Auguri Master John Carpenter

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John Carpenter
John Carpenter sul set di "Essi vivono"

Se Hollywood fosse un grande centro commerciale con negozi sfavillanti avrebbe in un angolo nascosto un piccolo atelier di cose preziose che, pur essendo vicino agli altri, ne rimarrebbe in disparte con le sue piccole creazioni artigianali. Questo è John Carpenter, regista che oggi compie 73 anni. Un maestro artigiano in grado di lavorare per le majors e per sé stesso, mantenendo uno stile unico che ne ha fatto un regista da storia del cinema, tra alti, bassi e tantissimi film rivalutati in cult.

Figlio di un padre musicista, che partecipò nel tempo a diverse session con Frank Sinatra, Johnny Cash e Roy Orbison, Carpenter si innamora immediatamente della musica e diventa a sua volta compositore, ma il cinema è la sua strada. Si iscrive alla University of Southern California e ha la fortuna di partecipare ai corsi di Alfred Hitchcock, Orson Welles, Roman Polanski e Howard Hawks, il suo mito che omaggerà in moltissimi lavori. Non finirà mai quella scuola a causa di violenti dissapori sulla paternità di copyright del suo primo film Dark Star (1974), scritto insieme al futuro sceneggiatore di Alien, Dan O’ Bannon, ma sarà proprio questo scontro a segnare il suo status di regista indipendente.

John Carpenter

Che fosse un talento lo aveva già dimostrando nel 1970 scrivendo, montando e creando le musiche del “piccolo” western The Resurrection of Bronco Billy che vinse l’Oscar come miglior cortometraggio e, grazie alla sua spiccata curiosità per ogni aspetto dietro la costruzione di un film (fotografia, montaggio, sceneggiatura, musica), Carpenter acquisisce capacità di gestione totale tipiche del “basso budget” a cui resterà incollato anche negli anni in cui il suo nome era in evidenza sui cartelloni. Prima di avere la possibilità del controllo totale delle sue opere, Carpenter ha il tempo di scrivere quattordici sceneggiature in quattro anni, di cui molte realizzate in seguito anche da altri registi (Occhi di Laura Mars (1978), Il giorno della luna nera (1986)), e di lottare per portare a termine le sue idee di cinema.

Halloween – La notte delle streghe (1978) sarà il lancio definitivo della sua turbolenta carriera. Girato in sole due settimane, il film parte dall’idea del produttore Irvin Yablans di emulare il successo dell’horror Black Christmas (1974) di Bob Clark, costruendo la vicenda di alcune ragazze perseguitate da un feroce psicopatico. Il film di Clark è semplice, ma ha un epilogo finale eccezionale e inaspettato. Bisognava replicare la stessa formula e rinnovarla. Carpenter si fa aiutare da alcuni collaboratori che lo accompagneranno per molti anni, la produttrice Debra Hill e il direttore della fotografia Dean Cundey, e prima di mettere in scena il suo assassino, Michel Myers, lo mitizza attraverso i racconti e le analisi del suo medico curante, il professor Loomis (Donald Pleasence), che lo descrive come la reincarnazione del male assoluto, pronto ad uccidere chiunque perché privo di anima e di emozioni. La macchina di morte Michael Meyers inizia a massacrare persone già da bambino, idea fortissima e rivoluzionaria scritta da Carpenter, e, dopo anni in manicomio, fugge per continuare il suo percorso.

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Jamie Lee Curtis e John Carpenter sul set di Halloween

In Halloween ci sono inquietanti primissimi piani, campi lunghi, lente carrellate lungo i viali autunnali di una piccola provincia americana e questa figura mascherata e immobile capace di terrorizzare il pubblico semplicemente con la sua presenza e anche con la sua assenza, in attesa di vederlo apparire improvvisamente. Con il budget irrisorio di 330 mila dollari e lavorando gratis per rimanere dentro la cifra per pagare attori e tecnici, Carpenter dimostra di saper usare in maniera totalmente innovativa il “mezzo cinematografico” e crea lo slasher, un nuovo sottogenere dell’horror che ha tra i suoi successori il famoso Jason di Venerdì 13.

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Da Halloween in poi Carpenter racconterà il suo mondo attraverso il cinema di genere, ma non solo, e comincerà a descrivere la società americana attraverso delle critiche profonde sul sistema socio-politico occidentale e sulle sue contraddizioni.

