Primo album da solista per Marco Pancaldi, ex Bluvertigo

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Bluvertigo
Foto di Roberta Sotgiu

Primo album da solista per Marco Pancaldi, membro fondatore dei Bluvertigo. In piena pandemia l’artista monzese ha posizionato il lavoro Beyond Jupiter sulla piattaforma «Bandcamp». Dopo aver lasciato la band dei Bluvertigo nel 1996 ha prestato la sua opera per artisti come Alice, Mauro Pagani, Antonella Ruggiero e Franco Battiato. L’artista siciliano lo ha voluto sia nel disco Gommalacca sia per il tour corrispondente. 

Dopo aver prestato la chitarra per tante canzoni ecco arrivare il primo album da solista, tutto strumentale. Come ci sei arrivato?Questo album è il frutto di una lunga sessione di registrazione, continua e improvvisata, da cui abbiamo estratto un’ora e cinque minuti di musica. Questo modo di lavorare con i loop si attribuisce storicamente a Terry Riley, che conosco poco, mentre devo invece citare Brian Eno e la derivazione delle sua tecnica nei Frippertronics come la prima forma che ho scoperto molti anni fa e che subito mi ha affascinato.
L’uso del looping ti porta ad agire in modo abbastanza inusuale per un chitarrista rock.  Non puoi contare sulla velocità: ti muovi piuttosto come un rimorchiatore che guida una nave fuori dal porto, perché trattando con dei loop da venti o trenta secondi che si dissolvono lentamente, rimpiazzati gradualmente da altro materiale sonoro, qualsiasi cambiamento improvviso di tono e colore è impossibile. Devi usare contemporaneamente due cervelli: quello razionale, che imposta le relazioni sonore in termini di tonalità e intervalli, ma anche la parte istintiva e irrazionale è necessaria, altrimenti diventa tutto semplicemente noioso ed è facile perdere la direzione, la dinamica e la tensione verso una destinazione interessante. Interessante principalmente perché è sconosciuta.
Vedo questo tipo di costruzione sonora in termini di “transizione”. Arriva il momento in cui devi cambiare direzione, quindi inserire timbri differenti, in tal caso o viri verso tonalità lontane, prendendoti il lusso e il rischio della dissonanza, oppure, al contrario, di “continuità”: allora ragiono come un pittore che ha già lanciato i suoi secchi di colore sul muro o sulla tela, e si limita ad arricchire e completare con poche pennellate dosate.

Quindi niente era preordinato e stabilito, poi però qualcosa sarà stato fatto in fase di selezione e aggiustamento del materiale registrato.
In una sorta di compensazione rispetto alla brevità e immediatezza trovate nel processo di registrazione, c’è invece stato unapprezzabile lavoro di masterizzazione nello studio di Giuseppe Ielasi, dove ci siamo presi il lusso di ascoltare con calma, scegliere, dividere in brani, e infine trattare in analogico la registrazione originaria. Non ho voluto però inserire nessuna sovraincisione o editing. Abbiamo solo definito le sezioni, deciso assolvenze e dissolvenze. In totale sette tracce, mantenute nell’ordine originario di registrazione: sentivo che il “viaggio” richiedeva il mantenimento coerente della cronologia originaria.

Giusto per capire. Quando l’hai registrato avevi già in mente che sarebbe diventato un album?
Non proprio. La registrazione nasce come un esperimento, in continuità con i miei studi nel campo dello Yoga e della meditazione. Quando, parecchi mesi dopo, ho riascoltato il materiale ho pensato sarebbe stato inappropriato non dargli una circolazione.
A quel punto si trattava di scegliere tra la ricerca di un etichetta oppure appoggiarsi al portale Bandcamp, che ho scoperto recentemente e mi ha intrigato perché non è un negozio, ma piuttosto uno spazio dove gli artisti sono ospitati e possono trovare appassionati interessati a supportarli, non clienti cui vendere un prodotto.
Un’etichetta discografica avrebbe potuto forse regalarmi – no, regalare non è la parola giusta per una casa discografica, diciamo garantirmi – un piccolo gruppo iniziale di ascoltatori e darmi l’imprimatur di artista “prodotto da”; con l’esperienza maturata nel tempo e il tipo di rapporto che ho con la musica, non potevo però costringere nessun povero discografico a misurarsi con un album strumentale, definibile forse “prog” e “concept”, e siamo nel 2020! Quindi, ho scelto di pubblicare l’album in formato “liquido” (reperibile all’indirizzo marcopancaldi.bandcamp.com).
Tutto considerato, ho realizzato quello che volevo, senza compromessi e senza dover subire nessun direttore artistico a spiegarmi cosa dovrei cambiare nel mio materiale, al solo scopo di legittimare la sua esistenza su questo pianeta. Mi prendo, in cambio, i rischi connessi alla totale autoproduzione e autopromozione.

