciatore di squali Quint (Robert Shaw), una sorta di operaio che ha vissuto tutta la vita per il suo lavoro, il ricco biologo Hooper (Richard Dreyfuss), che si è potuto permettere gli studi scientifici grazie ai soldi, e lo sceriffo Brody (Roy Scheider), l’uomo medio americano. Sarà quest’ultimo a uccidere il mostro, ma solo grazie agli strumenti dei suoi compagni di viaggio, il fucile di Quint e la bombola d’ossigeno di Hopper.
Nel corso dei decenni la fama de Lo squalo non ha fatto che crescere e nel 2001 è stato inserito nell’Archivio Cinematografico del Congresso degli USA.

Aliens

Steven Spielberg
Sul set di Incontri ravvicinati del terzo tipo con Francois Truffaut

Nel 1977 con Incontri ravvicinati del terzo tipo ribalta un tema caro al mondo del genere fantascientifico, ipotizzando la possibilità di un rapporto pacifico con creature di galassie lontane. Un altro successo e un altro passo avanti per gli effetti speciali visivi, creati da Douglas Trumbull, e per gli effetti meccanici con gli alieni costruiti da Carlo Rambaldi.
Un film estremamente personale per Spielberg, che racconta la storia di una famiglia sfasciata e di un padre (Richard Dreyfuss) che trova il suo ruolo nella vita proprio grazie a qualcosa di non terrestre. Coinvolto dagli eventi anche il bambino (Cary Guffey) che grazie allo sguardo puro verso il mondo capisce subito che gli extraterrestri non sono dei nemici. Raccontato con tempi dilatati e con la totale libertà artistica, Spielberg realizza il capolavoro di fantascienza anni ‘70 con una visione poeticamente unica e inimitabile nel suo genere.

Steven Spielberg
Sul set di E.T. l’extra-terrestre

Nel 1982, con E.T. l’extra-terrestre, torna a raccontare nuovamente la storia di un bambino e di un alieno amichevole, entrambi persi. Uno perché abbandonato dal padre e l’altro che vorrebbe tornare a “casa”. Uniranno le forze per sopravvivere. Spielberg, che per anni ha pensato erroneamente di essere stato abbandonato dal padre, usò questa tematica in moltissimi film, anche quando dopo anni si rappacificarono.
E.T. venne proiettato al gran gala di chiusura al Festival di Cannes, ricevendo una lunghissima e commossa standing ovation. Fu un successo planetario.
Mise poi da parte l’argomento “extraterrestri” per molti anni fino a quando nel 2001 non riprese in mano un vecchio progetto di Stanley Kubrick, realizzando il sottovalutato A.I. – Intelligenza artificiale. Gli alieni cattivi arrivano invece nel 2005 con il riuscitissimo La guerra dei mondi. Tratto dall’omonimo romanzo di H.G. Wells, il film è un campione d’incassi e racconta la storia di un’invasione aliena che Spielberg porta in scena usando solo il punto di vista del suo protagonista, Tom Cruise. Il pubblico infatti capirà e seguirà gli eventi della storia nello stesso modo in cui li percepisce il personaggio principale, che di fatto è un uomo comune, un operaio e non uno scienziato o un militare in grado di affrontare la situazione da professionista. Anche in questo caso Tom Cruise è un padre distante che qui però riesce a trovare sé stesso e i suoi figli.