Western

Dopo il suo primo film Dark Star e prima di Halloween, Carpenter voleva girare un vero western, ma per la scarsità di mezzi era impossibile già solo pensare di noleggiare i cavalli necessari e i costumi. Decide allora di creare un western metropolitano attraverso una sorta di remake di Un dollaro d’onore di Howard Hawks, ricostruendo una situazione di assedio in un distretto di polizia in disfacimento.

Distretto 13 – Le brigate della morte (1976) ha come protagonisti Bishop (Austin Stoker), un tenete di polizia afroamericano, Napoleone Wilson (Darwin Joston), un detenuto condannato a morte che diventerà il tipico anti-eroe carpenteriano simile al futuro Jena Plissken, e una segretaria del distretto tostissima, Leight (Laurie Zimmer). I tre, insieme ad altri ben caratterizzati personaggi, rimarranno bloccati all’interno del Distretto 13 per un’intera notte dai membri di una gang, di cui non vediamo quasi mai i volti, che sparano solo con armi silenziate. Oltre alla regia Carpenter si occupa della sceneggiatura, della musica e del montaggio (usando lo pseudonimo di John Chance, lo stesso nome di John Wayne in Un dollaro d’onore) e costruisce quello che possiamo davvero definire il suo primo vero film.

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Il tema di una società abbandonata a stessa, anche dalla polizia che chiude un distretto in una zona a rischio di Los Angeles, la geografia cittadina costruita in viali per ricchi e ghetti per poveri, la violenza incontrollata, sono tematiche che troviamo per esempio in un altro “western” in cui uno straniero arriva in città e affronta il “potere”, Essi vivono (1988). Distretto 13 però, a causa soprattutto della discussa sequenza in cui viene uccisa una bambina, viene snobbato dalla critica e dal pubblico americano che non capisce la nuova geometria cinematografica costruita da Carpenter e il lavoro citazionistico. Arriva in Europa attraverso il London Film Festival ed è amore a prima vista nei suoi confronti. Idolatrato dagli inglesi e recensito più che positivamente da Olivier Assayas dei Cahiers du Cinéma, esce poi nei cinema tedeschi e in Europa con un ottimo successo di pubblico.

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Laurie Zimmer in Distretto 13 – Le Brigate della Morte

Carpenter rimarrà molto vicino al suo “personale western” anche in altri film replicando una situazione di assedio in Fog (1980), Il signore del male (1987) e nel non riuscito Fantasmi da Marte (2001), in cui però da spazio a una specie di cowgirl durissima, Melanie Ballard (Natasha Henstridge), circondata in una base su Marte da minatori, contaminati da un’entità aliena, che ricordano non poco i classici indiani armati di lance e frecce. Anche il cacciatore di vampiri Jack Crow (James Woods) di Vampires (1998) è un cowboy moderno che lotta, insieme alla sua squadra, per distruggere il male, rappresentato in realtà proprio dalla “chiesa” assetata di potere eterno. Un argomento, quello dei segreti e della corruzione religiosa, presente in altri suoi film (Fog, Il signore del male).

Eroe western per eccellenza è sicuramente il mitico Jena Plissken (Kurt Russel) in 1997: Fuga da New York (1981). Il personaggio più iconico della filmografia del regista scritto insieme all’amico Nick Castle nel 1975 e adattato all’America yuppie anni 80 e nella città in cui risiede il potere economico del paese, trasformata in un carcere di massima sicurezza in cui precipita l’aereo di un “inutile” presidente americano fatto prigioniero dal criminale a capo di tutto, Il Duca di New York (Isaac Hayes). Una feroce critica alla politica americana di quel periodo raccontata attraverso un perfetto dark movie fantascientifico, dove le anime oscure dei personaggi sono messe in evidenza proprio dalla totale ambientazione notturna in cui regna il caos e la violenza. Kurt Russel è talmente in parte che Carpenter gli dà mano libera in diverse scene, cosi come ai due mostri sacri Donald Pleasence ed Ernest Borgnine, che regalano una marcia in più a questo grande classico costruito in soli cinquantasei giorni di lavorazione e girato in gran parte nell’area del porto di St. Louis distrutta da un incendio pochi mesi prima delle riprese.

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Kurt Russel in 1997: Fuga da New York

Il cowboy Plissken tornerà poi in un seguito/clone non particolarmente riuscito ma divertente nel 1996 con Fuga da Los Angeles.

