Bridgerton

Tutti i colori del Colour Blind Casting

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Bridgerton
con Phoebe Dynevor, Regé-Jean Page, Golda Rosheuvel, Jonathan Bailey, Luke Newton.

su Netflix

La serie Netflix di cui tanto si parla viene da Il duca ed io di Julia Quinn (autrice da 29 milioni di copie),  primo di un ciclo di 9 romanzi dedicati alla famiglia Bridgerton (madre e 8 figli, chiamati con nomi in ordine alfabetico). Il duca ed io rilegge in chiave di femminismo rosa contemporaneo  un’idea di narrativa alla Jane Austen (tipo Ragione e sentimento) in epoca Regency, per intenderci quando regnava Re Giorgio III, quello che stava impazzendo per la porfiria e forse per aver perso le colonie americane. Il linguaggio è ovviamente moderno, c’è anche sesso moderato da copertina Harmony, ma la vera  novità della serie rispetto al romanzo è che i ruoli sono stati dati con il Colour Blind Casting – termine tecnico (letteralmente casting daltonico) usato dai tempi della Cenerentola di Rodgers e Hammerstein a Broadway (lontano 1997) – per dire che il colore della pelle degli attori scelti è variegato (caucasici, africani, orientali) ed è indipendente dal dato storico o dall’abitudine culturale.
Qui si racconta che la primogenita dei Bridgerton si accorda col duca di Hasting per fingere un fidanzamento che terrà al sicuro lei dal mercato dei matrimoni combinati delle debuttanti di buona famiglia e lui dall’assedio delle debuttanti e soprattutto delle loro madri intriganti. Bell’idea. Guardata da vicino dalla regina Carlotta e narrata dietro le quinte della buona società da una certa lady Whistledown,  nome che contiene il termine «spifferare” e indica in effetti una spia chiacchierona che punge tutti coi suoi pamphlet. Ora, la regina Carlotta, benché in alcuni ritratti ufficiali fosse bianca e rosa in altri rivelava una linea di sangue blu portoghese di discendenza mulatta (storicamente provato), e nella nostra storia (a differenza che nel romanzo) il duca di Hasting è nero e nella nobiltà inglese appaiono molti lord e loro consorti di varia etnia (storicamente non vero):  secondo alcuni questo rende il risultato più  democratico almeno quanto l’uso dei costumi  di scena dai colori pastello anche per gli uomini. Secondo altri dipende solo dal fatto che la produttrice è l’onnipotente signora nera Shonda Rhimes di Grey’s Anatomy e lo showrunner (colui che dirige tutti gli sceneggiatori e i registi) è lo stesso Chris Van Dusen  di Grey’s Anatomy. La storia  (anche nel libro) ovviamente rivela che i due furbacchioni finti innamorati non solo non si tengono al riparo dal mercato dei matrimoni, ma sono nell’occhio del ciclone perché si innamorano davvero. Però il duca ha un problemino che sarebbe piaciuto all’Hitchcock di Marnie.
Il dibattito è: il Colour Blind casting è davvero un veicolo di nuova tendenza per i generi, oppure  è come dicono i detrattori un nuovo modo di fare whitewashing (di solito dare a un bianco un ruolo che spetterebbe a un nero: e qui fanno fare il duca a un nero che si comporta esattamente come un bianco)? Oppure è  un’ucronia alla Tarantino  (che ogni tanto riscrive la storia a modo suo)? O forse è una fantasia sulla linea di Hollywood di Ryan Murphy e Dan Brennan  in cui poco dopo Via col vento andava all’Oscar nella Hollywood più conservatrice un film con una prima attrice di colore, uno sceneggiatore gay e un regista di minoranza razziale? Oppure infine è l’inizio delle concessioni al politicamente corretto che dovrebbe portare all’oscar per il 2024 film che abbiano almeno un rappresentante di minoranze etniche, uno di minoranze sessuali, uno con problemi, eccetera?

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