Parlerò di me senza parlare di me.

Non è nel mio stile parlare di cose che siano troppo mie in questo spazio che mi pare più urgente dedicare a quelle dimensioni di passaggio tra ciò che è personale, intimo, soggettivo, e il loro divenire avvenimenti validi per tutti.

In generale ascoltarmi, leggermi o osservare con attenzione le mie mosse personali e artistiche, rivela tuttavia che in me le due dimensioni, tra ciò che è intimo e ciò che è collettivo, coincidono senza che io debba forzare questa identificazione tra i due me stesso. Costoro scoprono che per me il vero ruolo dell’artista, o per meglio dire il ruolo irrinunciabile di chi produce e diffonde pensiero, come uno scrittore, un docente, un poeta, un pittore, un drammaturgo, un cineasta, un attore di teatro, ma anche un fotografo, un divulgatore, un camminatore del mondo e tutto quello che volete voi in tema di comunicazione, il vero ruolo di tutti questi, è sempre stato da sempre e per sempre è e sarà quello di avere cura della “polis”.

La comunità.

Il vero e unico politico, l’unico che possa esercitare tale ruolo in modo autentico non traendone alcun vantaggio diretto, ma semmai ben conscio del fatto che esercitare davvero tale ruolo possa più facilmente nuocergli, è l’Artista.

Chiamerei quindi “Artista” solo colui che, indipendentemente da ciò che fa, lavora intensamente e liberamente col pensiero, si confronta apertamente, ascolta onestamente chi sostiene cose da lui distanti e, solo se e quando lo ritiene davvero utile, parla. E quando parla, è per diffondere, e non necessariamente per trarne vantaggio.

L’artista inteso invece come colui che si espone solo quando ha un tornaconto, soltanto in occasione di qualcosa “da vendere”, ha fatto e fa molto male a tutti noi. Ha fatto male alla musica come alla letteratura, alla scienza e alla stessa politica in senso ordinario. Nei media, in televisione o in radio ad esempio, quando ci si imbatte nella consultazione di qualche sapientone su un dato argomento, e si coinvolge uno scrittore o un esperto in genere, è sempre per arrivare poi a fare promozione del suo ultimo prodotto, guarda caso caldo caldo di stampa, sia esso libro o film o disco o altro, ma sempre-sempre si tratta di giungere allo spot per suggerirne l’acquisto.

Personalmente fatico a rassegnarmi all’idea che non vi possa essere consultazione di una mente, di qualcuno insomma che abbia o possa provare ad avere qualcosa da  dire, indipendentemente dall’imminente “uscita” di un proprio prodotto nel mercato. Del resto va osservato che da tempi ormai remoti, da quando cioè la promozione di pensiero ha assunto i connotati e anche il nome di “industria culturale” i destinatari di un’opera di pensiero sono considerati “consumatori”, al pari di quelli cui è destinata la réclame dei detersivi, o nelle più elettive delle circostanze, dei destinatari ideali di un buon Rum o di una vettura di classe.

Ma se anche solo un’esigua parte di coloro che ambiscono ad appartenere alla vaghissima, ambigua categoria di “artisti” agissero o imparassero ad agire in modo più auto-selettivo, il mondo sarebbe di colpo più ripulito da caos e materiale superfluo. E non sarebbe male.

Il guaio è che col tempo chiunque ottenga consenso desidera essere sempre più riverito, lusingato, e di conseguenza pagato. Pagato non solamente il giusto, ma di pari passo con l’aumentare delle sue quotazioni sul mercato, quotazioni che poi sono desumibili dal numero di persone disposte ad ascoltare le sue uscite, indipendentemente dal valore di esse.

Più vendi, più sei il mercato. Il meccanismo in base al quale non è più il contenuto bensì “il gradimento” o per peggio dire “il consenso” da esso generato a determinare la potenza di divulgazione.

A pensarci, questo è il peggiore dei mali sociali.

