Nicola Lombardo: «Il pop di qualità mischia meraviglia e audacia»

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nicola lombardo fuori dal bosco remix ep
Foto di Monica Dei Grandi

Nicola Lombardo è un giovane artista emergente. Recentemente ha presentato la versione remix del suo album d’esordio BoscoFuori Dal Bosco – Remix EP.

Ha spiegato Nicola Lombardo: “Se Bosco fosse una serie TV, Fuori Dal Bosco – remix EP sarebbe il suo spin-off. Ho scelto di coinvolgere i produttori che avevano a cuore la mia musica da diverso tempo per dare una veste differente a quello che per me è stato un album-riassunto di questi ultimi anni”.

In questi anni, Nicola Lombardo non si è dedicato esclusivamente al suo percorso artistico, ha infatti collaborato e confrontato con altri giovani artisti, uno di questi è Cordio.

“Lui (Cordio) ha preso la mia Albero e l’ha svoltata melodicamente, mi ha indicato alcuni versi da sistemare. Albero è uno dei pezzi a cui tengo di più, e in quel caso ho sentito proprio il potere della condivisione, del lavorare insieme. Io ho ricambiato il favore dando una mano con la sua Fuori dal blues. Quando si scrive una canzone per un’altra persona, la penna non cambia particolarmente, ma è molto importante sapere con chi ci si sta rapportando, cosa pensa e cosa prova”. 

Tutti i dettagli, nella nostra intervista!

La nostra intervista a Nicola Lombardo

Bosco è il titolo del tuo album d’esordio con Bianca Dischi. Qual è la sua storia?

Bosco è un album che raccoglie tutto l’insieme delle mie esperienze salienti degli ultimi anni. Ha due temi portanti che sono quello sentimentale (l’amore e la musica vanno spesso a braccetto, si sa) e quello legato alla realizzazione di sé, al non avere troppe certezze.  In generale: è una ricerca di conferme in 11 brani.

Si può considerare un concept album? Oppure ogni brano è una storia a sé?

Sì e no. Mi spiego: ho parlato di storie strettamente personali, quelle canzoni sono state scritte bene o male dal 2015 al 2018, e per quanto siano stati anni intensi le cose che son successe sono quelle raccontate, quindi più che un concept c’è un filo logico. La cosa più concept che mi sono permesso di inserire è che Post e Bosco hanno un ritornello volutamente molto simile.

Da cosa parte il tutto? Da un concetto musicale a cui dare parole o parole a cui dare una musica?

Devo dire che non ho un metodo in senso assoluto, di solito parto da una melodia, nasce tutto al piano, così la melodia per esteso e il testo nascono insieme. Può anche capitare che io stia facendo tutt’altro e mi venga in mente una melodia da sola, o una frase. Scrivendo in un determinato periodo, succede che gli argomenti si assomiglino, così come anche gli stati d’animo, e così c’è anche una linea d’argomento.

Qual è stato il brano che ha messo un punto a questo progetto e ti ha fatto pensare che fosse completo?

Eroe. È l’ultimo che ho scritto e anche il sigillo in ceralacca del cd, l’ultimo brano. Quando stavamo realizzando l’album, immaginavo spesso di sentire il cd che rallenta e si ferma nella radio subito dopo quella canzone. Ironia della sorte: non ho mai potuto ascoltare la mia copia fisica di Bosco perché il mio stereo non funziona più. Inoltre, è una vera e propria presa di posizione verso ogni cosa e persona che può tenerci bloccati, impantanati.

E poi c’è stata la versione remix di Bosco? Perché questa scelta? Cosa ha dato di nuovo, diverso alla precedente versione?

Durante la fase 1 di questo lockdown mi ero prefissato di fare tanti contenuti, musicali e non. Ho fatto diverse dirette, una cover di Sparire de I Cani insieme a Lucrezia e con la collaborazione di Hipster Democratici ed erano in ballo una serie di remix di brani di Bosco a cura di amici e colleghi fidati. All’arrivo della fase 2, le cose si sono dilungate un po’. I remix però erano davvero validi ed era giusto dare luce alle persone che vi hanno lavorato con impegno, da qui l’idea dell’EP.

Di diverso ci sono i nuovi punti di vista rispetto ai brani classicamente concepiti. Il remix di “Albero” a cura di Nightlite, ad esempio, dona un’impronta intimista a un brano che di intimista ha il testo, ma che ha una corazza pop. Lo stesso brano, remixato da NADR, ti porta dritto in discoteca, o dato che ora non si può, anche sul tapis roulant. Mi piace guardare i brani da nuovi punti di vista. Al punto che, se fosse per me, rifarei costantemente tutti i miei brani.

