Chi è Galea, l’artista che racconta la generazione Z

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Si fa chiamare Galea, ma all’anagrafe è Claudia Guaglione: una giovanissima cantautrice originaria della Puglia che è arrivata al grande pubblico grazie alla sua partecipazione a Sanremo Giovani 2020. Il suo brano, I nostri 20, non l’ha portata tra i finalisti che saliranno sul palco dell’Ariston nell’edizione 2021 ma le sue performance non sono comunque passate inosservate.

Il pezzo in questione è uscito infatti come singolo per Sugar Music, prodotto da Antonio Filippelli e Daniel Bestonzo. Si tratta di un’istantanea generazionale che attraversa la quotidianità dei nativi digitali, quel segmento di giovani che si trova oggi a vivere nel complesso ma elettrizzante limbo tra l’essere ragazzi e il diventare adulti.

Galea dal canto suo – da polistrumentista raffinata e artista dal timbro vocale deciso e pulito –  si candida ad essere lo specchio dei suoi coetanei: scrive, canta, suona, si racconta e racconta la generazione Z. Quella che ha fame di scoperta e bellezza e vive appieno, e con l’inconfondibile entusiasmo dei vent’anni, un’epoca multiforme costruita su continue svolte e profondi cambiamenti.

Tre parole per raccontare Galea come artista e tre per descrivere Claudia come giovane donna.

Claudia è emotiva, testarda e insicura. E alla fine non sento di essere diversa da quello che sono anche nel mio essere artista. Come Galea però forse mi sento più decisa soprattutto per le mie scelte tipicamente artistiche. Poi sono stranamente poco ambiziosa e anche timida.

Il tuo nome d’arte, Galea appunto, ha a che fare con l’etimologia del tuo cognome, Guaglione. Vuoi raccontarci questa storia?

Io sono pugliese ma il mio cognome, Guaglione, non è molto diffuso nella mia zona perché deriva dal napoletano. È una parola che in dialetto napoletano vuol dire ragazzo, garzone e che anticamente si riferiva soprattutto ai giovani che salivano sulle navi da guerra, le galee appunto, per lavorare come mozzi sin da giovanissimi. La etimologia di guaglione stessa deriva da galea. Sono sincera, la ricerca del mio nome d’arte non è stata per niente spontanea, mi piacerebbe che fosse stato così ma non lo è stato. Abbiamo fatto una vera e propria ricerca: non mi volevo chiamare solo Claudia, usando il mio nome e basta, cosa che fanno molti artisti, perché lo trovo poco identificabile. Ma non mi piaceva neppure l’idea di usare semplicemente nome e cognome e qualsiasi altro nome d’arte che non c’entrava niente con me mi sapeva di finzione. La cosa più logica è stato trovare qualcosa che avesse a che fare con me però che suonasse anche bene. E Galea mi ha convinto.

“I nostri 20” la canzone con cui sei arrivata alle Semifinali di Sanremo giovani, è un’istantanea della tua generazione, quanto questo brano racconta di te?

In realtà il primo intento quando l’ho scritta era di renderlo un brano solo autobiografico. Poi, e non è stato nemmeno una volontà, in questo pezzo sono riuscita a raccontare anche altri. Mentre scrivevo infatti ho allargato la prospettiva, perché ho pensato che in alcune cose della mia vita qualcun altro si sarebbe potuto riconoscere. E ho cercato di calcare questo concetto, facendo diventare il brano non solo i miei ma i nostri venti. Però l’esempio su cui ho costruito il pezzo sono fondamentalmente io: anche le primissime frasi sui libri che non leggerò mai o i film che non riuscirò a vedere parlano di me, che sulle note del telefono ho la lista di libri e film lunghissima che non finisco mai di spuntare. Ogni frase di questa canzone riguarda davvero me o qualcosa che mi è successo, e non mi accade sempre quando scrivo.

Tu fai parte della generazione Z, appunto, i nativi digitali. E quest’anno la gara dei Big di Sanremo sembra rivolgersi proprio ai ragazzi della tua età. Da spettatrice ma anche da addetta ai lavori che ne pensi di questa svolta innovativa del Festival verso l’indie pop?

Non la vedo come una virata verso l’indie ma verso ciò che le persone effettivamente ascoltano. Sanremo per anni ha avuto questa atmosfera strana in cui i concorrenti erano persone che poi venivano ascoltate poco nel reale mercato discografico dai ragazzi e dalle persone che girano un po’ di più in rete o sui social. Quello che si vedeva sul palco non rispecchiava ciò che succedeva fuori, nella vita vera. Invece poi, pian piano, col passare degli anni questa pratica si è sempre più attenuata. Già nei festival di Baglioni e ora, ancora di più, con Amadeus e credo ci sia stato un venirsi incontro: sicuramente i direttori artistici hanno fatto la loro parte ma anche i cantautori hanno iniziato, sempre più di frequente, a candidarsi. Ne sono molto contenta perché penso che, più che una virata verso un genere in particolare, è l’Ariston che si sta adattando a un pubblico che sta su Instagram e segue Irama, Random ma anche La Rappresentante di Lista o Colapesce e Dimartino. Poi ovviamente artisti di alto livello e che rientrano un po’ di più nel solito target di Sanremo ci sono anche quest’anno: penso ad Arisa o Malika ad esempio che sono due cantanti formidabili. Credo che questo nuovo modo di concepire Sanremo provi ad accontentare tutti e sia stato un po’ come riportare il Festival alla gente e quindi alla sua natura nazionalpopolare.

Ci sono nuovi progetti all’orizzonte?

Posso anticipare davvero poco perché non so ancora nulla. Ovviamente c’è in programma un EP e la voglia di presentarlo e suonarlo dal vivo è tanta ma purtroppo non possiamo ancora regolarci e organizzarci su date e quant’altro.

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