Woodstock non fu solo peace & love, ma anche devastazione ecologica

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Note per salvare il pianeta

Chi ha qualche anno in più sulle spalle ha ancora impresse negli occhi e nella mente le immagini di certe devastazioni ecologiche prodotte dai concerti, in particolare dai grandi raduni. Personalmente, ad esempio, faccio fatica a dimenticare il concerto dei Pink Floyd a Venezia, o le montagne di rifiuti rimaste nell’area dove si svolse la seconda edizione di Woodstock. Ma per lunghi anni ogni concerto di una certa consistenza lasciava sul terreno montagne di bottiglie di plastica o vetro, tonnellate di carta, abiti ridotti a brandelli, avanzi di cibo e quant’altro.

È soltanto in tempi recenti che si è sviluppata una coscienza ecologica, e sia gli organizzatori, sia i musicisti e, almeno in gran parte, anche il pubblico, hanno iniziato a capire che investire qualche quattrino in più sulla salvaguardia del sistema ecologico e, là dove possibile, il risparmio energetico sarebbe stato un guadagno per tutti.

Ecco perché consiglio la lettura di Note per salvare il pianeta, libro scritto da Matteo Ceschi e pubblicato da VoloLibero: aiuta a capire quanti passi avanti sono stati fatti dagli anni Cinquanta ad oggi. L’autore, infatti, racconta il rapporto tra la canzone di protesta, il mondo della musica e il movimento ambientalista. 

Tra l’altro, la lettura è “facilitata” dalla forma stilistica scelta da Ceschi: le circa 200 pagine sono impostate a domanda e riposta, quindi si va subito al punto, senza girarci troppo intorno. Racconta l’autore: «Per realizzare questo lavoro ho coinvolto amici, conoscenti e colleghi chiedendo di inviarmi delle domande sul tema. Ne è venuto fuori una sorta di dialogo a distanza che ripercorre oltre 70 anni di relazioni tra musicisti e attivisti nel mondo, dal secondo dopoguerra fino alle più recenti battaglie di Extincion Rebellion».

Note per salvare il pianeta

Qui di seguito pubblichiamo, per gentile concessione dell’editore VoloLibero, uno stralcio del libro che aiuta a capirne meglio i contenuti. In questo caso si parla della prima edizione del Festival di Woodostock, quello del 1969.

La fattoria di Max Yasgur deturpata

di Matteo Ceschi

Parlando di stili di vita alternativi e comunità hippy in che misura il festival di Woodstock e gli altri grandi eventi live del decennio sono stati organizzati e vissuti nel pieno rispetto dell’ambiente? La domanda sorge oggi spontanea visto che un’intera generazione si identificò con i valori e gli ideali di Woodstock. 

Cominciamo con il dire che le intenzioni dei vari organizzatori di eventi live degli anni Sessanta erano certamente delle migliori.
Ma questo evidentemente non bastò.
Il numero crescente di spettatori che accorsero alle manifestazioni non poteva non arrecare ai siti che ospitavano le performance danni materiali e ambientali.
Se i ventimila giovani che parteciparono allo Human Be-In di San Francisco il 14 gennaio 1967 rispettarono nei limiti del possibile le aree verdi del Golden Gate Park (come ben documentato dagli scatti di Bob Klein, Lisa Law e Gene Anthony), altrettanto non si poté dire al termine di quello che ancora oggi risulta essere stato il più grande raduno rock della storia, il festival di Woodstock dell’agosto del 1969.
Nel corso del Woodstock Music & Art Fair il numero di presenze superò persino le più rosee previsioni degli organizzatori ponendo tutta una serie di problematiche che coinvolsero anche l’appezzamento di terra coltivabile affittato per accogliere il pubblico e le strutture del grande palco e la logistica.
Sebbene numerose opere dedicate alla tre giorni di Woodstock attestino con dovizia di particolari le fasi preparatorie del festival, tutte le precauzioni prese non impedirono ai quasi cinquecentomila accorsi a Bethel, nello stato di New York, di trasformare letteralmente il paesaggio della tenuta di Max Yasgur.
Per avere un’idea precisa di quale fosse stata la portata effettiva dell’impatto degli spettatori fu sufficiente attendere qualche giorno, il tempo minimo perché gli scatti dei numerosi fotoreporter accorsi per documentare la serie di concerti cominciassero a circolare sui quotidiani e le riviste americane e internazionali.
A colpire innanzitutto erano le lunghe file di auto in coda per giungere a Bethel: un infinito ingorgo di veicoli stracolmi di giovani intenti ad avvelenare l’aria della contea di Sullivan.
Ma ancor di più del traffico e dei ragazzi che si divertivano facendo il bagno nudi nei ruscelli, furono gli scatti della distesa di fango e rifiuti eseguiti da Henry Diltz e Baron Wolman che rimasero impressi nella memoria collettiva.
Una storia particolare si ritagliò la fotografia di Burk Uzzle, fotografo veterano del Movimento per i diritti civili, che ritraeva due giovani avvolti in una coperta all’alba dell’ultimo giorno del festival. Alle loro spalle solo un prato devastato invaso da carcasse di tende e cumuli d’immondizia avvolte dalla bruma. L’immagine con cui si sarebbe identificata un’intera generazione venne scelta nel 1970 dall’Atlantic per la copertina di Wooodstock: Music from the Original Soundtrack e fece il giro del mondo mostrando a chi la seppe leggere quanto ancora bisognava adoperarsi per far passare nelle masse l’idea del fragile equilibrio che governava il pianeta.
Henry Diltz, allora giovane pioniere della fotografia rock, nel 2009 ebbe modo di ricordare, in occasione della redazione del libro di Michael Lang, uno degli organizzatori di Woodstock, lo sgomento di fronte a quello spettacolo: “Un mare di spazzatura infangata. Sacchetti pieni di cibo, vestiti fradici di pioggia e inzaccherati disseminati qua e là come cadaveri. Avete presente le vecchie foto che ritraggono campi di battaglia con corpi di cavalli gonfi, palle da cannone e soldati morti che giacciono al suolo? Lo spettacolo ci si avvicinava molto”.
Dubbi sulla ecosostenibilità della ciclopica manifestazione li espresse fin da subito la redazione del quotidiano nazionale “New York Times”, che decise di accompagnare il lungo reportage del 17 agosto firmato da Bernard L. Collier con due foto dell’inevitabile devastazione in corso. 

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Massimo Poggini
Massimo Poggini è un giornalista musicale di lungo corso: nella seconda metà degli anni ’70 scriveva su Ciao 2001. Poi, dopo aver collaborato con diversi quotidiani e periodici, ha lavorato per 28 anni a Max, intervistando tutti i più importanti musicisti italiani e numerose star internazionali. Ha scritto i best seller Vasco Rossi, una vita spericolata e Liga. La biografia; oltre a I nostri anni senza fiato (biografia ufficiale dei Pooh), Questa sera rock’n’roll (con Maurizio Solieri), Notti piene di stelle (con Fausto Leali) e Testa di basso (con Saturnino) e "Lorenzo. Il cielo sopra gli stadi". Ultimo libro uscito: "Massimo Riva vive!", scritto con Claudia Riva.

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