Flop

Spielberg, ormai Re Mida con 2 enormi successi alle spalle (Lo squalo e Incontri ravvicinati del terzo tipo), dedica le sue energie alla demenzialità più totale creando un lavoro folle e costosissimo, a tratti geniale, che non viene assolutamente capito dal pubblico e dalla critica. 1941 – Allarme a Hollywood (1979) è un concentrato di gag, citazioni di grandi film del passato (compreso Lo squalo), esplosioni, scazzottate, balli e soprattutto uno schiaffo in faccia al mondo militare, compreso quello americano.
Co-sceneggiato dal giovanissimo Robert Zemeckis, il film sulla carta è un successo, ma il regista si fa prendere la mano dal suo entusiasmo e sceglie una strada da molti ritenuta esagerata. In realtà è un grande gioco che con gli anni è stato rivalutato proprio per i suoi eccessi e il suo stampo anarcoide.
Spielberg vede la sua carriera a rischio, ma dopo i successi de I predatori dell’arca perduta ed E.T. la sua carriera è di nuovo alle stelle. Ritorna in crisi quando cerca di dedicarsi a opere più drammatiche. Il colore viola (1985) non va male al botteghino e lancia la carriera di Whoopi Goldberg, ma viene contestato per aver reso un romanzo sugli abusi sessuali e il razzismo, duro ed esplicito, una sorta di favola disneyana. L’impero del sole (1987), ambientato durante l’invasione giapponese in Cina nel 1937, viene considerato “freddo” e impersonale, nonostante una tecnica impeccabile e dei bellissimi momenti surreali. Grande lancio per un attore/bambino che diventerà il migliore della sua generazione, Christian Bale.
In quegli stessi anni Spielberg si dedicherà però alla produzione di grandissimi successi come Gremlins e Ritorno al futuro. Produrrà e scriverà anche I Goonies e Poltergeist – Demoniache presenze, che di fatto sono film spilberiani all’80 per cento.

1993

Probabilmente i due imperfetti, Il colore viola e L’impero del sole, sono serviti come base per arrivare al film che il regista voleva davvero realizzare per evidenziare il lato più oscuro della sua anima, Schindler’s List. L’opera della definitiva consacrazione.

Steven Spielberg
Sul set di Schindler’s List

Una storia vicina alle sue radici ebraiche, da cui si era allontanato in gioventù e poi riavvicinato fortemente nel periodo del suo secondo matrimonio con l’attrice Kate Capshaw. Inizialmente Spielberg pensava solo di produrlo e di lasciare la regia all’amico Martin Scorsese o a Roman Polanski, ma poi decise di dirigerlo con un inusuale approccio quasi documentaristico e in bianco e nero, usando personalmente “la camera a mano” per quasi tutto il periodo delle riprese.
Girato in gran parte a Cracovia, nelle zone in cui è avvenuta realmente l’invasione tedesca e la deportazione degli ebrei polacchi, dove l’imprenditore Oskar Schindler (Liam Neeson) muove i primi passi per costruire la fabbrica che, all’insaputa degli invasori, servirà a salvare quasi 1200 ebrei. Scene girate con centinaia di comparse e con un’organizzazione comunque millimetrica, senza movimenti eccessivi di “dolly” e carrelli. Un uso magistrale delle luci, costruite insieme al direttore della fotografia Janusz Kaminski, per delineare la psicologia dei personaggi, in particolare quella di Schindler, tenuto quasi sempre in ombra per accentuare la sua ambiguità, e dell’ufficiale tedesco Amon Goeth (Ralph Fiennes), perennemente illuminato così da non destare dubbi sul fatto che sia la rappresentazione del male puro.
Insomma un film da storia del cinema che ha fatto guadagnare a Spielberg il primo Oscar come regista. Schindler’s List si porta a casa sette statuette, ma nella stessa edizione anche un altro suo film conquista 3 premi, Jurassic Park. Per gli addetti ai lavori è il film che ha rivoluzionato per sempre gli effetti speciali con l’avvento della tecnologia digitale. Un cambiamento pari a quello dell’arrivo del sonoro al cinema. L’idea di un eccentrico miliardario (Richard Attenborough), che riporta in vita i dinosauri per creare un parco di divertimenti, con i catastrofici eventi che arrivano di conseguenza, sono le fondamenta non solo di una saga cinematografica che va avanti da anni, ma anche di una serie di videogiochi, gadget, fumetti e documentari che hanno fatto scoppiare nel mondo una vera e propria “dinomania”.