La Trilogia dell’Apocalisse

Mentre stava ancora girando 1997: Fuga da New York, Carpenter insieme allo sceneggiatore Bill Lancaster (figlio dell’attore Burt Lancaster) davano corpo allo script del travagliato capolavoro del nostro regista, La cosa. Molto più fedele al romanzo di John Campbell Jr., Who Goes There? (1938), che alla prima versione cinematografia di Christian Nyby e Howard Hawks, La cosa da un altro mondo (1951), questo film è di fatto il primo lavoro di Carpenter con una major hollywoodiana (Universal) e con un budget al di sopra delle sue aspettative, quindici milioni di dollari. Girato con temperature sotto lo zero in Alaska, in situazioni di enorme difficoltà, con gli attori che a un certo punto si sono ritrovati a spingere il mezzo che li portava in albergo a causa del meteo, e con una gran parte realizzata negli studi della Universal in ambienti refrigerati così da rendere visibile il fumo caldo che usciva dalla bocca dei protagonisti ad ogni espirazione.

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La cosa consuma grande parte del budget nei meravigliosi e artigianali effetti speciali creati da Rob Bottin insieme a settanta tecnici operativi al suo servizio, che insieme a lui lavoravano diciotto ore al giorno e dormivano sul set per portare a termine un progetto senza pari. La realizzazione di questo essere, che non ha in realtà una vera forma, volto e confini corporei, alla fine è costata a Rob Bottin un ricovero per esaurimento nervoso a metà delle riprese.
La storia è quella di dodici uomini bloccati nella loro base scientifica nell’Antartide da una creatura informe che si mimetizza e imita ogni essere vivente. Si ritrovano così in uno stato di paranoia e paura in cui nessuno può fidarsi dell’altro, perché ognuno di loro può essersi trasformato in una “Cosa” dalle fattezze umane.

Carpenter descrive una società chiusa in sé stessa, dove sono tutti contro tutti a combattere un nemico che si alimenta proprio sulla diffidenza. Un tema e una storia pessimista che è stata completamente rifiutata dal pubblico e dalla critica americana facendone il grande flop del 1982 insieme a un altro remake, Il bacio della pantera di Paul Schrader. Nel corso del tempo, con l’uscita in VHS e DVD, è stato completamento rivalutato, diventando il cult per eccellenza del regista, nonché suo film preferito in assoluto. Per dedicarsi totalmente alla regia Carpenter rinuncia, per la prima volta, a comporre la colonna sonora lasciandola tra le mani di Ennio Morricone, che con poche semplici note realizza un sound di pura ansia che accompagna perfettamente le spettacolari immagini create dal regista, da un team eccezionale e da un cast senza sbavature che vede come protagonista di nuovo un Kurt Russell in splendida forma, preso in extremis dopo la rinuncia, all’ultimo minuto, di Clint Eastwood.

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Il cast del film La cosa

Il signore del male è il secondo capitolo della cosiddetta Trilogia dell’Apocalisse, definita così proprio dallo stesso Carpenter per il pessimismo senza scampo che la caratterizza. Totalmente sceneggiato dallo stesso regista, che per l’occasione usa lo pseudonimo di Martin Quatermass, è basato su alcune teorie di fisica quantistica e sulla propensione verso la ricerca di mondi paralleli a cui Carpenter si era appassionato.
Il signore del male è un horror puro, più di Halloween, La cosa e Fog. Basandosi su un potente inizio in cui Padre Loomis (interpretato da Donald Pleasence, il nome non ha caso è lo stesso del suo personaggio di Halloween) scopre che una setta di preti, denominata “La Confraternita del Sonno”, ha custodito in segreto per secoli un imponente cilindro in cui è richiuso il male sotto forma di un liquido verde e decide di chiamare un gruppo di esperti per avere conferme dal punto di vista scientifico. Tutti rimarranno bloccati in una chiesa, circondati da alcuni posseduti che impediscono ogni via d’uscita. Carpenter usa gli specchi, e quindi il nostro stesso riflesso, come porta per far arrivare l’inferno nella nostra dimensione e sferra nuovamente un duro attacco all’ottusità e alla “cecità” di una società incapace di vedere la verità.

