Se non hai mai letto per davvero, non saprai mai scrivere.

Se hai letto e leggi molto ma a vuoto, tenderai a scrivere come gli autori che hai letto.

Se non hai mai letto ma pretendi di scrivere, sarai probabilmente uno che scriverà cose di poco conto, o nel migliore dei casi cose già scritte da altri.

Se leggi quanto basta per sentire il tuo bollitore creativo in funzione, e capisci di avere qualcosa di importante da aggiungere a ciò che già è stato detto, ma in ragione di ciò non fai niente per progredire nella ricerca ritenendoti arrivato, finirai per non sapere ciò che ha senso scrivere.

Se non leggi, eviterai di scoprire però che in generale, – e più che mai in momenti in cui la fluttuazione circolare delle idee è divenuta qualcosa di sin troppo condiviso sino ad essere contagio del nulla imperante, e ancor di più quando quasi più nessuno si prende la briga di pensare, preoccupato solo di ciò che possa essere gradito alla propria contemporaneità, – in generale ciò  che troveresti in maggioranza nelle letture altrui sono le cose che non vorresti mai trovarci, le cose che non immagineresti mai di trovarci così brutte e malfatte, così dozzinali, così prosaiche, così poco ispirate e persino niente affatto necessarie.

Se leggi, un senso di sgomento rispetto alla tua solitudine narrativa ti coglie.

Se non leggi, un senso di isolamento ti abita e sgomenta, col rimorso ansioso di negarti la potenziale scoperta di un sodale nella visione che ritieni necessaria del mondo.

Se leggi, non trovando affatto malgrado ciò alcuna intesa o sintonia, risonanza, consonanza con ciò che ti fa vibrare, e per questo, a costo di temere d’essere l’unico al mondo a vederla a quel modo, insisti a cesellare la tua visione e a forgiarla in una scrittura che vuoi elastica, verticale, intrisa di ogni umore e quanto di più lontano possa esservi da prosaico, imitativo, quotidiano e ordinario, puoi almeno misurare dove ti trovi rispetto alla generale corsa ad ostacoli per il consenso che in verità non desideri affatto ingaggiare.

Se non leggi e poi pentendoti e sembrandoti ciò un limite, ricorri a generose dosi di concentrati, antologie, analisi critiche, interviste, riassunti, spiluccature eccetera pur di colmare quello che credi un vuoto imperdonabile, una lacuna, un passo falso, qualcosa di assai controproducente, – nell’istante stesso in cui la tua intelligenza si misura con le moltitudini di individui convinti di fare cose intelligenti scrivendo e, cosa ancor più detestabile, pubblicando elaborati smorti e insipidi, vuoti e detestabilmente sterili grazie a misteriose capacità di convincimento sviluppate ai danni di editori ignoranti, incapaci, o imbecilli o speranzosi di poter copiare, bissare, replicare le fortune di altri che prima di loro hanno imbroccato la via del fatturato pubblicando scemenze di successo, – senti quanto sia importante che esista anche tu.

Sempre ammesso che tu possa mai imboccare nella vita la grande traghettatura che conduce al mondo dei presunti lettori; sempre ammesso che quel mondo di favoleggiati comprensori di stimoli esista per davvero, e che coloro che immagini come lettori non abbiano del tutto perso ogni capacità sensoriale, che non abbiano irrevocabilmente perduto ogni funzione neurale per trasformarsi in forme elementari alle quali basti l’ombra della narrativa per crederla tale, per crederla quella certa distillata somma di dimensioni pensate, elaborate in forma tale da poter essere rappresentative e fungere da stimolo a nuova vita, perché la vita si rinnovi anche di dentro.

Poi infine capisci, e uno sgomento ancora più grande ti coglie: sono gli scrittori stessi a non saper più essere lettori.

Comprendi che questo è il vero nesso di tutta la maledizione intorno allo scrivere e al leggere e in definitiva intorno alla circolazione vitale di pensiero. Nessuno sa più ascoltare, nessuno sa più leggere. Tutti anelano a proporre ciò che nessuno potrà più accogliere, essendo a propria volta troppo preso dall’impresa di proporre se stesso.

E allora è chiaro: chi scrive, per lo più non ha mai letto davvero. Se lo si facesse davvero, per rispetto e per pudore non si scriverebbe tanto, o non si scriverebbe affatto, oppure si scriverebbe solo con molta vergogna o persino un vago senso di colpa, e senza alcuna ambizione verso il pubblicare, o infine si prenderebbe in considerazione tale eventualità solo se raggiunta la consapevolezza di essere in grado di farlo a livelli di ragionevole decenza e solo se fortemente, insistentemente, invitati o spinti a farlo.

Tutto il contrario di ciò che accade in realtà. Ti spieghi solo in questo modo il dilagare in libreria di scrittori inutili.

La mancanza di accurate letture da parte di chi scrive, la mancanza di adeguate competenze da parte di chi pubblica coloro che non avrebbero ragione d’essere pubblicati, si traducono col tempo in mancanza di lettori in grado di comprendere la scrittura.

Compare un paesaggio lunare, brullo, dal cielo nero, la terra arida, schiumosa, contaminata. Verso quel paesaggio indirizzi stancamente le tue missive, pur sapendo che la destinazione è il vuoto.

Non comprendendo la scrittura, coloro che furono e più non sono né sanno di essere i lettori, non sentiranno nemmeno la necessità di una scrittura potente, avanzata, rinnovante, e come degli androidi, simulacri di ciò che era vivo, non hanno più sentimenti, e quando sarà il momento di farlo, leggeranno solo meccanicamente, svogliatamente, forzatamente, superficialmente, serialmente, o solo per abitudine, per riempire uno spazio, per ubbidire a un antico vezzo, o per dimostrare a se stessi e ad altri di essere persone che leggono, come se leggere fosse una specie di pratica ritenuta sana dal medico, come fare jogging, bere molta acqua, andare a dormire e alzarsi presto e altri salutismi diffusi e praticati fessamente in un vacuo programma di benessere per organismi un tempo vivi e ora giunti nell’oltre.

Questo significa la progressiva morte sensibile del lettore, e con la progressiva morte del lettore, si rende lentamente vano il ruolo della scrittura, essendo essa per sua natura fondata sulla destinazione ad un lettore in grado di cogliere.

E la partita è chiusa.

Scruti il fondo della valle nera. Qualcuno deve pur essersi salvato.

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gianCarlo Onorato
gianCarlo onoratoMusicista, scrittore e pittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), io sono l’angelo (1998), falene (2004), sangue bianco (2010, Premio Giacosa), ExLive (2014) con Cristiano Godano, quantum (2017), “quantum Edizione Extra” (2018), ha curato la co-direzione artistica del Tributo a Luigi Tenco come fiori in mare Vol. I (2001) e Vol. II, in “Sulle labbra di un altro” (2011), ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), “ex-semi di musica vivifica” (2013), La formazione dello scrittore” (2015). Ideatore del Seminario del Verbo Musicato, ha centinaia di concerti alle spalle e un disco, un tour e un nuovo romanzo nel prossimo futuro. giancarloonorato.it

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