Gli Eroi 

Steven Spielberg
Sul set di Indiana Jones e il Tempio Maledetto con Kate Capshaw, George Lucas e Harrison Ford

Nella maggior parte dei suoi film i protagonisti sono tutti eroi per caso, gente comune che si trova coinvolta in situazioni fuori dall’ordinario. Ci sono però delle eccezioni e Indiana Jones è una di queste. Harrison Ford interpreta di fatto un archeologo preparato ad ogni genere di avventura e di nemico, in grado di venir fuori da momenti di crisi grazie alle sue capacità scientifiche e alle sue abilità con le armi e soprattutto con la frusta.
Il primo film della saga, I predatori dell’arca perduta (1981), viene proposto a Spielberg, dopo l’insuccesso di 1941, dall’amico George Lucas, che lo candida come regista davanti agli altri produttori del film. Tutti non sono particolarmente convinti della scelta perché conoscono la sua propensione a sforare i budget. Spielberg promette di non esagerare e alla fine, insieme al produttore esecutivo Lucas, realizza il film che avrebbe sempre voluto vedere sul grande schermo. Un altro successo incredibile.
Indiana Jones diventa un personaggio leggendario con altri tre seguiti famosissimi, anche se l’ultimo è nettamente inferiore agli altri.

Steven Spielberg
Sul set di Minority Report con Tom Cruise e Samantha Morton

Ci saranno comunque ancora diversi eroi preparati al peggio nella sua filmografia come il poliziotto interpretato da Tom Cruise, nel bellissimo thriller fantascientifico Minority Report (2002), e la squadra di soldati in Salvate il soldato Ryan (1998). Ennesimo gioiello di un regista che sperimenta un nuovo approccio visivo alla narrazione con gli indimenticabili venticinque minuti iniziali della violenta ricostruzione dello sbarco a Omaha Beach del 6 giugno 1944. Una scena realizzata in ventisette giorni, che porta direttamente lo spettatore sul campo di battaglia. Un momento di cinema mai visto prima. Protagonisti sono sicuramente il volto dell’eroe controvoglia Tom Hanks e tutto l’ottimo cast, su cui spicca un giovane e all’epoca sconosciuto Vin Diesel.
Si possono definire invece più degli anti-eroi i personaggi del suo film più controverso, Munich (2005). La storia, ambientata dopo l’attacco terroristico alle Olimpiadi di Monaco nel 1972 in cui persero la vite undici atleti israeliani, vede cinque agenti del Mossad in missione per uccidere i possibili mandanti del massacro. Spielberg mette in dubbio l’utilità della vendetta innestando dei conflitti morali all’interno dei cinque killer e in particolare nel capo (Eric Bana), protagonista indiscusso della pellicola. Una spy-story con grandi scene di tensione, una su tutte quella del telefono/bomba, che ha indignato la comunità ebraica e impegnato il regista a rilasciare diverse interviste chiarificatrici.
Sono indubbiamente eroi anche i giornalisti (Meryl Streep e Tom Hanks) protagonisti di The Post (2017), una sorta di prequel del famosissimo Tutti gli uomini del presidente di Alan J. Pakula.

Se guardiamo gli incassi, Spielberg è forse il regista più commerciale della storia, ma solo perché ha saputo usare perfettamente il linguaggio del cinema per innescare una reazione emotiva nelle persone. Ha sempre saputo catturare il pubblico, perché lui è il pubblico.

Oltre ai membri dei Movie Brats, i registi preferiti di Steven Spielberg sono:
Stanley Kubrick, Ingmar BergmanDavid Lean, Preston Sturges, Akira KurosawaFrank CapraHoward Hawks, Alfred Hitchcock, John Ford e Francois Truffaut, che è stato anche co-protagonista di Incontri ravvicinati del terzo tipo.

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Massimo Santimone
Nato a Genova nel 1967 e vissuto felicemente con un cinema a due metri dal portone di casa. Con un diploma in sceneggiatura preso presso la Scuola d’Arte Cinematografica di Genova ho realizzato diversi spot e cortometraggi, di cui uno fighissimo dal titolo “Il Caso Ordero”. Una cosa tira l’altra e sono arrivato a fare inserti di cinema e poi programmi in diverse radio: Radio Genova Sound, Radio Nostalgia, Radio City e ora Radio Aldebaran. Dal 2017 sono il direttore dei programmi del Riviera International Film Festival.

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