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Donald Pleasence e Victor Wong nel film Il signore del male

Perfetta e fondamentale come sempre l’elettronica colonna sonora, composta dallo stesso regista, così come è indispensabile nel terzo capitolo, Il seme della follia (1994). Carpenter questa volta usa pezzi più impregnati di sonorità metal e si fa ispirare dall’intro di Enter Sandman dei Metallica per accompagnare il delirio infernale in cui viene coinvolto l’investigatore assicurativo John Trent (Sam Neil) quando si ritrova a indagare sulla scomparsa di uno scrittore dell’horror che sembra far impazzire i suoi lettori. Un viaggio che porterà il protagonista in un mondo soprannaturale, tra incubi e realtà, che si concretizza in una nuova era di terrore e in una possibile fine del mondo.

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Sam Neil nel film Il seme della follia

TV

Poco prima di iniziare le riprese di Halloween al nostro Carpenter viene chiesto di dirigere una sua storia che il canale NBC aveva acquistato, Pericolo in agguato (1978). Un thriller che si può tranquillamente definire hitchcockiano e che gli servirà come “palestra” per perfezionare gli equilibri della suspense che utilizzerà nel film successivo per i massacri compiuti da Michel Myers. Protagonista una giovane donna (Lauren Hutton) perseguitata da uno stalker molto ben organizzato che, non avendo nessun aiuto dalla polizia, decide di passare al contrattacco con l’aiuto della sua collega di lavoro (Adrienne Barbeau) e il neo fidanzato (David Birney). Il risultato è un modernissimo, per l’epoca, tv movie con un’eroina risoluta, in grado di tenere testa al suo persecutore, e dei non stereotipati personaggi di contorno come quello dell’amica omosessuale (grande rarità per il mondo televisivo anni 70) interpretato da Adrienne Barbeau, futura signora Carpenter, attrice in Fog e 1997: Fuga da New York, e madre di Cody Carpenter, figlio unico del regista che seguirà le orme del padre solo in campo musicale.

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Adrienne Barbeau e Lauren Hutton in Pericolo in agguato

Nel 1979 decide di scrollarsi di dosso l’appellativo di regista di horror, ottenuto con il successo di Halloween, e si rifugia nuovamente nella televisione girando Elvis, il re del rock. Un biopic costruito su una serie di ricordi in flashback che Elvis Presley ha prima di salire sul palco di un suo storico concerto a Las Vegas. Oggi Carpenter lo considera come uno dei suoi lavori peggiori, ma in realtà è un più che dignitoso film che mette in atto il lato più sensibile del re del rock, interpretato magistralmente da un giovanissimo Kurt Russell nella sua prima e lunga collaborazione con il regista.

Dopo tutta una serie di lavori famosissimi, Carpenter torna a lavorare per la televisione con un film a episodi, Body Bags – Corpi estranei. Con lui nel progetto l’amico di vecchia data Tobe Hopper, regista dell’unico e inimitabile Non aprite quella porta e Poltergeist – Demoniache presenze, che dirige uno dei tre episodi lasciando all’amico la direzione degli altri due. Il film non gioca molto bene sul lato del grottesco e ha come unico episodio riuscito proprio quello diretto totalmente da Carpenter, The Gas Station. Hair, il secondo, è accreditato al nostro regista ma in realtà era del semi sconosciuto Larry Sukis.

Tutto un altro livello il suo lavoro nella serie tv Masters of Horror (2005), Cigarette Burns – Incubo mortale. La serie creata da Mike Garris è composta in realtà da mini-film horror diretti da grandi registi come John Landis, Joe Dante, Dario Argento e molti altri, ma è proprio il racconto di Carpenter ad essere di un livello superiore. Il soggetto meta-cinematografico si basa sulla ricerca, da parte di un cinefilo proprietario di una sala cinematografica, di una pellicola maledetta, La Fin Absolue du Monde, che porterà alla pazzia chiunque la veda. La serie è un successo e Garris crea una seconda stagione in cui Carpenter realizza il segmento, Il seme del male (2006). Il risultato è una storia interessante di fanatici religiosi, aborti e demoni, ma non all’altezza del bellissimo Cigarette Burns.

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Hollywood In e Out

Quando Carpenter realizza Fog nel 1980 era ancora immerso nel mondo del cinema indipendente. Lo scrive insieme alla produttrice Debra Hill basandosi su un fatto di cronaca realmente accaduto a Santa Barbara nel XVII secolo e con solo un milione di dollari fa partire il progetto riunendo tutta la sua collaudata crew. La storia di questi fantasmi che tornano dopo cent’anni per vendicarsi dei cittadini di una piccola cittadina sul mare, nascondendosi in una nebbia irreale, è una sorta di favola/horror che semina la giusta tensione in momenti perfettamente calibrati dal regista senza mai esagerare con scene splatter.

