Wrongonyou: «Cantare in italiano è una sfida che mi affascina»

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wrongonyou

Wrongonyou è uno degli artisti che parteciperanno alla finale di Sanremo Giovani con il brano Lezioni di volo.

Cerchiamo quindi di conoscerlo meglio, iniziando dal nome d’arte (quello vero è Marco Zitelli). Perché Wrongonyou?
“La mia intenzione era dare un nome indiretto al mio progetto: preferisco l’idea di usare una frase come nome d’arte, come hanno fatto alcune band. In inglese, a livello grammaticale, Wrongonyou dovrebbe essere Wrongaboutyou, ma mi piaceva come suonava, come concetto, oltre al fatto di essere attratto dal termine Wrong”.

Wrongonyou non è un artista “improvvisato”, infatti sono molte le esperienze maturate in questi anni che hanno portato pezzi come  Shoulders, scelto per il film Il Premio di Alessandro Gassmann, il primo album Rebirth, prodotto in gran parte da Michele Canova, fino al progetto discografico Milano parla piano.

Wrongonyou, l’intervista

Lezioni di volo nasce in seguito ad un periodo di grande crescita personale e artistica maturata durante i mesi del primo lockdown. Puoi darci qualche dettaglio in più? Inoltre, racconti come è nata la collaborazione con Adel Al Kassem e Riccardo Scirè.
Ho conosciuto Adel Al Kassem grazie a Riccardo Scirè, abbiamo lavorato insieme a questo pezzo ed è stato bello avere un team e nello stesso tempo prendersi le proprie responsabilità, anche nella scelta delle frasi, per esempio. Se il pezzo va bene o meno, sarò io, punta dell’iceberg, a prendere tutte le onde in faccia. Non solo, questo vale anche per gli altri brani che saranno all’interno del nuovo disco (ancora in lavorazione, ndr).

Per quanto riguarda l’aspetto più tecnico, c’è una linea sottilissima, spessa come quella che usi per la pesca, quando canti in italiano, che è quella della nota prolungata in cui c’è anche il vibrato, che divide il soul dal neomelodico napoletano e dal pop italiano.

Rischiavo di cadere in qualcosa di retrò, mi vengono in mente gli acuti super sparati di Al Bano, quindi ho dosato, controllando, capendo bene come far risuonare la voce all’interno e fuori dalla faccia. Di questo lavoro sono molto contento, perché mi sono reso conto che ho cantato meglio di come ho fatto con Milano parla piano, ma è giusto che ci sia una maturazione.

Devo ammettere che prima di due anni fa non ho mai ascoltato musica italiana, come Guccini, Dalla, De Gregori, De Andrè, e non perché non mi interessasse, ma sono cresciuto con mia madre che era in fissa con gli U2, Ben Harper e Tracy Chapman e mio padre con Neil Young e Bruce Springsteen! Infatti, durante le gite scolastiche, ero l’unico a non cantare perché non conoscevo le canzoni!

Per il testo, ho deciso di andare molto a braccio, togliendo gli slogan e le frasi paraculo, e non sto per forza lì, fermo, a cercare chissà cosa, ma, come quando scrivevo in inglese, seguo il flusso delle immagini, senza cadere nel rischio di essere ermetico. Sì, strizzo l’occhio a quello che richiede il pubblico, ma allo stesso tempo è importante far conoscere cose nuove.

La musica è condivisione e insegnamento, Lezioni di volo potrebbe essere un esempio. Credi che la musica debba avere un ruolo sociale?
Assolutamente sì, specialmente in questo periodo. Inoltre, non ho mai scritto solo d’amore, ma anche di altre tematiche e il brano Prima che mi perda ancora, che sarà nel nuovo disco, è un esempio. La musica è un mezzo di comunicazione molto potente, sia in Italia che all’Estero, è stata usata per fare delle rivoluzioni! Per esempio, ci sono delle canzoni di Antonelli Venditti che raccontano del periodo universitario, degli scontri a Villa Giulia con i ragazzi fascisti. Oppure, Fabrizio Moro con la canzone Pensa, con cui ha vinto Sanremo Giovani,  dove parla della Mafia.

