Addio a Francesco Magni, cantautore gentile che ci lascia con un “Maramao”

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Francesco Magni
Alla Cascina Molera. Foto Giordano Casiraghi

Se n’è andato ieri, 12 gennaio, Francesco Magni, cantautore residente a Capriano di Briosco. Nel 1980 era stato al Festival di Sanremo con la canzone Voglio l’erba voglio. Già un paio d’anni prima aveva dato alle stampe l’album Il paese dei bugiardi sfornando una felice vena melodica, marcando uno stile che sarà molto apprezzato e probabilmente servirà da esempio a qualcuno dei cantautori dediti all’uso del dialetto.

Dopo la partecipazione sanremese, esce l’album Cocò,  poi le uscite si diradano e dopo Magnetico tic registrato nel 1983 nello studio Radius, l’artista si cimenta in alcuni album dalla vena mistica, sempre baciati dalla felice melodia delle canzoni. Torna alla canzone dialettale negli anni 2000 con gli album Scigula e Balada dei balabiott. Per la sua buona mano nello scrivere canzoni in dialetto viene notata da Nanni Svampa, che gli commissiona qualche canzone da inserire nel repertorio. Tra le collaborazioni vanno citate quelle con Antonella Ruggiero e Alberto Fortis.

A seguire Magni pubblica un paio di libri tra cui il recente L’erba voglio era nell’orto. Disagiografia di un cantautore (Bellavite editore). E questo avrebbe dovuto essere anche il titolo del suo nuovo disco, che invece è stato cambiato in Maramao, uno sberleffo alla malattia che lo aveva colpito. 

Del nuovo album ne abbiamo parlato qui lo scorso marzo, appena prima che scoppiasse la pandemia, quando siamo stati a trovarlo nella sua cascina Molera, a Capriano di Briosco. 

Oggi lo piangono la compagna Giusina, amici e parenti, tra questi Franco Parravicini, già protagonista dei Dissoi Logoi, che lo affiancava per la parte musicale da molti anni: «Lo ricorderemo, anzi faremo in modo che il suo patrimonio artistico non sia dimenticato. Non perché ci lavorassi, ma lo ritengo uno dei più bravi cantautori del nostro paese. È presto per dire cosa faremo, ma un’idea potrebbe essere quella di un libro con tutti i testi delle canzoni, perché erano tutte belle, con significato mai banale e magari i contributi di chi l’ha conosciuto. Inoltre una registrazione delle sue canzoni con voci diverse da far intervenire. Solo un paio di mesi fa abbiamo registrato quella che ormai è la sua ultima canzone, l’ha voluta chiamare Scricciolo. Dolorosa nella sua bellezza».

Altro artista che lo conosceva bene è Vincenzo Zitello, arpista di fama internazionale: «Certo, era uno con cui abbiamo condiviso il primo periodo di musica, ancora negli anni Settanta, al punto che nel gruppo di musicisti che lo accompagnavano, tra cui Roberto Mazza all’oboe e Gerardo Cardinale al flauto, c’ero anch’io con l’arpa. Insieme come ensemble etnico abbiamo suonato nel suo primo album, io poi ho continuato a partecipare, anche se saltuariamente, ai suoi lavori discografici».

Lo ricorda anche Giovanni «Bambi» Casiraghi a capo del gruppo Combinazione Pop: «L’ho conosciuto quando ancora trasmettevo a Radio Montevecchia, nei vari concerti che si organizzava lui c’era. Ancora più recentemente lo avevo fatto venire a suonare a una festa democratica al mio paese di Brianza, dove è passato anche Alberto Camerini. Magni era sempre disponibile al sorriso e per questo addolora ancor più la sua perdita. Noi come repertorio suoniamo preferibilmente brani del pop italiano, come PFM, Banco e Garybaldi, ma abbiamo sempre inserito Guccini, De André e altri cantautori come Magni, in particolare la sua meravigliosa «La mia tera la va in malura», una delle prime canzoni ambientaliste scritta oltre quaranta anni fa, quando oggi si parla di cambiamenti climatici. Andrebbe fatta ascoltare più spesso».

In ultimo abbiamo invitato Alberto Fortis a dire la sua su Francesco, ecco il testo che ci ha inviato: “Francesco era tra le persone più libere e spontanee che io abbia mai conosciuto: e così la sua essenza d’artista. Per quello imbarazzava chi non era pronto ad esserlo e immaginate in un ambiente come il nostro, il “Music Biz”, cosa questo possa significare. Lo ricordo come un bimbo saggio che all’improvviso ti dava una carezza o un abbraccio: “Perché? Così ti rispondeva… “Perché è un bel momento”. Francesco sapeva vivere di attimi e il cielo solo sa quanto sia importante, oggi più che mai. Siamo diventati amici, frequentava molto la mia casa di Milano e, con altre amicizie comuni, abbiamo fatto anche delle brevi vacanze insieme. Ho collaborato come supervisore e ospite nella sua song L’erba voglio con cui si presentò a Sanremo: Francesco era una “figura” perfetta da collocare ne “Il Trono di Spade”, il folletto disarmante, suggeritore e premonitore che incontri nella Foresta e vedendolo capisci che c’è qualcosa oltre Gli Alberi. È stata la prima persona a cui ho fatto ascoltare la bozza della mia song La Nena del Salvador, suonandola nel mio chitarrismo rudimentale. Non scorderò mai il suo imbarazzante silenzio dopo l’esecuzione, lui seduto sul pavimento di casa con la schiena appoggiata al muro. Un silenzio che mi fece pensare a un educato disappunto: senonché pochi istanti dopo cominciò a piangere sorridendo e dirmi che per lui era bellissima. Questo è Francesco: Sole e Pioggia che convivono, perché sapeva senza saperlo che l’Uno esiste grazie all’Altra. Mi sono accorto che man mano che parlo di Francesco, sono passato dal coniugare i verbi dal passato al presente: perché il Folletto dell’Anima folle continua a danzare intornoa  tutti noi. Ti voglio bene, Alberto”.

 

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Giordano Casiraghi
Nato in Lombardia, prime collaborazioni con Radio Montevecchia e Re Nudo. Negli anni 70 organizza rassegne musicali al Teatrino Villa Reale di Monza. È produttore discografico degli album di Bambi Fossati e Garybaldi e della collana di musica strumentale Desert Rain. Collabora per un decennio coi mensili Alta Fedeltà e Tutto Musica. Partecipa al Dizionario Pop Rock Zanichelli edizioni 2013-2014-2015. È autore dei libri Anni 70 Generazione Rock (Editori Riuniti, 2005 - Arcana, 2018), Che musica a Milano (Zona editore, 2014) e Cose dell'altro suono (Arcana, 2020).

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