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Carpenter gioca con il cinema facendo recitare insieme le due scream queen più famose del grande schermo: l’interprete di Psyco, Janet Leigh, e la figlia Jamie Lee Curtis, già protagonista di Halloween. Gran parte del budget viene speso per realizzare la nebbia creata dalla combinazione di cherosene, insetticida e acqua, ma il gioco vale la candela perché Fog ottiene un ottimo successo di critica e di pubblico.

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Adrienne Barbeau, John Carpenter, Jamie Lee Curtsi e Janet Leigh sul set di Fog

Con i due film successivi, 1997: Fuga da New York e La cosa, il nome di Carpenter comincia a farsi strada e nel 1983 gli viene affidata la regia di una storia tratta dal romanzo di Stephen King, Christine – La macchina infernale. Pur essendo un film su commissione, Carpenter mette in scena un’opera molto personale attraverso la storia un nerd/loser che trova in una fiammante Plymouth Fury del 1958 non solo la macchina dei suoi sogni, ma anche un’amica fedele che lo aiuterà a eliminare tutti quelli che l’hanno sempre deriso e bistrattato. Un’auto posseduta dal male che sembra nutrirsi dell’inferno interiore dei suoi protagonisti. Una storia sicuramente con alcuni stereotipi tipici del cinema anni ’80, che però ha diversi grandi momenti da ricordare come quello in cui Christine si ricostruisce da sola dopo che un gruppetto di bulli hanno cercato di distruggerla. Un lavoro che oggi poteva essere fatto con un semplice effetto digitale, ma che all’epoca costo la distruzione di diverse Plymouth Fury.

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John Carpenter, Keith Gordon e Christine

Sarà l’attore, e in questo caso produttore, Michael Douglas a scritturare personalmente Carpenter per realizzare Starman (1984). Un film sulla falsa riga del grande successo di Steven Spielberg, E.T. l’extraterrestre (1982), dove un alieno, che questa volta entra nei panni di un umano appena deceduto, non trovando l’accoglienza desiderata decide di raggiungere il luogo prefissato per il rientro a “casa” con l’aiuto della vedova con cui inevitabilmente nasce una storia d’amore. Effettivamente tutto lontano anni luce dal cinema carpenteriano. Buoni sentimenti, love story e alieni pacifici sono territori inesplorati per il regista, ma alla fine qualcosa sembra funzionare. Il film è rientrato a malapena dei soldi spesi, ma con il tempo ha trovato molti estimatori proprio per la sua leggerezza e per quella nota ecologista che prese campo negli anni a venire. L’alieno, interpretato da un grande Jeff Bridges, non capisce perché continuiamo a distruggere il paradiso in cui viviamo e durante le diverse avventure che deve affrontare riesce a trasmettere alla sua compagna di viaggio (Karen Allen) il rispetto per il pianeta in cui vive e l’amore per le piccole cose. Starman alla fine ha portato comunque una meritata nomination agli Oscar per Jeff Bridges come miglior attore protagonista e lo spunto per una serie tv.

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Jeff Bridges, Karen Allen e John Carpenter sul set di Starman

Negli anni ‘80 Carpenter realizza poi due dei film più importanti della sua carriera: Grosso guaio a Chinatown (1986) ed Essi vivono (1988).

Il primo è un capolavoro in netto anticipo sui tempi. Un mix di western, horror, fantasy e action di arti marziali cinesi che ha influenzato non solo autori come Quentin Tarantino e Robert Rodriguez, ma anche lo stesso cinema orientale. Un altro iconico personaggio interpretato dal fedele Kurt Russell, Jack Burton, si ritrova ad affrontare guerrieri dai poteri magici, capitanati da uno stregone potentissimo, per salvare la fidanzata del suo giovane amico cinese Wang Chi (Dennis Dun). Burton in realtà è uno spaccone che creerà solo una serie di complicazioni, prendendo un sacco di botte, ma che riuscirà comunque a fermare i cattivi con un’unica azione decisiva. Grosso guaio a Chinatown è davvero uno degli esperimenti più riusciti del regista e tocca delle vette altissime anche nel campo della commedia grazie a Kurt Russell e a tutti personaggi di contorno, in particolare a una straordinaria Kim Cattrall, futura co-protagonista della serie Sex And the City.
Nessuno prima di questo film aveva mai raggiunto un livello così alto di spettacolarità, ma la pessima distribuzione e il fatto di essere troppo avanguardistico non gli ha fatto ottenere un immediato appeal per il pubblico dell’epoca e non arrivò a coprire le spese. In seguito è diventato un vero e proprio super cult.