Conoscendo la tua pignoleria nel preparare la chitarra, con tutti gli accessori annessi, come sei riuscito a completare il disco in velocità?
Come ho scritto un po’ drammaticamente nel libretto dell’album, ho preso questo materiale con tutti i suoi pregi e anche difetti: seguendo una logica diversa, non avrebbe potuto essere pubblicato, per lo meno in questa formula così rigorosa. Ma questo non è un disco pop o rock: non c’è dietro alcun ragionamento, confezionamento o compromesso artistico. È la mia espressione più libera, la mia istantanea musicale: il prodotto di quaranta anni di esposizione alla musica, il cinema e la letteratura. Ho fatto outing fin dal titolo: Beyond Jupiter: non è difficile scoprire le influenze principali. Sintetizzerei così: mi sono preso il lusso estremo di fare quello che voglio; ricambio il potenziale ascoltatore col diritto di annoiarsi o ingnorarmi.

Come mai non hai invitato altri musicisti?
Nelle note ho scritto: registrato in “perfetta solitudine”. Non è stata una scelta, perché non è stato progettato nulla. Capisco che in un mondo avvinghiato all’ideologia dell’organizzazione del lavoro, la pianificazione, il marketing, un album strumentale che si è fatto quasi da solo desti perplessità, ma quello che c’è dentro e il risultato di un processo: il lavoro è stato fatto prima. Certo, con altri musicisti sarebbe stato altro: anche solo aggiungendo una parte di batteria il tempo dilatato, quella “risacca” dei loop, assume un’altra, totalmente diversa, dimensione. Ho già fatto questo esperimento qualche tempo fa, e un prossimo album, se ci sarà, potrebbe proprio essere basato su un power trio + Pancaltulator (il mio sistema di looping ed effetti).

Quali sono i chitarristi a cui ti sei più interessato per indirizzare il tuo percorso?
Il primo da citare è Robert Fripp, che ho scoperto molti anni fa, leggendo i suoi articoli su Musician ancora prima di scoprire le sue chitarre meravigliose nei dischi di Bowie e dei King Crimson, e ovviamente i Frippertronics. Le matrici più tradizionali della chitarra rock-blues le ho prese dalle strat suonate da David Gilmour e Mark Knopfler.  Altro fondamentale è stato Adrian Belew, scoperto quando era turnista di lusso nei Talking Heads e poi cantante e chitarra nei King Crimson. Non posso dimenticare Brian May: calore, organicità, ironia e melodia: la sintesi di tutto quello che si può mettere in una chirtarra rock. Infine devo citare Andy Summers che, oltre al reggae, gli arpeggi stoppati, gli accordi liquidi, ha importato nel linguaggio dello strumento tante sonorità inusuali: chitarre synth, feedback e armonie di derivazione jazz.

Prima di questo album hai presentato un altro progetto sotto la sigla d-saFE, per ora attivo solo dal vivo. Uscirà mai qualche documento discografico?
L’esperienza d-saFE è in continuità e anche in osmosi con questo progetto, al punto che Lorenzo Pierobon (l’altra metà di d-saFE) è stato in qualche modo presente anche nella finalizzazione di questo album da solista. Ovviamente siamo “fermi in un mondo fermo” – era fermo artisticamente anche prima della pandemia, ma contiamo di riprendere al più presto con altre performance in luoghi particolari e con la nostra testarda idea di “improvvisazione totale”, ovvero portiamo nella musica quello che siamo in quel momento. Non facciamo prove; d’altra parte, il pubblico fa prove di ascolto e di attenzione, prima di intervenire ai concerti?

C’è qualcosa che ti attira nel panorama attuale?
Dovrei partire da una citazione da Terry Riley (vado a memoria), il quale sostiene che l’elemento vitale della musica ripetitiva è la capacità dell’ascoltatore di percepire e approfondire, ad ogni ripetizione, differenti sfumature e contenuti. Questo spiegherebbe il fatto che, in generale, in me trova più spazio l’inclinazione al riascolto piuttosto che la scoperta del nuovo. Anche perché nel nuovo odierno non trovo nulla di interessante da seguire.

Marco Pancaldi è conosciuto anche come liutaio. In che senso?
Da adolescente ho comprato, dal mio maestro, la prima chitarra elettrica: appena arrivato a casa l’ho smontata, analizzata e poi rimontata come piaceva a me, con le poche competenze che allora avevo. Da quel momento ho continuato a studiare e imparato a modificare e costruire le chitarre, ma anche sistemi audio, pedali e amplificatori. Ricordo che nel tour di Gommalacca Battiato usava, con il microfono, una pedaliera effetti che gli avevo impostato io. Mi piace citare anche un violino MIDI che ho modificato per Mauro Pagani, che lo entusiasmò anche se ho dubbi lo abbia usato in modo estensivo. In tempi più recenti, ho collaborato con Noah Guitars con cui abbiamo progettato, specificamente per Ben Harper, una lap-steel totalmente in alluminio. Detto alla veloce: le chitarre mi interessano dentro e fuori.

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Giordano Casiraghi
Nato in Lombardia, prime collaborazioni con Radio Montevecchia e Re Nudo. Negli anni 70 organizza rassegne musicali al Teatrino Villa Reale di Monza. È produttore discografico degli album di Bambi Fossati e Garybaldi e della collana di musica strumentale Desert Rain. Collabora per un decennio coi mensili Alta Fedeltà e Tutto Musica. Partecipa al Dizionario Pop Rock Zanichelli edizioni 2013-2014-2015. È autore dei libri Anni 70 Generazione Rock (Editori Riuniti, 2005 - Arcana, 2018), Che musica a Milano (Zona editore, 2014) e Cose dell'altro suono (Arcana, 2020).

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