Il mercato è la nostra quotidiana, costante, inarrestabile rovina.

È il nostro quieto e progressivo strozzarci con ciò che invece crediamo gustoso e di cui finiamo per essere ghiotti. Mercato è pigrizia, paura e debolezza alimentate ad arte. Il mercato suggerisce subdolamente, con voce suadente: stai comodo, stai sicuro, stai passivo.

Ora tutto ciò, se è importante che io lo scriva, è altrettanto facile che ciò venga scambiato solo per lo “sfogo” dettato da una certa frustrazione. Poiché nel mercato, esattamente come in guerra, ha ragione chi vince.

Ma se ero partito dal fatto che non parlo quasi mai su questo spazio di eventi che mi riguardano direttamente, in un certo senso va ammesso che non lo farò neppure ora.

Perché il tema di questo mio intervento, cioè “ex – semi di musica vivifica”, il libro che pubblicai nel 2013, che fu la base per oltre un centinaio di concerti in coppia con l’amico Cristiano Godano, e che è un testo che attraverso la musica srotola la memoria di alcuni decenni di attività di un giovane artista avanguardista, spesso in viaggio contromano rispetto a regole e imposizioni, condizioni e convenzioni assurde, non è affatto il MIO libro. È il libro di un’intera categoria di persone che scelgono sempre e comunque, continuamente, immancabilmente se stesse rispetto al più comodo integrarsi, omologarsi, adeguarsi, accettare, obbedire, sottomettersi adottato dalla maggioranza di noi.

Sono troppi infatti coloro che tendenzialmente restano sottomessi e succubi, e questo è purtroppo vero senza che vi sia possibilità di smentita.

Ebbene, dopo diversi anni, questo testo irriverente e alternativo, questo phamplet sensuale e sovversivo, viene nuovamente messo a disposizione di chi volesse confrontarsi con una parte sottile di ciò che di trasgressivo è stato detto e fatto in un certo periodo in questo Paese, Paese che, secondo sua lunga tradizione, non se ne è accorto. 

Ma una cosa di cui non ci si accorge non è necessariamente meno importante di ciò che è sulla bocca di tutti. Specie se ciò di cui non ci si accorge è un allarme. Se tutti proseguono la festa babbea ignorando gli allarmi mentre la nave cola a picco, non è esattamente la miglior cosa che possa accadere ad un’imbarcazione in alto mare. E visto che a ben guardare intorno non è difficile scorgere un mare aperto e oscuro, e visto che quest’imbarcazione è ormai tanto vasta da abbracciare tutti i Paesi in un comune destino, vi lascerei con le parole che esprimono la distanza da ciò che è stupido attraverso un’allegoria che è l’opposto della stupidità. Sono le parole luminose di un pensatore, scritte oltre duemila anni fa come fosse ieri mattina: “l’uomo saggio appartiene a tutti i Paesi, perché la casa di una grande anima, è il mondo intero.” Democrito, atomista del quarto secolo avanti Cristo.

riferimento bibliografico: “ex – semi di musica vivifica” di gianCarlo Onorato.

2013, VoloLibero, Milano/2020, Felce Comunicazioni, Franciacorta.

 

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gianCarlo Onorato
gianCarlo onoratoMusicista, scrittore e pittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), io sono l’angelo (1998), falene (2004), sangue bianco (2010, Premio Giacosa), ExLive (2014) con Cristiano Godano, quantum (2017), “quantum Edizione Extra” (2018), ha curato la co-direzione artistica del Tributo a Luigi Tenco come fiori in mare Vol. I (2001) e Vol. II, in “Sulle labbra di un altro” (2011), ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), “ex-semi di musica vivifica” (2013), La formazione dello scrittore” (2015). Ideatore del Seminario del Verbo Musicato, ha centinaia di concerti alle spalle e un disco, un tour e un nuovo romanzo nel prossimo futuro. giancarloonorato.it

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