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James Hong e John Carpenter sul set di Grosso guaio a Chinatown

Essi vivono è di nuovo un progetto a bassissimo budget, entrato di diritto tra i migliori action/horror del panorama mondiale. Un film che rispecchia totalmente l’anima critica di Carpenter. Ambientato nell’era reaganiana, ma ancora terribilmente attuale, dove il popolo è totalmente schiavo della corsa al benessere e al consumismo becero a scapito di un incremento di povertà dei ceti più deboli. In realtà i capitalisti e gli yuppie sono degli alieni che governano il mondo con messaggi subliminali inviati dalla televisione e dai giornali, oggi userebbero internet e i social, che impongono alla società di spendere, riprodursi, non pensare e sottomettersi. L’eroe tipico del western arrivato da lontano, John Nada, interpretato dall’ex campione di wrestler Roddy Piper, e attraverso la casuale scoperta di occhiali speciali, che permettono di vedere il vero volto degli alieni, cercherà di far emergere la verità a suon di cazzotti e sparatorie. Una sceneggiatura sicuramente non perfetta, scritta dallo stesso Carpenter con lo pseudonimo di Frank Armitage, che ha dalla sua un’idea fortissima piena di ironia e omaggi cinefili che si chiude in un finale grottesco che sembra arrivare da un film di John Landis.

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Carpenter con Roddy Piper e Keith David in Essi vivono

Nel 1992 Carpenter si dimostra ancora camaleontico, tornado a lavorare con “i piani alti”, realizzando una commedia fantascientifica di tutto rispetto, Avventure di un uomo invisibile, insieme a un cast sulla cresta dell’onda capitanato dal protagonista Chevy Chase, Daryl Hannah e Sam Neil. Basandosi davvero molto lontanamente al personaggio creato da H.G. Wells, Carpenter dà vita nuovamente a una storia vicina al suo stile e al suo pensiero inconfondibile mettendo al centro un uomo solo, senza amici, e quindi già invisibile, travolto in una storia intrisa di fantascienza e spionaggio. Il tutto accompagnato dagli ottimi effetti speciali di Bruce Nicholson e della Industrial Light & Magic.

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Chevy Chase e John Carpenter sul set di Avventure di un Uomo invisibile

Tra alti (Il seme della follia, Vampires), bassi (Il villaggio dei dannati, Fantasmi da Marte) e un film da riscoprire (Fuga da Los Angeles), Carpenter si ferma nel 2010 con The Ward – Il reparto. Un thriller, a tratti anche slasher, ambientato in un ospedale psichiatrico con una serie di giovani ragazze uccise da una figura misteriosa a cui la protagonista (Amber Heard) sembra essere legata. Un film godibile, ma ben lontano dalle eccellenze del regista. Flop in Europa e uscito solo in home video per il mercato americano. Carpenter negli ultimi anni si è impegnato in una serie di album e concerti in giro per il mondo, portando le sue colonne sonore e brani inediti, abbandonando totalmente vecchi progetti già in ballo e mai realizzati negli anni ‘80 come il western El Diablo e The Ninja.

Il suo lavoro per il cinema è stato davvero unico e ci ha regalato lavori immortali e personaggi memorabili. Basterebbe già questo, ma restiamo ancora speranzosi.

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Massimo Santimone
Nato a Genova nel 1967 e vissuto felicemente con un cinema a due metri dal portone di casa. Con un diploma in sceneggiatura preso presso la Scuola d’Arte Cinematografica di Genova ho realizzato diversi spot e cortometraggi, di cui uno fighissimo dal titolo “Il Caso Ordero”. Una cosa tira l’altra e sono arrivato a fare inserti di cinema e poi programmi in diverse radio: Radio Genova Sound, Radio Nostalgia, Radio City e ora Radio Aldebaran. Dal 2017 sono il direttore dei programmi del Riviera International Film Festival.

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