Con chi hai lavorato a questa versione? Un team diverso dalla prima versione di Bosco?

I remixer sono: NATI (con Leanò), Brkncck, NADR e Nightlite. Si tratta di persone che hanno lavorato singolarmente a una propria versione dei brani, non è stato come lavorare con Roberto Macis o con PLASTICA dove il lavoro è stato di costante affiancamento e confronto. Il momento in cui ricevevo i brani ultimati è sempre stato di grande gioia perché non sapevo cosa aspettarmi, ma le attese non sono mai state disattese!

Sei un giovane artista. Perché la scelta di fare un album e non un EP come tanti tuoi colleghi?

Considerando che l’album dura bene o male mezz’oretta, posso dire di aver fatto un EP di canzoni molto corte? Scherzi a parte, so che ci sono dinamiche di diverso tipo per promuovere musica, sul momento ho ritenuto, insieme a Bianca Dischi, fosse una buona idea rilasciare il cd così com’era. Una dichiarazione di intenti.

Quanto è cambiato il tuo rapporto di ascoltare la musica dal momento che anche dalla parte di chi la crea?

Tendo ad accoccolarmi nei grandi classici, nei brani che ascolto da sempre. Succede che facendo musica e creandola c’è un orecchio sempre teso verso le novità, ma senza la pretesa di ispirarsi alla musica appena uscita per fare qualcosa di nuovo. Una delle cose che più mi ha smosso, quest’anno, è stato Folklore di Taylor Swift. Capiamoci, qualcosa di visceralmente diverso rispetto a quello che faccio abitualmente. Mi ha fatto venire voglia di rifare tutto in chiave pop-folk. Poi mi è passata.

Non solo, hai scritto brani per alcuni artisti? Come cambia l’approccio alla scrittura quando sai che quel brano verrà interpretato da un altro artista?

In questi anni ho scritto per alcuni artisti e artiste, e ogni volta è stata un’esperienza diversa. A volte profondamente individualista, in cui ci si è confrontati a distanza a lavori conclusi, mentre a volte invece è stato bello lavorare in presenza, a contatto con qualcuno, e vedere le canzoni nascere, tenere alcuni versi, riscriverne altri.

È stato così con Cordio, in più occasioni. Lui ha preso la mia “Albero” e l’ha svoltata melodicamente, mi ha indicato alcuni versi da sistemare. Albero è uno dei pezzi a cui tengo di più, e in quel caso ho sentito proprio il potere della condivisione, del lavorare insieme. Io ho ricambiato il favore dando una mano con la sua Fuori dal blues.

Quando si scrive una canzone per un’altra persona, la penna non cambia particolarmente, ma è molto importante sapere con chi ci si sta rapportando, cosa pensa e cosa prova.  Per fare un esempio pratico: ho scritto un brano per Katuxa Close, Rio De Janeiro, prodotto da MEM & J. Prima di scriverlo ho avuto una lunga chiacchierata con Katuxa, di base non era una cantante, e io volevo raccontare la sua storia correttamente. Sapevamo che era un momento speciale.

La storia di Katuxa Close, in breve, è la seguente: dal nulla, in primavera è diventata famosa per dei video risalenti a quasi dieci anni fa in cui faceva da presentatrice ai red carpet di alcune feste in Versilia. Le persone sono state conquistate dall’accento brasiliano e dalla parlata di Katuxa e di alcune sue amiche, da qui sono nati tantissimi meme e così via. Katuxa però è una signora come potrebbe essere mia zia, tua zia, che a un certo punto, da un giorno all’altro, si è ritrovata sui telefonini di tutta italia, da Barbara D’Urso, in tv. Era un momento che valeva la pena di essere raccontato. È stata una bella sfida perché il genere musicale era in ogni caso molto lontano dal mio, ma sono contento del risultato.

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Da artista emergente, quali sono le trappole in cui hai rischiato di cadere?

Non ti dirò che ho rischiato di cadere nei talent perché non li vedo a tutti i costi come una brutta cosa, pur non essendo interessato ora come ora, però bisogna tenere mille antenne alzate per capire con chi stai lavorando. Inoltre, più che parlare di una trappola, preferirei focalizzarmi su un pensiero che a sua volta può aiutare a non cadere in trappole mentali: ci sono mille modi per fare musica, che ci sia di mezzo il successo o meno, e tutti vanno bene.

Mi spiego meglio: ho iniziato a fare uscire i brani di Bosco in un periodo in cui la parola Indie si è diffusa alla velocità con cui, da un’estate all’altra, la parola argan è approdata su tutte le creme solari senza che nessuno sapesse cosa fosse. E così anche l’indie. Cos’è l’indie? Ci sono tante possibili definizioni. Quello che spesso ho notato, e che mi ha fatto sentire anche un po’ in difetto, in alcuni momenti, è che io non ero indie nel senso classico, inteso in Italia da qualche anno. Non lo ero e non lo sono tutt’ora.

