Uno straniero giunge in una terra sconosciuta. Incontrata una ragazza in un bar, i due si piacciono e riceve da lei la profferta di una notte d’amore. L’uomo spiega che non potrebbe mai tradire l’amore che prova per la sua vera donna, che lo aspetta lontano da lì. E lei allora chiede solo qualche bacio, si apparta con lui e mentre si baciano lo uccide. Non potrai più tornare nella tua terra verde, dalla tua donna, ma giacerai qui, per sempre.

Colto e sopraffatto dall’amore per una ineffabile bellezza, un tale la frequenta languidamente perdendosi col suo splendore, sinché decide che tanta bellezza vada fermata per sempre, e in uno slancio d’amore la affoga in uno stagno.

Di cosa parlano veramente le canzoni d’amore, se non di malattia d’amore? Perché cos’altro potrà mai essere questa cosa chiamata comunemente amore se non, più spesso che un bene, un qualche confuso male? La ragazza rifiutata si ammala, muta il succo profondo del proprio bene, muta la natura angelicata della propria dedizione in slancio nefasto, in volontà di annientamento, in nullificazione del soggetto amato ma non accondiscendente e lo vuole finito, dissolto, annullato, fermato per sempre, non più disponibile neppure per altre se non lo è stato per lei. Che sia condotto, come più spesso accade, da uomini, o più di rado da donne, l’omicidio per “amore”, l’assassinio inteso come annullamento di una vita commesso volontariamente e per ragioni presuntamente passionali, porta a scivolare verso la mortificazione  diretta e spietata di un mito. In tutti i casi il trasporto sembrerebbe talvolta e assai volentieri mutare la propria natura, il proprio segno, da positivo in negativo.

Amici inseparabii che divengono nemici. Fratelli che si combattono duramente, antichi amanti affiatati trasformati dagli eventi, o dalla propria vera natura, in ostili e feroci avversari economici per la suddivisione dei beni e talvolta per l’assegnazione degli innocenti che hanno avuto la pessima idea di mettere al mondo.

Nel suo saggio-dispensa universitaria “Amore e morte” il professore D’Alessandro spiegava anni orsono il senso di una certa inchiesta antropologica, secondo la quale l’amore, o quello che noi abbiamo sempre interpretato come unione volta al bene, e come istinto di unità e motore del mondo degli uomini e non solo, avrebbe tra i fallaci umani un’origine come impulso di sopraffazione, ovvero che l’istinto amoroso inteso come unione stabile tra due individui non sarebbe che l’evoluzione di un principio in base al quale anticamente ero portato ad assoggettarti per le ragioni più complesse, e tu dovevi accettarlo, pena la tua eliminazione.

Cade vittima dell’amore, recita un’espressione comune. To fall in love, dice la lingua inglese, anch’essa ricorrendo alla metafora della caduta. 

Che amore e morte siano avvinghiati in un amplesso torbido, sembra esser chiaro e noto sin dalla più antica età. Appare chiaro che l’incontro d’amore impensierisca, renda di colpo seri, e sembri giungere ad annuvolare il nostro orizzonte, giacché ci appare intuitivamente chiaro che a partire da quel momento non saremo più del tutto liberi. Così come ci appare chiaro che il trasporto più acuto, il culmine dell’amplesso, ha per sua eccellenza il raggiungimento comune del deliquio che sappiamo essere considerata la “piccola morte”, l’istante bianco, quello in cui la mente ascende di colpo al più alto grado di veggenza, emergendo da ogni cosa, arrivando ben oltre le coltri nubilari del mondo, e permettendo di scorgere da lassù per un istante solo l’assoluto che vuole ogni cosa per noi, mentre noi siamo assorti in un sonno lucido e continuo.

L’amore sarebbe dunque il veicolo elettivo per la morte bella, per l’istante unico, la singolarità che tutte le scienze sovrasta, precede e sorpassa, l’atto conoscente per eccellenza, il superbo getto di materia e accoglimento di essa nello spirito, e di spirito nella materia, secondo i celebri versi del postadolescente Novalis, che poco dopo le proprie illuminazioni trova appunto la morte.

Certe canzoni tentano l’impossibile, e ben sapendo che niente è davvero possibile, così quanto che l’impossibilità stessa è inesistente e vada per ciò sempre e comunque sfidata ad allontanarsi, talune canzoni sono, al pari dell’amore inteso come meta irrangiungibile, ricerca di una verità che non si può dire.

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gianCarlo Onorato
gianCarlo onoratoMusicista, scrittore e pittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), io sono l’angelo (1998), falene (2004), sangue bianco (2010, Premio Giacosa), ExLive (2014) con Cristiano Godano, quantum (2017), “quantum Edizione Extra” (2018), ha curato la co-direzione artistica del Tributo a Luigi Tenco come fiori in mare Vol. I (2001) e Vol. II, in “Sulle labbra di un altro” (2011), ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), “ex-semi di musica vivifica” (2013), La formazione dello scrittore” (2015). Ideatore del Seminario del Verbo Musicato, ha centinaia di concerti alle spalle e un disco, un tour e un nuovo romanzo nel prossimo futuro. giancarloonorato.it

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