Quindi, ognuno può dire quello che vuole e la musica può essere usata come mezzo di comunicazione per ispirare ed esprimere qualsiasi concetto, non solo per cantare l’amore. L’importante è, però, prendersi le proprie responsabilità perché la musica è il più grande megafono che abbiamo e va usata nel modo giusto per fare del bene e aiutare.

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Quali sono le paure della tua generazione e cosa si dovrebbe fare? Condividi queste paure?
Non si capisce più quali siano le paure della mia generazione. Quella prima che vuole solo i soldi, le collane d’oro e macchine costose, mentre la mia parla di amore e lo fa in modo malinconico, spesso che finisce male. Questa è una domanda molto interessante, perché mi fa rendere conto che, in effetti, non si parla d’altro, ovvero di amore…o di ostentazione della ricchezza, di essere su un piedistallo come nella musica trap. A questo punto, sono contento di non aver scritto e cantato anche d’altro, come la ricerca personale.

C’è un altro mio pezzo che parla della depressione (fortunatamente non ne ho mai sofferto in modo così forte da farmi stare male, mi riferisco a quest’ultimo periodo) che viene vista come una cosa negativa e si chiede aiuto per essere salvati. Sentivo che era un tema che andava affrontato perché, ovviamente, si è parlato tanto dei casi di coronavirus che ci sono stati, ma ho avuto più di un conoscente, chi musicista, chi turnista, che si è tolto la vita a causa della depressione.

Credo che sul tema della depressione si dovrebbe fare ancora tanto, sensibilizzare di più le persone, perché spesso si nasconde, viene nascosta, da un sorriso, da battute o parolacce ironiche per far sembrare tutto tranquillo. Da un momento all’altro, poi, non ci si accorge che sta succedendo un casino.

Hai avuto modo di lavorare ad un progetto discografico anche negli Stati Uniti. Hai notato un diverso tipo ti approccio tra la realtà italiana e quella americana?
Sì, ho registrato un disco a Los Angeles con Michele Canova e, come direbbe Alberto Sordi, ha un approccio “ammericano” perché ha delle tempistiche, dei modi, dei ruoli molto americani. Il top del top è stato incontrare in studio, tutte le mattine, Dave Pensado, ovvero il fonico e produttore di Thriller  e Bad  di Michael Jackson, non solo, e raccontava delle storie allucinanti!

L’approccio americano è molto militaresco, è proprio l’American Dream: c’è molta, ma molta, più voglia di arrivare che c’è in Italia. Partono dal fatto che sanno cosa vogliono e devono solo capire come arrivarci, si preparano, sono bravissimi e c’è una concorrenza spietata.

Quando sono andato per la prima volta in Georgia ho fatto un tour con una band, gli Space Bugs, che facevano funky, un po’ alla James Blunt, e sono rimasto sconvolto dal posto in cui andavamo a fare le prove. La saletta costava solo 5 dollari all’ora, mentre in Italia si parte dai 30 euro in su, questo posto era lo Nuci’s Space di Frank Nuci: la  nonprofit resource and support center. Si tratta di un centro di recupero per musicisti depressi e intenti al suicidio.

Inizialmente, non  capivo perchè un musicista volesse uccidersi, poi ho capito: arrivavano a vendersi la casa pur di fare musica, di dar via la macchina per comprare una chitarra, finendo in mezzo alla strada. Hollywood a circa sei blocchi di palazzi abbandonati dove vivono i senzatetto. C’è proprio una concezione diversa: non è tanto la qualità, ma l’arrivare. Questo fa un po’ paura e ho pensato di portare questo progetto della nonprofit anche in Italia.

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Irma Ciccarelli
Classe 93, anno in cui David Bowie pubblica Black Tie White Nois. Campana di nascita, adottata dalla toscana Cortona (sì, la stessa di Jovanotti), da qualche anno vivo a Milano, di cui mi sono innamorata il 29 giugno del 2013. Perché ricordo la data? Perché a San Siro c’erano i Bon Jovi a infiammare il palco, ed io ero lì a sognare di intervistare la band. Ed eccomi qui: giornalista e studente di musicologia, il mio mantra è Long Live Rock, ma guai a chi disprezza i cantautori….e Beethoven (non il cane).

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