La musica indie, che poi volendo è un termine ombrello per tanti sottogeneri o per generi che non si assomigliano per niente, mi piace molto, ma non è quella che faccio io.

Ho iniziato a pensare, per un periodo, che non sarei stato capito perché non facevo quello che facevano gli altri (non che io faccia chissà cosa in fatto di ecletticità, faccio musica pop o indie-pop, mettiamola così) e ci sono stato male. Ho pensato di omologarmi dove potevo ma non è mai successo.

A costo di essere capito meno, ma capito meglio. Quindi voglio dire: fate la musica che vi fa stare bene, prima di quella che va. Sarà sicuramente più sincera.

Hai accennato al discorso talent e fai parte di quella generazione che si è ritrovata totalmente dentro. Il fatto che ci siano stati, ci siano, giudici (da Morgan a Manuel Agnelli, da Elio a Enrico Ruggeri) che hanno portato sul pubblico proposte “colte”, possa rappresentare un nuovo mezzo di conoscenza dei grandi dischi e band per i più giovani? Può, quindi essere anche formativo e un modo per avvicinarsi alla musica?

Non seguo i talent ora come ora, quindi non ho esempi a cui aggrapparmi, quello che posso auspicarmi è che ci sia sempre un discorso di “dietro la canzone” che faccia capire di più sul brano che si sta ascoltando. Solo così ci si può avvicinare davvero alla musica, agli artisti che han fatto la storia di ogni genere e a quelli che la stanno facendo e la faranno. Ultimamente ho notato una cosa: non ci sono abbastanza documentari musicali. Intendo dire, ci sono, ma pensi che un solo documentario sugli ABBA su YouTube, in Italiano, mi basti?

Invece, tu come ti sei avvicinato alla musica? Quali fasi musicali hai attraversato? Con che musica sei cresciuto e in cosa ti ha influenzato nel processo creativo?

Mia madre direbbe così: “era fissato con Videomusic, guardava i video di Together Again di Janet Jackson e Torn di Natalie Imbruglia e non si stancava mai”. Dunque, definirei la musica come un imprinting, in cui mi sono letteralmente avvicinato al televisore. Quanto alle fasi musicali, io sono partito da un cantare esclusivamente in inglese, figlio di anni di musica pop internazionale.

A un certo punto ho introdotto tra i miei ascolti il cantautorato, anche se ora come ora mi chiedo quanto, o meglio, in che modo mi abbia influenzato. Scrivo in italiano, ma so che non sarà sempre e solo così. Ho fatto pop acustico con quello che fu My Blue Side, il mio demo-album in inglese, Bosco si può dire che è indie pop, con elementi synth-pop, ma per il futuro?

Penso a una cantante danese, Medina, che apprezzo molto e che ho conosciuto qualche tempo fa per una serie di casi fortunati. Medina è famosa in Danimarca con brani in danese (tra cui la celebre Kun for mig), all’estero prevalentemente con brani da club in inglese e un paio di brani in spagnolo.

Questi lati della sua musica coesistono pacificamente. In Italia, mi chiedo, una tale fluidità è possibile? È tutto così cristallizzante e definitivo?

Cosa ha rappresentato per il pop? Chi sono per te, oggi, gli artisti più interessanti e perché?

Che bella domanda! Potrei dirti che è un linguaggio, una linea di pensiero, un modus operandi. Posso dirti che il pop è un genere che vive e coesiste con i media, che segue dei linguaggi musicali che cambiano in modo camaleontico di continuo. Il pop di qualità è quello in grado di offrire brani orecchiabili con uno storytelling credibile, mischiando memorabilità e audacia.

Con audacia intendo la voglia di provare cose nuove rispetto a quello che è il proprio percorso artistico, o il non cadere eccessivamente nel prevedibile (un pochino è concesso, ammettiamolo). Questa è una buona formula.

Uno dei miei brani preferiti, storicamente, è Dancing on my own di Robyn. Una narrazione semplice, le parole giuste al punto giusto, delle sonorità fresche per quando il brano è uscito, che tutt’ora sono ovunque. Da tenere d’occhio? Dato che ho fatto solo nomi inglesi, ad ora, ti dico Lucio Corsi.

Porta con sé un notevole percorso cantautoriale che mi ha convinto fin da subito, è un talento incredibile, usa meravigliosamente la penna ed è un ottimo trovatore di metafore.

Ti aggiungo cinque nomi, per non sprecare l’importanza di questa domanda: ELASI, Alessandro ALO Casini, Yet To Come, Naima, NAVA.

Cosa ha perso, secondo te, la tua generazione e cosa invece ha conquistato?

La pazienza. Rispetto ai nostri predecessori abbiamo più tatto, empatia, sensibilità rispetto a ciò che abbiamo attorno, ma abbiamo perso la pazienza perché non c’è stata insegnata davvero. Vogliamo tutto subito, io per primo. Invece tutto, le cose più importanti e quelle più irrilevanti, passa dal tempo, dalla calma. Non voglio cadere nella retorica del “viviamo in una società”, ma purtroppo è vero.

Di cosa, secondo te, si parla ancora poco? E, soprattutto, perché?

Decostruzione dei ruoli di genere e della mascolinità tossica nella musica. È un discorso importantissimo, necessario, che più che discusso deve essere messo in pratica. La tradizione rap e hip-hop italiana offre anni di donne dipinte in modo strumentalizzato, di mascolinità tossica, di maggiore difficoltà per le donne ad accedere a determinate scene musicali.

Non è forse ora di decostruire ciò che non va, capire che è sbagliato e andare avanti? Vorrei sentire gli stessi rapper che si riempiono la bocca da anni di discorsi tossici e apparentemente apolitici dire qualcosa di utile, costruttivo, non materialista. A costo di scardinare gli argomenti-stipite di un genere. Il mio preferito tra tutti, per questo motivo, è Ghali.

Che rapporto hai con i social? Quali sono i pro e i contro di questi nel rapporto con gli altri?

Studio scienze della comunicazione, ma quando si tratta di me ho un rapporto di odi et amo con i social network. Non ci vuole niente a dare una propria idea di sé agli altri, e trovo molto affasciante il discorso del creare un’estetica, di fare storytelling. La cosa che trovo più opprimente, sia da utente che da content creator, è la cosiddetta “fear of missing out”, la forzatura del dovere e volere sempre fare parte di un discorso, di una conversazione, di un trend, quando tu sei un musicista e vorresti fare solo musica.

Pensare quasi solo a quella. Quando si usano davvero tanto i social network, poi, si rischia di non capire che la realtà è altro. Anche il collega che ha appena condiviso una foto in cui mostra il suo fisico statuario, vestito di grandi firme e con una hit in una nota playlist di Spotify magari ora si sta scaldando i Sofficini nel microonde. Siamo tutti più simili di quanto non pensiamo.

Quello che ho imparato è: nessuno ci obbliga a utilizzare i social, che sia per lavoro o per diletto. Non dovremmo temere di cancellare le varie app, ogni tanto, e riposare il cervello.

Unfollowiamo chi ci sta stretto, chi ci da noia e chi condivide contenuti che ci fanno a sentire a disagio. Parliamo di ciò che ci mette a nostro agio, condividiamo solo ciò che ci va. Usiamo i nostri social come piattaforme di informazione e formazione. Sono regole d’oro, per tutti.

Hai affermato che hai fatto diverse dirette durante questo periodo di lockdown. Credi che, a questo punto, i concerti in streaming potrebbero essere una concreta soluzione? Cosa pensi a riguardo?

I concerti sono un momento speciale, fatto di vicinanza, canzoni cantate a squarcia gola, rumori, birrette, pre-serata, post-serata, foto, lacrime, amicizie e mille altri frammenti che rendono anche il concerto più semplice un momento da ricordare. Ho partecipato anche io a qualche evento musicale in streaming.

Sicuramente è un’occasione per continuare a farsi sentire. Più che una soluzione, sono un surrogato che non vedo l’ora venga accantonato per fare posto ai concerti nella vita reale. Non vedo l’ora di andare a sentire Tove Lo, se mai tornerà in Italia!

Progetti futuri? Stai pensando a un nuovo album?

È tutto un divenire di cui si parlerà a tempo debito. Per il momento scrivo molto, metto il punto su alcune canzoni e navigo a vista, visto il periodo particolare in cui siamo.

Cosa ti auguri?

Che tutte le cose che immagino per il mio futuro artistico possano concretizzarsi nel loro divenire e che questo strano periodo sia presto un ricordo lontano.

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Irma Ciccarelli
Classe 93, anno in cui David Bowie pubblica Black Tie White Nois. Campana di nascita, adottata dalla toscana Cortona (sì, la stessa di Jovanotti), da qualche anno vivo a Milano, di cui mi sono innamorata il 29 giugno del 2013. Perché ricordo la data? Perché a San Siro c’erano i Bon Jovi a infiammare il palco, ed io ero lì a sognare di intervistare la band. Ed eccomi qui: giornalista e studente di musicologia, il mio mantra è Long Live Rock, ma guai a chi disprezza i cantautori….e Beethoven (non il cane).

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